mercoledì 22 giugno 2011

Ipocrita lettore, mio simile, fratello

L’ALBATRO


Spesso, per divertirsi, gli uomini d'equipaggio
Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, indolenti compagni di vïaggio,
Il solco della nave sopra gli abissi amari.

E li hanno appena posti sul ponte della nave
Che, inetti e vergognosi, questi re dell'azzurro
Pietosamente calano le grandi ali bianche,
Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

Com'è goffo e maldestro, l'alato viaggiatore!
Lui, prima così bello, com'è comico e brutto!
Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
L'altro, arrancando, mima l'infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la tempesta e ride dell'arciere;
Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare.

( Charles Baudelaire, l' Albatro, I fiori del male)

Il poeta perde l' aureola, quand' è trascinato sulla terra. Sa volare, governare il cielo, ma non è capace di vivere sulla Terra.
"La morale della borghesia mi fa orrore", scrive Baudelaire. Così sceglie di affidare il suo dolore alla bellezza (la bellezza pitagorica del sonetto!), egli è un Dandy, ossia un asceta, un monaco del bello e si ribella all' utile della società borghese. Un dandy che, tuttavia, salirà sulle barricate della seconda Repubblica in difesa degli umili e degli oppressi.
Un cattolico morto bestemmiando.
Un morbo. Bellissimo, nella sua maledizione. Una nera malattia.

***

Ah, ma non succede soltanto ai poeti; ed allora è peggio. Non è così fratelli nessuno?
Come collocare  simbolismi nella vita stritolata metropolitana, nell' untuoso facile moralismo, nella cloaca politica e civile, nella mediocrità dei gusti comuni di chi ama il pattume, ed abbisogna di culti?
Ebbrezza.
Non si può che mantenere l' ebbrezza del bello, che è qualcosa di triste, ardente e vago. "Il mistero ed il rimpianto sono caratteri del bello. [...] la gioia ne costituisce uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia ne è l' illustre compagna... ".



Al lettore
Stupidità e peccato, errore e lesina
ci assediano la mente, sfibrano i nostri corpi,
e alimentiamo i nostri bei rimorsi
come un povero nutre i propri insetti.
Son testardi i peccati, deboli i pentimenti;
vendiamo a caro prezzo le nostre confessioni,
e torniamo a pestare allegri il fango
come se un vile pianto ci avesse ripuliti.
Sul cuscino del male Satana Trismegisto
lungamente ci culla e persuade
e l'oro della nostra volontà,
alchimista provetto, manda in fumo.
È il Diavolo a tirare i nostri fili!
Dai più schifosi oggetti siamo attratti;
e ogni giorno nell'Inferno ci addentriamo d'un passo,
tranquilli attraversando miasmi e buio.
Come il vizioso in rovina che assapora
il seno martoriato di un'antica puttana
arraffiamo al passaggio piaceri clandestini
e li spremiamo come vecchie arance.
Dentro il nostro cervello, come elminti a milioni,
formicola e si scatena un popolo di Demoni;
la Morte, se respiriamo, nei polmoni
ci scende, fiume invisibile, con sordi gemiti.
E se stupro o veleno, lama o fuoco
non ci hanno ancora ornato di gustosi ricami
il trito canovaccio del destino
è solo, ahimè, che poco ardito è il cuore.
Ma in mezzo agli sciacalli, alle pantere, alle linci
alle scimmie, agli scorpioni, agli avvoltoi, ai serpenti,
ai mostri guaiolanti, grufolanti, striscianti
del nostro infame serraglio di vizi,
uno è ancora più brutto, più cattivo, più immondo!
Senza troppo agitarsi né gridare,
vorrebbe della terra non lasciar che rovine
e sbadigliando inghiottirebbe il mondo:
è la Noia! - Occhio greve d'un pianto involontario,
fuma la pipa, sogna impiccagioni ...
Lo conosci, lettore, quel mostro delicato,
- Ipocrita lettore, - mio simile, - fratello!

(Charles Baudelaire, I fiori del male)




Oh dolore, oh dolore, il tempo mangia la vita...



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