mercoledì 8 dicembre 2010

Simone Weil -4-: la pensatrice più affascinante del Novecento. Santa laica e rivoluzionaria. Una politica “poetica”. "La prima radice"

(segue dal post -1- pubblicato in data 3/12/2010 , -2- pubblicato in data 6/12/2010 , -3- pubblicato in data 7/12/2010, con le stesse etichette. Tra parentesi quadre, mie brevissime riflessioni estemporanee. Virgolettate le citazioni integrali del testo.)





Con il presente, chiuderò l’ elenco dei preannunciati bisogni vitali dell’ anima umana, che si completano con il più sacro, in assoluto: LA VERITA’.


Ecco la prosecuzione:

10* La sicurezza

E’ un bisogno vitale dell’ anima.

La paura, o, peggio, il terrore persistenti pongono l’ anima sotto un peso schiacciante. Essi sono veleni letali e possono essere indotti da molte e varie circostanze. Non temiamo soltanto l’ eventuale violenza dei malviventi, la repressione politica nei periodi più bui della dittatura, le malattie incurabili, ma anche –e forse in maggior misura, nonché oggi più che mai-, la probabilità di perdere il nostro lavoro, di non trovarlo mai, di non avere alcuna garanzia sociale e civile. Nell’ età moderna paventiamo anche la solitudine, fisica e morale, l’ isolamento intellettuale, il rifiuto della collettività.

L’ anima soffre pesantemente quando le sventure si abbattono su di noi dandoci l’ esatta misura della limitatezza delle nostre umane forze.

La paura, anche se latente, pone l’ essere umano in condizione di grave debolezza.

I patrizi romani, consapevoli di questo, tenevano una frusta appesa all’ atrio delle loro case, perché gli schiavi l’ avessero sempre sotto gli occhi, sapendo che ciò corrispondeva ad incutere nei secondi uno stato di semi-morte dell’ anima.

Dopo la morte, secondo gli egizi, il giusto doveva poter dire: “Non ho fatto paura a nessuno”.

11*  Il rischio

Altro bisogno essenziale dell’ anima.

Simone Weil sosteneva che il rischio fosse necessario nelle azioni umane proprio per evitare una forma di “noia” capace di paralizzare l’ anima.

“Il rischio è un pericolo che provoca una reazione rflessa; cioè non sorpassa le risorse dell’ anima al punto di schiacciarla sotto il peso della paura. In certi casi contiene una parte di gioco; in altri, quando un obbligo preciso spinga l’ uomo ad affrontarlo, è lo stimolo più alto che esista.”

12*  La proprietà privata

L’ essere umano è naturalmente portato ad appropriarsi mentalmente, ed a prescindere dai diritti legali che gravano sulle cose, di ciò che egli ha usato in modo continuativo e per lungo tempo per ragioni di lavoro, ma anche per altre necessità della vita e perfino per piacere. Se il giardiniere cura, organizza e lavora per anni un giardino che non gli appartiene, dentro di sé lo sentirà ugualmente un po’ suo.

Questo implica che anche la proprietà privata rientri tra i bisogni essenziali dell’ anima.


E’, comunque ed in generale, un naturale riflesso umano, osservabile in una grande quantità di occasioni. Ogni qualvolta si impegnano, in svariate fogge, le nostre personali energie –vuoi sul lavoro, vuoi su un impegno meramente ideale e morale, vuoi su una qualsiasi altra attività, anche ricreativa, o creativa senza fini di lucro-, il meccanismo dell’ “appropriazione”, a livello mentale, scatta. “E’ opera mia”, “C’è il mio personale apporto”, sono automatismi di cui non siamo perfettamente consci, ma inequivocabilmente sempre presenti.
[L’ uomo è un animale EGOISTA, nel senso più lato del termine.]

A questo punto e dopo le suesposte premesse, la Weil addiviene alla conclusione che, essendo questo un bisogno vitale dell’ anima, ed essendo l’ Uomo portatore di destino eterno, deve essere per tutti.

Qui la filosofa mi commuove.

Commuove [ed è un effetto quantomeno strano e singolare, dato che parliamo di una pensatrice rigorosa, che, in quanto tale, usa innanzitutto gli strumenti razionali dell’ intelletto per avvalorare e sostenere le proprie tesi] perché dipinge i contorni di un sogno, nella sua ingenuità perfetto. Ecco la sua Utopia, la sua generosa e nobile Utopia.

Scrive, infatti: “ Le modalità di questo bisogno variano molto secondo le circostanze; ma è auspicabile che la maggior parte degli uomini sia proprietaria dell’ alloggio e di un po’ di terra e, quando non vi sia un’ impossibilità tecnica, degli strumenti di lavoro…”

13*  La proprietà collettiva.

Altrettanto importante, nell’ anima umana, è il desiderio di partecipazione ai beni collettivi.

[Noi dovremmo sentire “nostri” i monumenti, i giardini, gli Uffici, il Parlamento, le coste, i mari, le spiagge, le montagne , le strade, la flora e la fauna, e qualsiasi altra cosa pubblica che attenga al Paese cui apparteniamo.]

La grande fabbrica moderna costituisce, invece, per la Weil, uno “spreco”, dal punto di vista della proprietà. Soltanto da una prospettiva non sufficientemente meditata , simile affermazione può apparire contraddittoria.

