giovedì 21 giugno 2018

Natura Italiana

"Sii te stesso" è esortazione decisamente inutile, perché lapalissiana. L'ho sentita proferire molto spesso sia da persone 'qualunque' sia da sedicenti esimi professoroni ed ogni volta ne ho ricavata la sensazione di noia, leggermente dolorosa, che la banalità riesce sempre ad infliggermi.
Non è possibile mascherare la propria indole - men che meno quando ombreggia di mediocrità e bassezza-, o millantare immateriali tesori nascosti all'osservatore perspicace ed attento: alla fine ciascuno  non può essere che ciò che è e l'altro, se non lo riconosce, è uno sprovveduto.
Il congruo precetto dovrebbe recitare, semmai:"Strappa il velo, guarda bene" e presupporre comunque relazionalità, o quanto meno uno straccio di interesse o curiosità per l'altrui personalità, anche se quest'ultima ipotesi, data l'oggettiva attuale deriva degli scambi umani a beneficio dei modernistici insulsi cinguettii  e proclami autoreferenziali internettiani, pare ormai straniante, tanto è in disuso.
Conoscere se stessi, necessario ed autentico diktat esistenziae, invece, è qualcosa di profondamente diverso: un insito processo dagli sbocchi anacronistici, dato che quasi sempre si attiva alle soglie della senilità, dopo un'esistenza investita e poi spesa nelle rocambolesche elusioni che i poveri di spirito dicono "scelte normali ed obbligatorie di vita".
Di solito nuoce gravemente alla salute perché destabilizza e di conseguenza dispera ed in qualche caso ciò che si giunge a conoscere di sé non è neppure gradevole o gratificante, tanto da rivelarsi, ai soli possessori di una coscienza onesta, perfino ignobile.

Oggi l'Italiano sta re-incontrando se stesso, l'autentico se stesso che ha un'irrefrenabile passione per leaderismo e dittatura, anche solo riflesse.



giovedì 14 dicembre 2017

Piccola anima smarrita e soave -7- il pettirosso

Ho deliberatamente abbandonato, in un certo senso e nella misura in cui non ho potuto pur desiderandolo ridurre ulteriormente, qualsiasi occasione di mondanità e socialità.
Quasi tutti gli aspetti dell'alterità mi risultano pesantemente dolorosi e noiosi perché, quando sviluppati con lo spirito dozzinale di ogni prodotto di basso scambio umano, sono mediocri, inaffidabili e superficiali, e non ho ancora molto tempo da sciupare in cose vacue e vane: la ricerca di una qualche armonizzazione con la superiore e terrificante legge dell'assurdità che sovrasta la vita è un lavoro totalizzante e faticosissimo.

La sostanza degli scambi comunicativi, infatti, sta nel vuoto vertiginoso  e violento (e mi si passi l'ossimoro) con cui offendono l'anima affetta da filantropia o genericamente propensa all'amore.
L'anima buona ferita non porge affatto l'altra guancia, a dispetto di qualsiasi ridicolo catechismo formativo di ipocrisia, ma si ritrae negandosi ad ulteriori occasioni di ludibrio o sofferenza.
Chi ritiene che siffatta "autarchia" morale e solo conseguentemente di fatto sia in sospetto di presunzione o supponenza dell'animo umano preferisce considerare solo lo strato nebuloso, una troposfera dell'identità più facile a vedersi e quindi più banale, ma, soprattutto, non ha davvero la minima idea di quanto dolore infligga alle persone non già fragili ma ipersensibili una società di valori marcescenti, stupida in modo imbarazzante e squallidamente mercantile, dedita alle frivolezze ed indifferente alle tragedie pubbliche o personali, all'ingiustizia, agli orrori del mondo, al peso schiacciante del pensiero onesto, ineludibile per alcuni, che impedisce nel modo più assoluto di crogiolarsi nelle contraddizioni.

Che l'esistenza umana sia tenuta sotto scacco dall'invincibile fatale assurdità, che l'essere umano sia il solo tra i viventi a disquisirne e a disperarsene, che a lenire appena un poco la disperazione di tale consapevolezza esistano pochi espedienti, non è per niente una scoperta sensazionale: qualsiasi persona mediamente riflessiva ci arriva, magari anche solo alle soglie della maturità.
Ma m'inganno?
Forse m'inganno.
E' una delle tante mie (pie) illusioni?
Forse. E' possibile. Riconosco d'ospitare in me un'indole mistica tendente all'idealizzazione che però non prevarica l'altro suo aspetto, altrettanto vero ed altrettanto presente, razionalistico e critico.

