lunedì 25 ottobre 2010

Appunti di una ex-depressa: gli inganni dell' auto-valutazione.


Il peggiore degli incubi è quello che precede il sonno. Sotto le lenzuola, tremante di ancestrale paura - probabilmente la stessa dell' ominide rifugiato nella caverna ad ascoltare con gli occhi sbarrati i ruggiti dei predatori, i grugniti, le urla delle prede straziate, i crepitii e il minaccioso rumoreggiare della foresta-, aspetti che la tua gola si chiuda del tutto, impedendo al filo d' aria che ti tiene in vita di ventilare i tuoi polmoni, mentre il cuore batte a mille.

Sudando freddo, e resistendo dall' impulso di implorare aiuto -perché in qualche anfratto del cervello la sentinella della razionalità ancora veglia-, pensi : "Perché tanta angoscia? Quando sei morta non sai più d'essere, il dolore cessa: è il ritorno al nulla, ed il nulla è buono, anzi, è neutro... ',,, morire, dormire, forse sognare...' "
Poi, arriva il sonno, non ti accorgi come.
Benedetto.

Nessuno può comprendere quanto sia cattivo il male oscuro; nessuno che non lo abbia ospitato in sé ... Ti arrendi all' ignoranza, all' insipienza, all' insipidezza del mondo che non sa, ed accetti il tuo inferno in solitudine, con rassegnazione, di-sperando su tutto.

Sei stoica a resistere, ostinata; molti non ne sono capaci: sei una grigia eroina anonima attaccata ad una vita di cui hai smarrito ogni precedente significato -del quale, però, qualcosa che non sai più mettere a fuoco, in te, ha conservato una vaga reminescenza- : ricordi soltanto d' essere stata capace di amare immensamente l' esistenza, pur avendone dimenticata ogni ragione.

Durante gli incontri mensili con il tuo psichiatra-vampiro, pensi incessantemente che qualsiasi cosa lui ti dica non è che una miserabile parte di terz' ordine in un copione che ha recitato innumerevoli volte, nello stesso identico modo, con un sacco di altra gente. E' annoiato e poco partecipe, sei certa d' essergli antipatica e la tua disistima ti induce a credere che egli ti consideri proprio la nullità che tu stessa senti d' essere.

Un giorno ti chiede: "Si descriva". Tu, immediatamente, pensi: "Che idiota: ecco la classica richiesta da manuale del classico strizzacervelli del c.... Come mai ci ha messo così tanto per farmela? L' aspettavo dalla prima seduta." Gli rispondi, oppressa dalla nausea che ti arreca il solo parlar di te stessa, miserabile e vana quanto ti senti: "Sono ipersensibile ed irrazionale."

Il geniale psicanalista mangiasoldi, a questo punto, ha una reazione finalmente originale, nel senso che intuisce di non poter dare (stavolta) una risposta-tipo preconfezionata ed azzarda una sentenza su misura: "Lei, signora, sbaglia totalmente a definirsi in tal modo. Lei é esattamente l' opposto di ciò che credeva. Lei è IPER-RAZIONALE... IPER, capisce? Troppo. Troppo razionale."

La tua immediata reazione interiore è di noncurante scetticismo, perché questo tizio è anche lo stesso che, nella sua maldestra ed un po' approssimativa analisi ti aveva chiesto, con l' aria di chi la sa lunga e non la dice proprio tutta, se, per caso, tu non avessi improvvisamente scoperto d' essere omosessuale e da ciò ti derivassero le tue terribili crisi di panico. Ipotesi più ridicola e bislacca non poteva fare: se c'è una cosa "normale" , in te, è l' orientamento sentimentale e sessuale, come dato di fatto.

Però ci pensi su e comprendi che sulla questione del cogitare ha ragione. Come dire: uno, per disattenzione e leggerezza crede per tutta la vita d' essere un umano ed il mattino successivo si sveglia scarafaggio. O qualsiasi altro paragone meno angosciante. Succede.

"Va bene", dici tu, "mi sento sollevata, perché, almeno su questo, devo ammettere che lei ha detto il vero. Almeno non sono un microcefalo, una deficiente, una con la testa tra le nuvole, una sognatrice senza costrutto. Questo male, allora, dipende da altro..."

"Sì; è la chimica cerebrale che non va. Le sinapsi. Roba genetica. La sistemiamo con qualche farmaco."

...