“Non esiste nessun legame naturale tra la proprietà ed il denaro: il legame oggi stabilito è solo il risultato di un sistema che ha concentrato sul danaro la forza di ogni possibile movente. Questo legame è dannoso; occorre operare la dissociazione inversa. Il criterio vero, per la proprietà, è che essa sia tanto legittima quanto reale.”

“Ogni specie di possesso che non dia a nessuno la soddisfazione dei bisogno di proprietà privata o collettiva può, a buon diritto, considerarsi nulla.”

Simone Weil non pensava affatto [e spero non sfugga questo particolare] che ogni proprietà collettiva dovesse risalire allo Stato, ed in ciò si differenzia nella sostanza dalla teoria normalmente affiliata al comunismo. Ella, semmai, senza incorrere in sterili ideologismi, affermava che occorre tentare di farla diventare “vera” proprietà, cioè far sì che soddisfi pienamente il bisogno di ogni cittadino di riconoscere ciò che ha natura e funzione pubblici come legittimamente suoi.

[Io credo che, se così fosse, nessuno permetterebbe –per citare qualche esempio- di operare scempi di qualsiasi genere sul territorio nazionale, di accatastare spazzatura nella propria città, di dover pagare per usufruire del bene comune delle spiagge e dei lidi, e via così, in un elenco pressoché infinito.]

14*  La Verità.

Nei precedenti post è stato citato il bisogno della libertà d’ opinione: quello della verità, che è assolutamente sacro per l’ anima, lo integra e completa.

La Weil ricorda uomini che lavorano otto ore al giorno e che, la sera, si sobbarcano l’ enorme sforzo di cercare di istruirsi attraverso la lettura. Ciò che leggono deve corrispondere al vero –dice-; non possono essere nutrirli di menzogne. Sorge in questa riflessione lo scrupolo di coscienza dell’ intellettuale onesto che non desidera approfittare della propria influenza o della propria cultura per seminare il falso o il tendenzioso.

“… è vergognoso tollerare l’ esistenza di giornali dove un redattore non può lavorare se non consente talvolta ad alterare scientemente la verità, …”

“… quando il giornalismo si confonde con l’ organizzazione della menzogna è un delitto. Ma si crede che sia un delitto destinato a sfuggire alla punizione. Che cosa mai ci può impedire di punire un’ attività quando essa sia stata riconosciuta come delitto? Da che cosa deriva questa strana concezione di delitti non punibili? Questa è una delle più mostruose deformazioni dello spirito giuridico.”

La filosofa auspicava l’ istituzione di tribunali speciali, grandemente rispettati, ed il divieto assoluto di qualsiasi propaganda di qualsiasi genere per mezzo della stampa e della radio, che avrebbero continuato a servire esclusivamente all’ informazione non tendenziosa.

“Ma, ci si chiederà, chi garantisce l’ imparzialità dei giudici [a tal fine preposti]? L’ unica garanzia, oltre alla loro indipendenza totale, è che essi provengano da ambienti sociali molto diversi fra loro, che per natura siano dotati di un’ intelligenza ampia, chiara e precisa, e che siano formati in una scuola nella quale abbiano ricevuto un’ educazione non tanto giuridica quando spirituale e solo in secondo luogo intellettuale. E’ necessario che in quella scuola essi si abituino ad amare la verità. Non è possibile soddisfare l’ esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità.”

[Pensiamo ai nostri telegiornali, pensiamo ai nostri quotidiani: Simone Weil descrive e sogna un miraggio.
Personalmente, invece, io pongo in discussione l’ incipit stesso del suo ragionamento: non sono certa che la verità sia ancora un bisogno. Non so come, ma temo che oggi l’ Uomo l’ abbia eliminato dal DNA dei suoi bisogni essenziali. Non vedo, non conosco, non incontro più individui che avvertano con improrogabile e dolorosa passione la necessità di cercare il vero, e di pretenderlo. Ad esso si è sostituito un generale velo di accomodanti compromessi, che ci depauperano, senza che ci sia dato d’ avvedercene con sufficiente chiarezza, del nostro più intimo ed inappellabile diritto alla libertà.]

martedì 7 dicembre 2010

Simone Weil -3-: la pensatrice più affascinante del Novecento. Santa laica e rivoluzionaria. Una politica “poetica”. "La prima radice"

(segue dal post -1- pubblicato in data 3/12/2010 e -2- pubblicato in data 6/12/2010 con le stesse etichette. Tra parentesi quadre, mie brevissime riflessioni estemporanee. Virgolettate le citazioni integrali del testo.)


La lista dei bisogni essenziali dell’ anima prosegue, ed ognuno è logicamente connesso all’ altro. Ecco, perciò, che dopo l’ Onore - citato al punto 7*e la cui descrizione termina considerando che soltanto il delitto può situare fuori della considerazione sociale chi lo ha commesso- ,segue, come bisogno di reintegrazione,


8* la Punizione.

La Weil opera una distinzione tra la punizione disciplinare e quella penale, e sottolinea che quella indispensabile all’ anima umana è la punizione del delitto, perché, compiendo quest’ ultimo, l’ uomo si pone al di fuori della rete degli “obblighi eterni” che rendono coesi gli esseri umani.