Ragionevolmente, pertanto,  nella cruda consapevolezza che si vive senza motivo, senza merito, senza diritto, senza colpa, senza Dio, senza amore, il solo possibile antidoto al male d'esistere sarebbe la solidarietà tra i viventi.

" [...] Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi/Non avrò vissuto invano/Se potrò alleviare il Dolore di una Vita/O lenire una Pena/O aiutare un Pettirosso caduto/A rientrare nel suo nido/Non avrò vissuto invano." (Emily Dickinson)

Ebbene: è una poesia, e niente di più né di meno. La soave Dickinson, inoltre, per fatalità di nascita, poteva esercitare il privilegio di autoconfinarsi nella sua stanza a scrivere versi e contemplare un giardino.
La nascita è indubbiamente il nostro destino.

Di fatto, proveremmo perfino pudore a solidarizzare personalmente con qualcuno, rischiando d'essere fraintesi.
La gente non li vede proprio i pettirossi caduti se, come quel parrucchiere cinese che osservo al bar la mattina all'ora di colazione, non stacca gli occhi dall' iPhone neppure addentando la brioche, che ha afferrato a tentoni senza uno sguardo al piattino.

Come solidarizzare con chi si disprezza? Bisognerebbe astenersi dai giudizi. Ma giudicare non è forse inevitabilmente umano?

Visto?
Non se ne esce.

giovedì 2 novembre 2017

Piccola anima smarrita e soave - 6 - amor fati

La colpa più imperdonabile, infine, è la sostanziale incapacità di usare almeno un poco l'arte di persuadermi che ci sia un motivo, pur se ancora sconosciuto, per proseguire negli scambi umani non strettamente necessari e mantenere qualche innocua relazione sociale senza patire poi degli ineluttabili e puntuali sensi di disgusto, delusione e mortificazione.
Simile colpa è mitigata, però, dall'enormità del compito: fuori dalla caverna delle ombre la luce è abbacinante ed i pretesti si dissolvono, si sbriciolano in finissima polvere che scivola via dalle mani, com'è in fondo giusto che sia, in onore della verità.

Non affermo che il mondo ospiti solo persone di bassa levatura morale o mediocri o prevalentemente ipocrite (pur ammettendo che senz'ombra di dubbio costituiscono la maggioranza assoluta degli umani),  ma piuttosto d'essere incespicata solo in quelle a causa di una mia oggettiva ristrettezza di orizzonti e non essere riuscita per tempo ad evitare qualsiasi coinvolgimento.

Come per ogni altra azione indipendente dalla casualità e dal caos esistenziali -le quali, semmai, spingono a reazioni-, ne ho quindi piena responsabilità, perché l'ingenuità ed il buonismo sono, più propriamente, semplici autoinganni necessari alla sopravvivenza.
Pertanto, è evidente, "così volli che fosse", malgrado questo spiccato razionalismo.

Certo, mi addolora molto ricordare il pathos, rivelatosi fittizio e misero, con cui ci siamo intrattenuti anche qui, amici miei bugiardi e scostanti come i bimbi che si trastullano un poco con i giochi presto venuti a noia.
Certi sogni, almeno, meriterebbero di sopravvivere alla nostra umana sciatteria ed all'incuria.
Neppure voi, quindi, avete validi alibi, dato che così voleste che fosse.

Tutto rimane perfettamente invariato, nulla di davvero significativo è successo mai e non c'è ragione per pensare che qualcosa possa succedere in futuro: per quanto mi sia voluta e potuta illudere, in passato, niente e nessuno hanno mai scalfito il nucleo duro e gelido della mia solitudine, che resta la vera costante, l'eterno ritorno del destino. Certamente del mio, ma, suppongo, anche di quello di tutti.

 
[... 
E mi rigermina
     
nell'anima - inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura
     
per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...]

(P.P.Pasolini)




venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.

sabato 12 agosto 2017

Tipi -27- I liberi pensatori.

C'è un limite all'anarchia d'idee ed al dissenso; un limite ben preciso anche se invisibile, il cui superamento non sarà perdonato e costerà al suo fautore, in modo progressivo ed irreversibile, isolamento, oblio, solitudine.
Naturalmente nessuno, in assoluto, può limitare la libertà del pensiero di un altro: il solo luogo completamente inaccessibile di ciascuno di noi è quello costituito da mente e psiche e chi ne ha il temperamento sa difenderne l'inviolabilità, ma l'esercizio dell'eventuale conseguente libertà espressiva, invece, ha un prezzo sociale, sempre.

