venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminescenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


2 commenti:

  1. Verità sulla verità.
    Ciao Morena, sei tanto cara.

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  2. Lieta di leggerti, Santino. Tu riscaldi la pietra. Grazie.

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