A chi soffre la fame bisogna dare da mangiare ed, allo stesso modo, a chi si pone da sé fuori dalla Legge è necessaria la punizione che, sola, può reintegrarlo nella collettività.

[Osserviamo in questi tempi l’ odioso e vergognoso tentativo di esponenti della nostra classe dirigente (fatto di amplificata gravità, riguardando figure istituzionali tenute a fornire esempi ineccepibili) di eludere questo elementare meccanismo attraverso picaresche manovre sulla Giustizia: legittimo impedimento e processo-breve sono escamotage per evitare eventualmente le meritate punizioni]

“ La soddisfazione di questo bisogno esige innanzitutto che quanto riguarda il diritto penale abbia un carattere solenne e sacro; che la maestà della legge si comunichi al tribunale, alla polizia, all’ accusato, al condannato, e che questo avvenga persino nei casi poco importanti, purché comportino privazione di libertà. Occorre che la punizione sia un onore, che non solo cancelli la vergogna del delitto, ma venga considerata un’ educazione supplementare a essere maggiormente devoti al pubblico bene.”

Simone è aspra e durissima nel suo pensiero; non concede alcuno sconto né attenuante perché è fermamente convinta che il sistema penale deve destare in chi delinque il sentimento della giustizia. Neppure vagamente si pensi alla punizione come sedativa dell' ansia di vendetta della società. Conosce perfettamente anche il pericolo che si stabilisca, nelle alte sfere, una cospirazione volta ad ottenere impunità. Per questo, dichiara: “Può essere risolto soltanto se uno o più uomini hanno l’ incarico di impedire tale cospirazione e si trovano in una condizione tale da non essere tentati di farlo.”

9* La libertà di opinione.

Per Simone Weil esso corrisponde ad un bisogno assoluto per l’ intelligenza e, conseguentemente, dell’anima, la quale prova sofferenza quando l’ espressione dell’ intelligenza viene ostacolata.

In un’ anima sana l’ intelligenza si esercita in tre diversi modi, di volta in volta caratterizzati da gradi di libertà diversa. Esiste un’ intelligenza applicabile a problemi tecnici, che cerca mezzi per il perseguimento di uno scopo prefissato; una che fornisce chiarimenti di volontà nel compimento di scelte; ed una puramente teorica e non indirizzata a materia pratica.

Applicando la sua teoria filosofica dell’ intelligenza ad una società utopizzata sana, S.W. auspica, nel campo della stampa, una riserva di libertà assoluta, ma condotta in modo tale che ciò che si pubblica non coinvolga per nessuna ragione l’ autore e non contenga alcun consiglio per chi legge.

Voglio porre nuovamente l’ accento sul momento storico in cui la filosofa operava: siamo a cavallo di due conflitti mondiali. Le pubblicazioni destinate ad influire sull’ opinione pubblica, costituiscono veri e propri atti ed, in quanto tali, devono essere sottoposti allo stesso giudizio, ed eventuali restrizioni, cui tutti gli altri atti vengono sottoposti.

“In altre parole, esse non devono recare alcun danno illegittimo a qualsiasi essere umano, e soprattutto non devono contenere alcuna negazione, esplicita od implicita, degli obblighi eterni verso l’ essere umano, dal momento che questi obblighi sono stati solennemente riconosciuti dalla legge.”

In estrema sintesi, e per necessità di semplificazione del sottilissimo pensiero weiliano, possiamo affermare che Simone distingue nettamente la libertà di opinione del singolo autore, che dev’ essere illimitata, da quella del gruppo (stampa quotidiana, settimanali, riviste), in quanto necessariamente centri di irradiazione di determinati punti di pensare.

Si spinge ad estendere questo suo assunto fino alla letteratura. “Nella vita morale del paese il posto che un tempo era occupato dai preti apparteneva a fisici e romanzieri, fatto, questo, sufficiente a mostrare il valore del nostro progresso. Ma se gli scrittori dovessero render conto dell’ orientamento della loro influenza, essi si rifuggerebbero indignati dietro il sacro privilegio dell’ arte per l’ arte.”

Il bisogno stesso di libertà, essenziale per l’ intelligenza, esige una protezione contro la propaganda, l’ ossessionante influenza, la suggestione.
[... la televisione, poi...]

“Tutti i problemi concernenti la libertà d’ espressione si chiariscono, in genere, quando si sia stabilito che quella libertà è un bisogno dell’ intelligenza e che l’ intelligenza risiede soltanto nell’ essere umano, individualmente considerato. L’ intelligenza non può essere esercitata collettivamente.”

Simone Weil, nella sua fiera ed audace lucidità, si spinge ad affermare che proprio la libertà di pensiero esigerebbe di dover vietare l’ espressione di opinioni da parte di un gruppo, perché un gruppo tende inevitabilmente ad imporle ai suoi membri, che, presto o tardi e più o meno gravemente, si troveranno impediti nell’ espressione di idee opposte o diverse.
“ L’ intelligenza è vinta quando l’ espressione dei pensieri è preceduta, implicitamente od esplicitamente, dalla paroletta noi” .