Gran parte delle forme depressive si cura, semplicemente, con i farmaci adatti prescritti da competenti neuro-psichiatri. La psicanalisi aiuta invece soltanto i pazienti collaborativi, cioè i non iper-razionali come me, i fiduciosi, i "credenti".
Con tutto il rispetto per la neuroscienza condotta in modo serio ed altamente professionale, si  deve ammettere anche che esiste un considerevole rischio di affidarsi, nei momenti di debolezza e di disagio, a persone che potrebbero favoleggiare, o parlarsi addosso.

Indro Montanelli (per citare un nome conosciuto), grande depresso, quando scoprì, dopo anni di malessere e disagio psicologico terribili, che il suo inferno poteva essere eliminato con qualche ansiolitico su misura, se ne stupì così tanto dal ritenersi, per un attimo, un mediocre. "Ed io che pensavo di stare tanto male perché speciale ed unico!" E' un errore frequente considerare il dolore come un elemento, in qualche modo, elettivo: vecchio retaggio del solito cristianesimo?

In realtà lui era e continuò ad essere speciale ed unico, ma senza il fardello di una sofferenza interiore paradossale ed eccedente il necessario, come quella cui ti costringe la malattia depressiva.

Quanto è importante la conoscenza di sé... Sopra ogni cosa conoscersi. Indi, il dialogo, il confronto ...
A guardar bene, sarebbe bastato un amico.

2 commenti:

  1. Quanto è suggestiva quell’immagine iniziale. Ti dirò, sorellina, forse i maschi una protezione da quei terrori ce l’hanno. Ci ho pensato tanto, anche riflettendo sulle testimonianze di culture considerate “coraggiose”, ma delle quali oggi si rimuove troppo stupidamente la durezza e crudeltà, come quelle dei nativi americani. Ho pensato spesso: chissà come dev’essere percorrere un bosco, come questo che percorro ora in quasi totale sicurezza, quando invece occhi spietati possono tenderti in ogni angolo un’odiosa imboscata. Gli indiani del nord-est torturavano a morte e poi mangiavano i prigionieri, compresi donne e bambini.. donne e bambini.. sembra quasi impossibile immaginarlo, una cosa surreale: pensa ad un villaggio, alla sua gente, i dialoghi, il solito tessuto umano, e poi tutti quanti lì ad ululare come ossessi, intenti nel torturare con raffinato sadismo donne e bambini, che poi fanno a pezzi e divorano. Non è un incubo peggiore di ogni immaginazione kafkiana? Ma come si riparano i maschi? E’ come dire: come si può sostenere la vista del diavolo senza impazzire? Solo diventando diavoli a nostra volta. Ho pensato anche questo: io non ucciderei nessuno, davvero, ma se qualcuno tentasse di uccidermi, senza riuscirci, lo spavento sarebbe tale che io non gli darei un'ulteriore possibilità: potendo lo ucciderei. Tutto il mio spirito lo vorrebbe, e senza un rimorso, anzi con voluttà. Ecco, gli stessi missionari Gesuiti (oh mentivano senza dubbio: i pellerossa erano amorevoli ecologisti ante-litteram in armonia con la natura, eya eya eya..) riportano i casi di guerrieri torturati che si lasciavano fare a pezzi con posa sprezzante, senza fornire ai suoi carnefici la soddisfazione di un solo lamento. Questo lo trovo sublime, anche se intravedo i pezzi del meccanismo mimetico che può consentire questa straordinaria prova dello spirito: credo che il guerriero si immagini sotto l’occhio giudicante della sua gente, dei suoi pari, che è l’unica cosa alla quale realmente tenga, e senta di trasformarsi in leggenda. Credo che questa pazzia non possa essere frutto d’altro che di una lunga selezione naturale.

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  2. Potente, quello che hai evocato, Anonimo.
    E davvero sono certa che quel che l' amigdala potrebbe farci fare sia, in condizioni non normali ed asettiche -le nostre-, semplicemente inimmaginabile.
    E l' attitudine alla barbarie è in noi, come dotazione ancestrale ed indelebile, perché abbiamo tutti natura violenta; perché violento è, fin dai primi vagiti, il nostro ingresso alla vita; perché lo stesso vivere è un estenuante gioco-forza con il Caos.
    Ed il guerriero che si fa straziare imperturbabile (dici bene: Sublime, mille e mille volte più di Bello), ed il bonzo che arde immobile nella posizione del loto, il martire che esplode con la sua idea, è alla Forza che offrono lo Spirito, una forza che li trascende e li trasfigura, rendendoli mito, procurando loro l' eternità.

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