I liberi pensatori, intanto, si distinguono in due grandi razze: gli Eccellenti Famosi e gli Anonimi Sconosciuti.
Il desiderio di appartenenza alla prima è già in potenza inficiante rispetto alla cristallina  idea di libertà, perché chi ne è pungolato anela in qualche modo al consenso ed al riconoscimento d'altri ed è schiavo della sua stessa vanità.
Il vanesio, d'altro canto, non è mai totalmente libero: corruttibile con le lusinghe, obnubilato dal suo eccesso di narcisismo, incapace per questo di empatizzare con le intenzioni e le motivazioni del plauso altrui (svelandone le frequenti pochezza ed ipocrisia), resta servo dell'attaccamento a se stesso e dell'idea sempre supponente che ha di sé.
E' condizione indispensabile, comunque, avere oggettivamente un proprio pensiero.
Non è affatto cosa automatica né generale: nella maggioranza dei casi si suppone che quel dato pensiero sia originale anche quando è frutto di plagio e mimetismo. Il pensiero proprio è rarissimo,  altamente penalizzante e piuttosto inviso se espresso dall'Anonimo Sconosciuto; lo si tollera soltanto nei poeti disposti a smentire se stessi in prosa, nella prosa del linguaggio e della vita.
Del prezzo sociale da saldare l'individuo anarchico e dissidente non si cura, e ciò rappresenta la garanzia della sua purezza intellettuale, nonché la condanna all'isolamento ed alle sue conseguenze se non è che un semplice 'nessuno'.

L'Eccellente Famoso è eccellente o famoso solo relativamente, come qualsiasi altra faccenda umana, ma sono i suoi estimatori e piaggi od i suoi nemici detrattori ad innalzarlo alle ribalte nutrendone l'autostima e consentendone l'esistenza. Lui non lo pensa: si crede speciale, unto dal Fato e pertanto passibile di venerazione.
Esterna molto, senza disdegnare le nuove piazze virtuali popolane, ignoranti ed aggressive, perché la ribalta lo seduce irresistibilmente ed a prescindere.
Naturalmente, le ribalte stesse sono relative in un mondo di sette miliardi di persone, e ciò rende l'intera faccenda abbastanza buffa, dato che costui è tenacemente, anche se talvolta solo intimamente, convinto d'essere depositario di verità aventi massima importanza per le sorti dell'umanità, mentre, come tutti quanti, alla fin fine, non è un bel nulla.

A chi vada la mia stima e solidarietà è deduttivo giacché questo blog è solo per lo Sconosciuto da sempre, e perché la cosa abbia attinenza con tutta la mia esistenza lo so io e, coerentemente, nessun altro oltre a me.



giovedì 20 aprile 2017

Lasciala andare via

Un tempo, e non così remoto, un conoscente che non vedo e probabilmente non vedrò più,  mi disse "...ti tengo d'occhio...", quale massimo tributo d'affetto di cui fu capace o che io seppi ispirargli.
La vita insegna, non abbastanza presto, che le parole seguono spesso rotte desertiche dispersive e fumose perfino quando nel proferirle o pensarle siamo completamente in buonafede.
Come la maggior parte dei propositi umani era fiacco e mendace, perciò fu semplicemente e chiaramente smentito dai fatti, simile a centinaia d'altri, prima e dopo, a me occorsimi.

Gli uomini non sono che uomini, per quanto ingombrante e tronfio possa essere il loro ego, e se qualcuno ravvisasse qui  intento riduttivo, vedrebbe bene.
Non ho più la minima voglia di impegnarmi in una qualsiasi discussione o nel dialogo che nel passato  è sempre stato, quasi letteralmente, per me vita.
Comincio a dimenticare vocaboli, le parole mi appaiono sempre più non solo sospette, ma ormai moleste. I pochi che le usano appena decentemente hanno fini quasi sempre e quasi tutti indecenti e i molti che le sillabano a malapena con inflessioni e storture dialettali me le rendono, in modo equivalente, odiose.

Di tanto in tanto m'imbatto nelle corpose e poi inesorabilmente morte corrispondenze epistolari intrattenute con tanti amici defilati.
Quale spreco di stoica filantropia, povera illusa!