Come immediata soluzione pratica ella proponeva l’ abolizione dei partiti politici.
[Utopia eccelsa. Immaginiamo quale enorme rientro di risorse per la collettività? Una vita pubblica senza i partiti! Un sollievo, aria pulita e fresca. Non più la putredine di interessi e fame di potere cui oggi assistiamo…]

Sulle reminescenze del Contratto Sociale di Rousseau, in cui egli aveva chiaramente dimostrato che la lotta tra i partiti uccide la democrazia, S.W. osserva che una democrazia che veda ridotta la vita pubblica alla lotta tra i partiti politici [ma nel nostro Paese ci siamo quasi…] non potrebbe impedire neppure l’ avvento di un partito in grado di distruggerla.

In conseguenza di queste riflessioni la filosofa prospetta la distinzione tra due specie di raggruppamenti:

1. quelli di interessi , che dovrebbero essere organizzati e disciplinati (esempio organizzazioni operaie che si occupano dei salari e simili);

2. quelli di idee, che, invece, non dovrebbero esserci.

Interessantissime tutte le riflessioni, ampiamente articolate, che la Weil fa sui sindacati e sulle loro possibilità di espressione ed azione. Per esse, rimando alla lettura analitica ed integrale del testo, per ovvie ragioni di spazio.

“Quanto alla libertà di pensiero, si dice in genere il vero quando si afferma che senza di essa non vi è pensiero. Ma è ancor più vero dire che quando il pensiero non esiste non è libero. Nel corso degli ultimi anni c’ è stata molta libertà di pensiero, ma non c’ era pensiero. E’ pressappoco la situazione del bambino che, non avendo carne nel piatto, chiede il sale per salarla.”

[Esiste un ragionamento più attuale di questo, per noi cittadini ed individui occidentali del nuovo millennio?]

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lunedì 6 dicembre 2010

Simone Weil -2-: la pensatrice più affascinante del Novecento. Santa laica e rivoluzionaria. Una politica “poetica”. "La prima radice"

(segue dal post -1- pubblicato in data 3/12/2010 con le stesse etichette. Tra parentesi quadre, mie brevissime riflessioni estemporanee. Virgolettate le citazioni integrali del testo.)


Così Simone Weil tenta di motivare i primi 7  bisogni umani, gli obblighi ed i diritti che da essi derivano:


1* L’ Ordine

L’ Ordine è il primo bisogno dell’ anima, il più vicino al suo destino “eterno” e presuppone un tessuto di relazioni tali per cui nessuno debba essere costretto a violare obblighi rigorosi per adempierne altri.

Nell’ Universo un’ infinità di azioni meccaniche indipendenti contribuiscono a creare un ordine che, nel suo complesso, deve rimanere fisso. Nelle grandi opere d’ arte l’ insieme di fattori indipendenti, luce, colore, forma, concorrono alla formazione di un’ unica bellezza. Ciò che muove le azioni dell’ Uomo deve ordinarsi necessariamente per sedare un unico desiderio, uguale dalla culla alla tomba, che è bisogno del bene.

Per poterlo appagare, è necessario conoscere perfettamente anche gli altri. Il vero bisogno non è deviazione o vizio: l’ avaro brama continue ricchezze, ma  un uomo giusto a cui venga dato pane a volontà prima o poi sarà sazio.
Così per l’ Anima.

[ Simone Weil crea, in questo modo,  un' autentica gerarchia dei desideri. Affinché le sue proposte possano trovare un senso logico bisogna necessariamente accettare l' assunto che l' uomo "giusto" avverta come assolutamente imprescindibile il bisogno del Bene.]



2* La Libertà

E’ un nutrimento indispensabile e consiste nella possibilità reale di operare scelte.

Non è assolutamente un concetto semplice da misurare. Ha bisogno di regole facili, stabili e ragionevoli, comprensibili a qualsiasi cittadino dotato di media attenzione, e dette regole devono provenire da autorità che non siano considerate straniere o nemiche, ma sentite appartenenti alla propria comunità.
Devono essere poche e sufficientemente generali.

Le persone infantili o prive di volontà positiva non troveranno mai la libertà in nessuno Stato.
Le necessarie auto-limitazioni all’ agire del singolo che ha approvato ed incorporato in sé le regole non sono più “divieti” e non hanno bisogno, pertanto, di venire respinte.

“Allo stesso modo l’ abitudine, inculcata dall’ educazione, di non mangiare cose repellenti o pericolose, non è avvertita da un uomo normale come un limite ala sua libertà di alimentazione. Solo il bambino l’ avverte come limite.”

[Neppure questo bisogno è soddisfatto, ai giorni nostri, perché la possibilità reale di scelta è negata, pur nell’ esistenza -almeno teorica-  di regole comuni. Il disoccupato, ad esempio, non può in nessun caso scegliere nulla: il suo obbligo/diritto al lavoro gli è precluso a monte.]


3* L’Ubbidienza


L’ Ubbidienza è un bisogno vitale dell’ essere umano e può avere come riferimento regole prestabilite, Leggi, od altri esseri umani riconosciuti come capi. Assolutamente necessario, in ogni caso, è il consenso, che deve essere spontaneamente riconosciuto dalla collettività.

Chiunque sia privo dell’ attitudine all’ ubbidienza [è NECESSARIO comprendere che tale concetto è totalmente esule da quello di “servilismo”] è, in un certo senso, psicologicamente malato. Ogni collettività retta da un capo sovrano [non necessariamente una persona fisica, ma anche un’ Istituzione] che non debba rendere conto a nessuno, cade fra le mani di un malato.

