sabato 13 aprile 2019

Pungoli pasoliniani

Dirigenti, ex ed attuali,  simpatizzanti, sostenitori e fideisti, leggete e poi rileggete gli scritti di Pasolini e poi straziatevi la coscienza, se ne avete una o qualche residuo sfilacciato dopo lo scempio che i tempi e la  mediocrità delle indoli ne hanno fatto, per esservi detti od ancora dirvi di sinistra, secondo l'originaria accezione del termine.
Il dolore della perdita e l'orrore per una fine tanto violenta non mi impediscono di chiedermi come avrebbe potuto vivere nell'odierna realtà nonostante l'avesse preconizzata con sorprendente esattezza.
Sarà che la Gnosienne n.1 di Satie mi sta tracimando nelle ossa, ma la morte qualche volta mi appare più gentile e pietosa di certa vita.

 «Sono “bloccato”, caro Don Giovanni, in modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio». (PP Pasolini)

Non si sceglie d'essere ciò che si è, ma questo non è solo ineluttabile: è necessario.
Dati esempi di uomo, di poeta, di intellettuale lo sono per tutti quelli caduti da cavallo da sempre.

7 commenti:

  1. Non conoscevo questo bellissimo scritto di Pasolini che è poi, sono andato a vedere, e se non ho letto male, una lettera indirizzata al fondatore della Pro Civitate Christiana di Assisi, Giovanni Rossi. Pasolini non di rado raggiunge i suoi vertici in prove periferiche, fuori scena, ancora tutte da scoprire.

    Stefano

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    1. Sì, Stefano, concordo. Credo che la lettera facesse parte di altri contatti che i due ebbero all'epoca del film "Vangelo secondo Matteo".

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  2. La requisitoria di Pasolini, a un certo punto, non poteva che esprimersi attraverso il suo (di Pasolini) non esserci. Intendo dire che la sua presenza in vita sarebbe stata del tutto incompatibile con le inabitabili cabrate sociali degli anni Ottanta e Novanta. Quindi la tua domanda su come avrebbe potuto vivere, o quella che spesso è stata fatta, su come avrebbe commentato questo o quell’altro avvenimento, è naturale ma non realistica. Tieni anche in considerazione lo studio approfondito e convincente di Giuseppe Zigaina, suo amico pittore, sostenitore della tesi secondo la quale Pasolini pianificò la sua morte, anticipandola inoltre attraverso dei messaggi cifrati, diciamo così, presenti in gran parte delle sue opere, soprattutto poetiche, a partire dalla fine degli anni Cinquanta.

    Stefano

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    1. Riguardo alla teoria di Zigaina, seducente, se vuoi, io mantengo un grande scetticismo: esclude, come conseguenza, più probabili moventi politici per l'assassinio di Pasolini. Forse la sua fu davvero una morte annunciata, ma restano ancora oscuri i reali motivi ed i responsabili. Tra i dati di fatto inconfutabili ci sono le sue stesse parole: le parole di chi appare ben deciso a cercare e rivelare la verità. Il 14 novembre del 1974, quasi un anno prima della sua morte, Pier Paolo Pasolini
      scriveva sul Corriere della sera:
      "Io so.
      Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato «golpe» (e che in
      realtà è una serie di «golpe» istituitasi a sistema di protezione del potere).
      Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
      Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del
      1974.
      Io so i nomi del «vertice» che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori
      di «golpe», sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli «ignoti»
      autori materiali delle stragi più recenti.
      Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione:
      una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista
      (Brescia e Bologna 1974).
      Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine
      dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo)
      una crociata anticomunista, a tamponare il ‘68, e in seguito, sempre con l’aiuto
      e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare
      il disastro del «referendum». [...]"
      Tanta applicazione mi pare incompatibile con l'allestimento così sofisticato di un suicidio.

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    2. Non definirei seducenti le tesi di Zigaina poiché sono il frutto di un rigoroso studio scientifico sull’opera di Pasolini, finalizzato appunto a identificarne i passaggi “crittografici” che alludono alla pianificazione della sua morte. Anch’io ero scettico prima di leggere i vari libri di Zigaina dedicati al tema. Ma i riferimenti criptici messi in luce da Zigaina, in molte poesie di Pasolini, ma anche, ad esempio, nell’ultimissima intervista fatta da Furio Colombo poche ore prima dell’omicidio, sono impressionanti. Anni fa, in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, per un contributo su una pubblicazione on line, ho avuto la fortuna di intervistare Zigaina. L’unico limite nelle sue tesi è il silenzio sulle modalità pratiche che Pasolini avrebbe messo in atto per farsi ammazzare, nei luoghi, nei tempi e nei modi da lui stesso voluti. Perché anche di questo ultimo aspetto era convinto Zigaina. Un suicidio indotto che oltretutto doveva rappresentare simbolicamente una costellazione di riferimenti culturali ben precisi. A una mia domanda diretta in proposito fu piuttosto reticente. In ogni caso la volontà di sopprimere Pasolini da parte del Potere e la sua pulsione a farsi eliminare avrebbero potuto benissimo convivere. I termini pratici nei quali questa convergenza avrebbe potuto realizzarsi, culminando nel suo assassinio, restano ancora oscuri.

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    3. Non lo so, potrei sbagliarmi, potremmo esserci sbagliati tutti nel formulare qualsiasi teoria. A me pare però, insistentemente, che Pasolini fino a poche ore prima della morte ed esattamente nell'ultima intervista con Colombo che citi fosse intenzionato a smascherare e proseguire a combattere "la situazione" che denunciava, tant'è che s'era congedato dal giornalista con l'intenzione di rivedere e puntualizzare per iscritto alcuni concetti espressi nell'intervista stessa,per amor di chiarezza,prima della sua pubblicazione.
      In fondo a sé Lui voleva credere ad una "redenzione".
      E poi: è fattibile suicidarsi inscenando un omicidio tanto truce e violento? E' oggettivamente possibile convincere qualcuno (che ci ama immensamente? che ci odia immensamente? per molto denaro?)a farlo, con lo strazio od il rischio che ciò comporta?

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  3. All’ultima domanda di Furio Colombo “come pensi di evitare il pericolo e il rischio?”, Pasolini risponde: “Dammi il tempo di trovare una c o n c l u s i o n e. Ho una c o s a in mente per rispondere alla tua domanda.” Beh, quella cosa non poteva essere la sua morte? Poi ci sono altri passi in quell’intervista che non si possono non collegare, sia pure ex post, e con tutte le cautele possibili, a quello di cui stiamo parlando.
    Riguardo alle modalità attraverso le quali quest’azione si sarebbe potuta concretizzare, a parte l’offerta di denaro, si può prendere in considerazione la provocazione. Pelosi forse non mentì quando dichiarò che Pasolini impugnò un bastone ed egli si sentì minacciato. Lasciar trapelare di essere a conoscenza di alcune notizie sui segreti della Repubblica (stragi, Cefis, servizi segreti, massoneria ecc.), come Pasolini sembra aver fatto negli ultimi mesi della sua vita, durante la stesura di Petrolio, potrebbe essere stato un modo per porsi volontariamente come bersaglio di una probabile reazione violenta. Sto azzardando? Forse sì. Resta il contributo di Zigaina e dei suoi libri dedicati alla morte di Pasolini. E li non vedo azzardi.

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