Quando ne scovo un filone, tra file dimenticati nel disordine del mio vecchio portatile, subisco una trasfigurazione e divento il disgraziato Bartleby impiegato all'Ufficio lettere smarrite di Washington.

Non imparerò mai la lezione, lo so bene, eppure è la prima che l'esistenza impartisce: ogni cosa è leggera, leggera, leggera, "...To let it go/Light enough to let it go" .

 

domenica 5 marzo 2017

Vergogna

"... e un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo, pensò che aveva modo di riparare a qualche torto..."

Pensava male, quell'eroe gucciniano giovane e bello, ma proprio perché giovane e bello -giovane e bello fuori e dentro-, e probabilmente perché il censo di appartenenza, quando disagiato, affina oltremodo la nobiltà dell'anima -solo se l'anima è nobile per indole-, non poteva fare che quello che fece.
Non c'è stato mai modo di riparare ad alcun torto, purtroppo: la natura umana ha comuni tratti  immutabili, in fondo, e tendenti alla reiterazione.
Poco importa che essa sia innata o culturalmente indotta.
Giustizia, ingiustizia, vengono avvertite in modo soggettivo e sempre parziale: sono opinabili.
Il miserando limite di essere umani sta tutto qui, nelle grandi questioni: l'inconciliabilità assoluta tra l'idealizzazione e la trivialità dei nostri appetiti e del nostro tornaconto. 

Di conseguenza ciò mi rimanda, con grande tristezza,  a quel trentenne la cui lettera di commiato prima del suicidio nei giorni scorsi è apparsa sui giornali, perché non c'è nulla che muova all'interesse ed alla  compassione generali fittizi, fulminei, effimeri ed ipocriti tanto quanto la vittima di turno.
Eppure, con grande probabilità, pochi provano anche vergogna, oltre all'orrore, per simili morti.
Se così non fosse difficilmente si potrebbe sopportare la visione -anzi, l'esistenza-, ad esempio, di festival televisivi della canzone  in cui i soli presentatori,  uomini e donne oggettivamente senza qualità, ricevono compensi paradossali, in barba a tutti i precari che si ammazzano.
E che dire dei giullari, così prevedibili e scontati, e della loro ormai logora satitra totalmente vana ed in malafede, tutto sommato prezzolati dal sistema, che calcano le scene ufficiali  perché al popolo-bue piace ridere di se stesso illudendosi che il riso lo assolva dal reato d'inerzia?
Le folle rispettano ed invidiano idoletti televisivi da strapazzo, persone stupide in modo imbarazzante, gente la cui abilità sta nel dar calci ad un pallone, nello scaldare di tanto in tanto poltrone parlamentari lottizzate, un'infinità di altri personaggi irrisori in ogni campo dell'attività umana,  per la loro abilità straordinaria nell'aver fatto fruttare la mediocrità di cui sono portatori. Nulla è più gratificante (immagino) del rispecchiarsi nei mediocri che ce l'hanno fatta.

Invocare la vergogna, comunque, è a questo punto totalmente fuori luogo e me ne rendo perfettamente conto. La vergogna è un sentimento complesso da analizzare, in fondo, e nelle questioni sociali è influenzato culturalmente dal sentimento generico e populistico del comune pensiero (quell'idiota).
Secondo Sartre esiste solo in relazione all'altro, ovvero ci si vergogna soltanto quando si teme l'altrui giudizio o riprovazione.
Stante l'infimo livello raggiunto ed universalmente accettato di quelli che venivano definiti 'valori umani', che ora stanno solo sulla carta di qualche Costituzione, i borborigmi della coscienza sono praticamente scomparsi.


Una brava donna, seraficamente priva di malvagità e forse pure in buonafede, l'altro giorno mi ha detto: "... beh, perché prendersela con i ricchi: sono necessari, i migliori fanno beneficenza, danno lavoro ai giardinieri, ai domestici, ai più 'sfortunati'...".
Ecco, il borghese benpensante ha adottato sempre, più o meno consapevolmente, una simile tecnica autoassolutoria che poi è stata assimilata anche da molti che borghesi non sono.
Peccato che quel certo tipo di sfortuna sia indispensabile ai fortunati per restare tali.
C'è qualcosa di sporco, un rivoletto permanente d'ipocrisia, che gli cola dalla coscienza e lo rende miope e pure un po' sordo rispetto alle sofferenze altrui, sempre minimizzate quando non negate e dimenticate.

Perché giustizia, ingiustizia, più che mai, per il piccolo borghese-tipo, son solo opinioni.