[Chissà se le recenti pretese dei nostri dirigenti politici di non sottostare ad alcun altro Organo istituzionale e tacciare la Magistratura - per esempio- di  costituire un covo di cospiratori bolscevichi,  dice qualcosa, alla luce di quanto appena scritto].

“Quelli che sottomettono masse umane con la costrizione e la crudeltà le privano simultaneamente di due vitali nutrimenti: la libertà e l’ ubbidienza perché queste masse non sono più in grado di accordare il loro consenso interiore all’ autorità che subiscono. Quelli che favoriscono uno stato di cose dove l’ esca del guadagno sia il movente principale tolgono agli uomini l’ ubbidienza, perché il consenso, che ne è il principio, non è cosa che si possa vendere.”



4* La Responsabilità

Iniziativa e responsabilità sono necessari e forse pure indispensabili bisogni dell’ anima umana.

Per soddisfarli bisogna che un essere umano sia messo nelle condizioni di prendere spesso delle decisioni su questioni i cui interessi non lo riguardino personalmente, ma siano da lui avvertiti come impegni importanti.

Il disoccupato subisce la privazione di tutto questo, anche nel caso in cui riceva qualche aiuto economico dal sistema, ed il manovale non si trova in una condizione troppo migliore.

E’ necessario essere investiti da responsabilità, in modo continuativo, ed essere coinvolti nella conoscenza dell’ interità dell’ opera della collettività cui si appartiene, compresi quei settori in cui materialmente non si agisce, sapere con chiarezza il valore dell’ apporto che si dà.

“Ogni collettività, di qualsiasi specie essa sia, che non soddisfi queste esigenze dei suoi membri è guasta e dev’ essere trasformata.”



5* L’ Uguaglianza

Equivale al pubblico riconoscimento -riconoscimento anche generale ed effettivo- da parte dei costumi e delle istituzioni, che ad ogni essere umano è dovuta la stessa quantità di rispetto, perché il rispetto è dovuto all’ essere umano in quanto tale e non conosce gradi.

[ Tra le righe, c’ è una cosa dei Francesi che io amo: “Signore” (Monsieur, Madame) è il titolo che viene usato per esprimere il massimo rispetto nei confronti di una persona; in Italia ci ridicolizziamo con i nostri “Dottor”, “Avvocato”, “Ingegner”, "Professor" … dimostrandoci squallidamente inclini ad identificare il rispetto con il grado di lustro sociale che la professione o il titolo di studio comportano: abbiamo un carattere intrinsecamente venale e meschino.]

Le differenze tra gli uomini dovute alle diverse loro attività, indoli, attitudini, formazione e stato sociale non devono significare mai differenza nel grado del rispetto.

La forma più alta di uguaglianza è quella di uguaglianza nelle possibilità: ciascuno deve essere messo in grado di arrivare al livello sociale corrispondente alla funzione che è in grado di svolgere. Un uomo deve essere uguale a qualunque altro nella speranza.

“Nella medesima misura in cui è realmente possibile che il figlio di uno stalliere sia un giorno ministro dev’ essere realmente possibile che il figlio di un ministro sia un giorno stalliere”

[Bella lezione, nevvero, nella Repubblica del nepotismo, del clientelismo, delle logge, delle lobbies e delle caste!?]

“Facendo del danaro il movente unico, o quasi, di tutti gli atti, la misura unica, o quasi, di tutte le cose, abbiamo diffuso ovunque il veleno dell’ inuguaglianza.”

L’ inuguaglianza creata dal denaro può dirsi “mobile”, perché il denaro può essere guadagnato ma anche perduto, e non riguarda direttamente le persone, ma non per questo è meno pericolosa e reale.



6* La Gerarchia

Tra i bisogni dell’ anima esiste senz’ altro quello del riferimento a simboli. Ciò che un superiore deve simboleggiare sono valori che si collochino al di sopra di ogni uomo.

“Una vera gerarchia presuppone che i superiori abbiano coscienza di questa funzione simbolica e sappiano che essa è l’ unico oggetto legittimo della devozione dei loro subordinati”.

Non si venera una persona, perché ogni persona, come già detto, è degna dello stesso grado di rispetto, ma si soggiace ai valori simbolici che rappresenta.

“La vera gerarchia [la gerarchia “giusta”] ha per effetto di guidare ognuno a situarsi moralmente nel posto che occupa.”



7* L’ Onore

L’ Onore non va confuso con il rispetto, che –come più volte ripetuto-, spetta ad ogni uomo, in modo identico ed immutabile, ma riguarda l’ essere umano considerato nel suo ambiente sociale.

L’ Onore può essere soddisfatto se ogni membro della collettività può riconoscersi e farsi partecipe di una tradizione di grandezza racchiusa nel suo passato e pubblicamente riconosciuta.

Se la Francia del XV secolo fosse stata occupata dagli Inglesi, i primi avrebbero forse dimenticato Giovanna d’ Arco: l’ effetto dell’ oppressione, causa una carestia nel bisogno vitale d’ onore degli oppressi, un’ onta storica di cui vergognarsi, un desiderio di riscatto frustrato e frustante.

L’ estremo grado di privazione dell’ onore si ha quando venga negata qualsiasi considerazione ad alcune categorie sociali.

[Atroci e disumani sono, quindi, i pregiudizi del tempo attuale nei confronti degli immigrati, ad esempio.]

Creare “categorie” discriminanti tra i cittadini è un errore infamante per l’ umanità.

“Soltanto il delitto deve situare fuori dalla considerazione sociale chi lo ha commesso; mentre la punizione deve reintegrarvelo.”

In un prossimo post, elencherò i successivi.

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domenica 5 dicembre 2010

Algido invernale pensiero del lupo della steppa

Vincent Van Gogh
"Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di sé stesso, i massacri del mondo." E. Vittorini

Non occorrono occhi microspici ed uno spirito analitico ossessivo ed ossessionante per scorgere l' assoluto dominio del brutto e del male: basta uno sguardo leggero ed ampio, con occhi tersi di coraggio.
Quale destino può avere, allora, l' anima bella ed incorrotta?
E' chiaro, lo sappiamo...  
Non vorremmo tanta consapevolezza, tanta amara vista, ma l' onestà intellettuale non è un' opzione, è un imperativo, un etico dettame.

Proveremo a destrutturare ogni edificio di pensiero già eretto, se è  a questo che ci ha condotti.
Con gli artigli e i denti difenderemo questo infinitesimo eden di ghiaccio, costruendo nuove cattedrali trasparenti e senza specchi.

venerdì 3 dicembre 2010

Simone Weil -1-: la pensatrice più affascinante del Novecento. Santa laica e rivoluzionaria. Una politica “poetica”. "La prima radice"

Simone Weil nacque in una famiglia ebraica a Parigi nel 1909 e morì ad Ashford, Inghilterra, nel 1943.
Studiò filosofia all’ Ecole Normale ed insegnò in vari licei. Brillante allieva di Alain e compagna di molti dei futuri intellettuali francesi, fu attiva intorno agli anni 20, nei circoli dell’ estrema sinistra sindacalista e trotskista. Nei primi anni 30 abbandonò l’ insegnamento per sperimentare personalmente la condizione operaia, lavorando a cottimo presso le officine Renault , per circa un anno, prima di ammalarsi di pleurite ed essere costretta a rinunciare.
 “Chi deve lavorare tutti i giorni sente nel suo corpo che il tempo è inesorabile. Lavorare. Provare il tempo e lo spazio.”
Tutta la vicenda umana, filosofica, politica della Weil è caratterizzata e profondamente segnata dalle vicende della seconda guerra mondiale e dai totalitarismi di quegli anni.
Come volontaria repubblicana partecipò, nel 1936, alla guerra civile spagnola, arruolandosi tra le fila anarchiche della Colonna Durruti, dove si procurò una ferita e fu costretta a rientrare in Francia.
“La rivoluzione è un ideale, un giudizio di valore, una volontà” .


Non poteva in alcun modo limitarsi a fare l’ intellettuale –per quanto possedesse, in tal senso, un’ indiscussa dote di genialità-: Simone doveva costantemente suffragare il pensiero attraverso l’ azione,
lavorare in fabbrica, indebolendo la propria fibra lasciandosi consumare dalla fatica; lavorare nei campi per la raccolta dell’ uva; intrattenere serrate discussioni la sera con amici intellettuali per esaminare la condizione operaia di oppressione sociale; più tardi, costretta a fuggire in America per sfuggire alle persecuzioni razziali, stare molto vicina ai poveri di Harlem.
Questo fatto, a mio avviso, costituisce già in sé e per sé, una testimonianza di grandezza.
Fragile di costituzione, tormentata perennemente da un’ emicrania cronica che la induceva a conoscere che cosa significhi essere "morta da viva", la sua coerenza fu sempre ferrea, tanto da farla apparire, in alcuni aspetti, intellettuale stravagante, raffinata ed aspra fino all’ estremismo: si rifiutava di consumare anche un solo grammo di cibo di più della razione prevista per i combattenti al fronte.

Nel 1937 , si avvicinò al Cristianesimo, come approdo di quella Verità che fu il senso di tutta la sua esistenza: questa donna eccezionale, dal “carattere ardente”, dal “pessimismo ardito”, dal “coraggio estremo” vivrà tutta la sua vita accompagnata dalla lucidità dell’ idea della morte che rappresentò il vettore stesso di ricerca della verità, ma non delegò mai a nessuna istituzione, né politica, né ecclesiastica, il compito di tradurre o condurre il suo pensiero. Non s’ iscrisse mai ad alcuna organizzazione politica, né si fece battezzare: ciò garantiva la totale coerenza con sé stessa.
Simone Weil fu un’ originale, grande, acutissima filosofa, e forse il fascino del ricordo della sua vita ha sempre prevalso, ingiustamente, sull’ oggettiva considerazione del suo pensiero filosofico, che invece è
enormemente interessante e nuovo, perché derivante da una straordinaria tensione spirituale, libera da qualsiasi ideologismo. Ogni Pensiero, in lei, anche e soprattutto quello politico, nasce da un’ ispirazione ed uno slancio innanzitutto etici: la sua scelta è essenzialmente quella di stare dalla parte degli oppressi, ed il rispetto di simile scelta la portò anche a muovere critiche allo stesso marxismo di cui criticava la configurazione teorica dello Stato: per lei ciò che è fondamentale è la rigenerazione spirituale di collettività ed individuo attraverso una democrazia che si radichi anche nelle tradizioni e nel passato in una società giusta  e rispettosa delle singole persone.

Simone anarchica, Simone rivoluzionaria, Simone totalmente dedita al prossimo ed alla sua idea di Uomo, Simone lucidissima e pessimista, Simone liberamente mistica.

Tutte le sue opere furono pubblicate postume. Dopo l’ esilio americano, incapace di stare lontana dall’ Europa e dalla lotta a fianco dei partigiani francesi, rientrò a Londra. Nonostante le fosse stata diagnosticata la tubercolosi e prescritti riposo e dieta adeguati, lei proseguì incurante nel suo eccezionale attivismo, donando parte del suo cibo alla Francia occupata. Morì nel sanatorio di Ashford, nel Kent, ed in quella meteora di soli trentaquattro anni di vita ha lasciato un’ eredità straordinaria ai pensatori e pensatrici del futuro ed un esempio di onestà intellettuale difficilmente emulabile dalle generazioni successive di filosofi.

Mi piacerà ragionare un po’ , tra queste pagine, prossimamente, dei contenuti della sua opera. Vorrei cominciare con “La prima radice”, il saggio che parla dello “sradicamento”, ossia la malattia metaforica che costituì la crisi della civiltà europea durante la seconda guerra mondiale. Parla di OBBLIGHI e di RESPONSABILITA’, come mezzi per garantire il destino eterno dell’ umanità.
Oggi, di questi mezzi abbiamo forse più bisogno di allora.



Simone Weil- La prima radice- 1: Le esigenze dell’ anima. Gli obblighi ed i diritti.

Simone Weil non è mai stata davvero contemporanea al suo tempo, e, in un certo senso, non lo è neppure al nostro.

Lei ci parla da una certa distanza, essendo una pensatrice di originalità assoluta, in grado di fondere ragione e sentimento ad una capacità visionaria e profondamente mistica di lettura della realtà: ci parla da un punto di vista esterno, trascendente ed impersonale: quello del Bene e della Giustizia.

"La prima radice" è il testo in cui affronta il tema dell' "Enracinement", ovvero lo sradicamento, la malattia sociale derivante dalla logica di un potere autoreferente che si conserva ed accresce creando immagini di sé assolute ed intangibili. "La lotta tra avversari e difensori del capitalismo, questa lotta tra innovatori che non sanno cosa innovare e conservatori che non sanno cosa conservare, è una lotta cieca di ciechi, una lotta nel vuoto, e che per questa stessa ragione rischia di volgersi in sterminio".


[Potremmo, tranquillamente, aggiungere, tra le righe, che oggi non esiste un solo umano che non sia sradicato, strappato dalla propria origine, dall’ incipit iniziale, dalla stessa sua indole e forse dal suo stesso scopo. Non facciamo che mentire, che mentirci, e sforzarci di credere d’ essere veri. Questo è perfino comprensibile: siamo tutti di-sperati. Perfino questo pullulare di blog lo attesta. Perché siamo ridotti dietro ad uno schermo, perché ci esprimiamo in una realtà fatta di pixel? Perché non abbiamo più una tangibile realtà in cui farlo, e, forse, pur avendola, ne avremmo paura, o non sapremmo di fatto gestirla.]

Illuminante e solo superficialmente ovvio, è quello che Simone Weil ci dice, in questo testo prezioso, innanzitutto.

Il punto di partenza, l’ essenziale incipit, è la comprensione dell’ enorme differenza di prospettive che recherà considerare il fatto che, in una data società, è della massima importanza capire che gli esseri umani DEVONO imparare a pensare a sé stessi come portatori di OBBLIGHI e non già di soli DIRITTI.

“La nozione di obbligo predomina su quella del diritto, che le è relativa e subordinata. Un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’ obbligo corrispondente; l’ adempimento effettivo di un diritto non viene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa.”


“L’ obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale nulla.”

Un uomo ha solo dei doveri –alcuni dei quali verso sé stesso- e gli altri, considerati dal suo punto di vista, soltanto dei diritti. I suoi diritti nascono quando gli altri prendono atto, a loro volta, dei loro obblighi verso di lui.

Nel campo delle umane cose l’ oggetto dell’ obbligo è sempre l’ ESSERE UMANO IN QUANTO TALE: c’ è obbligo verso ogni essere umano senza bisogno che intervengano altre condizioni: è un obbligo eterno che risponde al destino eterno dell’ uomo, ed , essenzialmente, si compone di un sostanziale rispetto che, in modo reale e non fittizio, può essere espresso attraverso l’ attenzione nei confronti dei bisogni terrestri umani.

Può essere “innocente” chi, avendo cibo in eccesso, non dà aiuto ad un suo simile che muoia di fame? (è ciò che fa l’ Occidente – noi tutti, qui- nei confronti del Terzo e Quarto Mondo; è ciò che il capitalismo ha consentito, è ciò che può permettergli di permanere).

Nessuno, io credo, può nutrire dubbi al riguardo: è, dunque, ad esempio, un obbligo eterno verso l’ essere umano far sì che non esistano persone che soffrano la fame mentre altre hanno cibo in abbondanza.

Su questa falsariga la Weil stilò un elenco degli obblighi imprescindibili cui ciascuna società è improrogabilmente tenuta.

Non è consentito confondere i bisogni umani con i desideri, i vizi, i capricci. Ed i bisogni non sono soltanto materiali: altrettanto essenziali sono quelli dell’ anima.



Li elencò nel modo seguente e  proverò a descriverli nei prossimi post:
1- L' Ordine; 2-La Libertà; 3-L’ Ubbidienza; 4-La Responsabilità; 5-L’Uguaglianza; 6-La Gerarchia; 7- L’ Onore; 8- La Punizione; 9- La Libertà d’ opinione; 10- La Sicurezza; 11- Il Rischio; 12- La Proprietà privata; 13- La Proprietà collettiva; 14- La Verità.

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giovedì 2 dicembre 2010

Senilità



In alcuni momenti nulla sintetizza tanto l' essere umani quanto il terrore di non saper più sopportare oltre la vita.
(Terrore: sì, perché la vita possiede una sua sacralità intrinseca, che ammanta ogni suo aspetto, ogni suo momento, ogni sua manifestazione e lo possiede a prescindere dall' orientamento religioso o dall' assenza di fede in elementi ultraterreni. E' "sacralità cosmica", alimentata non tanto dal mistero della nascita e della morte, ma dalla nostra attitudine, dal nostro vizio insopprimibile del pensarli, del raffigurarli, ponendoli al di fuori di noi, consentendoci di effettuare una scissione, oggettivizzandoli.)

In quegli istanti essa grava addosso con il furore di una pena immensa, di cui è lecito provare orrore; ed è una pena ancestrale, che arriva da lontano, che pare conosciuta da sempre, perché da sempre strazia - come se sapessimo perfettamente che ci converrebbe, tutto sommato, non essere (a colui che non è ogni cosa è indifferente e se non può dare gioia, non può neppure recare danno), ma il saperlo è chiaro segno che siamo eccome, ed allora non c' è affatto alternativa-.

L' anima bella che non ha Dio, ha soltanto gli uomini.
Non è dato vivere senza l' incontro con l' altrui spirito, ma questi, più spesso che non, può recare dolore immenso.
Si cerca nobiltà, un frammento di specchio in cui riconoscere qualche tratto del nostro volto, ma si raccoglie invece quasi sempre una messe di paura, tremore, viltà, egoismo. Così meschino ed esile: la limitatezza dello spirito altrui, allora, uccide.

A questo punto si teme la pazzia, ... o la poesia. Forse non c'é poi gran differenza.

Così l' anima si sente offesa ed umiliata e nera, come gli abissi in cui conduce questa crudele, cocente disillusione, dettata da incontenibile sete.
C' è chi non può evitarlo.
Costretto dalla sua stella, costretto dai suoi geni, dannato da un cuore dalle abnormi ingorde esigenze, posto in in un corpo piccolo e finito.

Sono tipi umani votati all' esagerazione, all' abnegazione: incutono paura ed amore pietoso e sconfinato. In loro non basta la mite tristezza, no... : diventa straziante angoscia. Né si accontentano della dolce malinconia: saranno piuttosto lacrime brucianti a solcare l' anima. L' amore, non consolazione ma furente demone. La vita, non sequenza di respiri ma incontrollabile fame d' aria. Devastante energia. Essa in loro si stordisce in un boato, ed è suono terrificante e spaventosamente violento: pare il fragore possibile allo spalancarsi della porta dell' inferno.

Anelano alla pace, e sanno che non potrà che coincidere con la loro stessa estinzione.
"... e mi sovvien l' eterno, e il suon di Lei..."

- Rabbrividisco e mi pare di partecipare. Appartengo a quello stuolo. Empatizzo: vedo l' uomo che contempla la profondità del mare fino ad accettarne il richiamo; l' uomo che attende ad occhi aperti l' attimo dell' impatto con la macchina motrice del treno lanciato nella sua corsa; l' uomo allo specchio, affascinato dal riflesso guizzante di una lama. Penso al suo istante di arresto, e mi par di poterlo conoscere, d' esserci stata accanto mille volte, come invisibile, silenziosa, infinitamente compassionevole compagna. Mi pare di sapere alla perfezione come sia inappellabile e senza ritorno la lucidità di chi guarda con sguardo freddo e duro, ma sincero ed eroicamente umanissimo l' attimo precedente l' ultima finale determinazione. Quale sconfinata abilità possediamo, noi tutti, angeli senz' ali, di concepire disperazione!-

Trafitti da un' eterna, infinita lancia di energia che li trattiene inchiodati al suolo, costretti a vivere passioni terrestri, talvolta colmi di disgusto, ... e lo sguardo rivolto in alto, dove l' aria è rarefatta e leggera, dove tutto -immaginano- è possibile, dove non dovranno più abbassare gli occhi, mortificati dalla loro stessa impotenza, dalla loro finitezza: non sono dunque, non siamo dunque, splendidi eroi a tollerare questo nostro destino?

mercoledì 1 dicembre 2010

Bisanzio



Il cantautore ruspante con il fiasco di Sangiovese sul palco: non è mica necessario trasudare snobismo per produrre comunque bellezza...