mercoledì 28 novembre 2012

Tipico post che ho, in genere, in massimo dispregio: la fatale assenza di oggettive alternative.

La visione romantica dell'amicizia tipica dell'adolescenza è in me, fortunatamente, dissolta.
Le idee tronfie, talvolta retoriche, eroiche ed estetizzanti o, peggio, ingenuamente lungimiranti, sono finalmente evaporate nel grande nulla, che è anche il posto che spetta loro di diritto.
"Fortunatamente", sottolineo, perché per esprimere alta amicizia bisogna conoscere gli uomini e solo dopo aver accumulato abbastanza esperienze nella loro frequentazione, si potrà comprendere quanta compatibilità esista tra le rispettive anime, sì da consentirne la preziosa accoglienza.
 
Senza profonda compatibilità nessuna amicizia sarà mai tale. Ecco la ragione per cui mi è estranea la tanto auspicata sensazione di appagata rilassatezza dell'anima che favoleggio tipica di chi può annoverare la presenza di un'amicizia assoluta tra le proprie certezze di vita.
La prima e più pregnante discriminante tra me e coloro che vorrei amici sta nella priorità dei rispettivi desideri, che fa di solito propendere i loro decisamente per l'attesa di un qualche amore tutto privato che li sfinisca nell'ansia sentimentale e che li renderà sordi e ciechi a qualsiasi altro rapporto intenso e non morboso.
 
Sarà che di quegli amori lì io non ne sono più capace, dato che ho ormai esaurito interamente la forza e la pietà di puntualmente seppellirli.
 

venerdì 23 novembre 2012

Memorie dalla tana.

Delle tre una:
 
quello lì, magro ed alto, né giovane né vecchio, dai capelli brizzolati né lunghi né corti, né ricci né lisci, vestito di scuro, né nero né blue notte né grigio perla, solitario come un lupo della steppa né affamato né sazio; quello lì, dalla faccia né allegra né triste, che cammina lentamente in perfetta linea retta lungo gli spaziosi marciapiedi del Parco con un libro in mano, esattamente come l'immaginazione comune vuole immaginare il prete che legge il breviario in profonda concentrazione, che non s'avvede di nessuno e niente, non avverte la presenza dei suoi simili che lo incrociano e non si distrae né ad un abbaio di cane né ad una voce né al risuonar di passi, è di certo:
 
- veramente un prete, ma senza sottane, catturato totalmente dal suo medium con il dio: Bibbia, Talmud, Marx, Bakunin;
- un misantropo altezzoso e spocchioso, pieno di livore represso, farcito di intellettualismi preconfezionati, sinceramente persuaso della sua superiorità rispetto agli altri, tanto da considerarli invisibili, irrilevanti ed inesistenti;
- uno che sembra esserci ma non c'è più.

Vieni via, Neve: non scodinzolargli così, non offrirgli tanto gratuitamente lo splendore di quelle tue due perle nere d'occhi, ché probabilmente non merita in nessun modo il tuo affetto gioioso incondizionato. O non lo so. E poi non ti vede.

*
 
 

Devo confessare di averne abbastanza di un sacco di faccende: di quasi tutte le persone scostanti e sfuggenti che conosco ed anche di quelle che non conosco, di un sacco di parole mendaci, di cui ci si innamora in modo effimero nel pronunciarle, dei labili motivi per cui la gente usa soffrire e di come facilmente minimizzi i dolori degli altri.
Se non fosse che perfino quest'ultimo guizzo richiederebbe energie di cui sono ancora disperatamente in sofferenza, vorrei saper sparire idealmente, almeno di tanto in tanto, come il lettore misterioso camminante nel parco. E' davvero magistralmente bravo nel sottrarsi, nel non esserci per il mondo  purtuttavia essendoci, nell'emanare calma e lentezza: quasi lo eleggo a modello; come fa?

Magari quell'incedere così raccolto e discreto, che sconfessa ed umilia la nostra perenne velleità di presenziare nel mondo e dire -a tutti i costi declamare o parteggiare-, e schierarsi in una qualsiasi fazione con l'illusoria convinzione d'avere un'opinione sì da rendere ficcante la nostra personalità, è il sintomo di un raggiunto equilibrio, anche se non necessariamente felice, e, soprattutto, di una conciliazione con sé stessi.
Per questo sulle prime mi ha irritata: in realtà, se il suo stato corrispondesse a queste mie arbitrarie supposizioni, lo invidierei un po'.
Naturalmente sono soltanto fantasie, ché io se non sogno muoio.

Mi chiedo, però, se non sia esattamente questo il solo rifugio possibile all'oggettiva malattia, l'alienazione, di cui i più consapevoli soffrono.

E pensare che basterebbero un po' di coraggio e l'autentica attitudine ad amare senza meschine cautele ad illuminare le pareti delle nostre tane.

 

domenica 18 novembre 2012

Atipico esercizio di training autogeno di di-sperata

Bisogna imparare l'abilità di lasciar coesistere in sé l'eventuale impeto naturale ad accordare fiducia, senza obnubilarne la sincera freschezza e la spontanea disposizione ad accogliere, e la lucida rassegnata attesa del momento in cui  sarà evidente -perché fatale-, che concederla ed esercitarla non basta comunque a sancire affinità elettive o speculare affetto.
Dev'essere un dono fatto con la più limpida unilateralità, totalmente disinteressato dei suoi effetti.
E' vero che ho concesso la mia totale fiducia al novantapercento delle persone con cui mi sono relazionata; è vero che, di queste, l'ottantapercento l'ha tradita; è vero che non cambierò mai comunque.

A ben pensarci, nell'uso comune 'dono' è lemma dall'accezione comunque mercantile, anche quando non presupponga scambio di beni materiali, e nel contempo, inoltre, quando investito di spiritualità, ha sapore mielosamente religioso, cosa che -nell'inequivocabile deriva ipocrita e strumentale che caratterizza le religioni- mi consiglia di sostituirlo piuttosto con il più lato e sano 'accoglienza'.

Sta bene, allora: di natura, attraverso un meccanismo che si avvia da sé spontaneamente, io, caparbiamente, accolgo.
Potrei poi, talvolta, anche raccogliere, se non che, per ora, non ho più le energie sufficienti ad affrontare le ulteriori complicazioni della conseguente restituzione.

D'altronde, aver voglia di abbandonarsi all'assenza di tensione, pregiudizio, cautela e timore -che mille supposizioni e calcoli possibili sopra il sedicente merito dell'oggetto da accogliere comporterebbero-, è anche espressione contemporaneamente di forza e libertà.
Per me l'esercizio della libertà almeno metafisica è autentica questione di sopravvivenza.
Così io mi muovo: talvolta accogliendo, con clamoroso errore, anche l'intruso immeritevole. Ciò che conta è saperlo poi mettere alla porta senza esitazioni.

Infatti è altamente assurdo occuparsi degli effetti delle nostre determinazioni oppure del loro ritorno in termini di guadagno anche immateriale.
Ma a che cosa può mai condurre una vita di prudente prevenzione? E' ridicolo, perché noi morremo e se c'è una certezza inoppugnabile è questa.

Sulle affinità elettive -piuttosto- disse mirabilmente un poeta romantico, ed io ormai non acconsentirei più ad ammettere la mia indole romantica neanche sotto tortura.
Perciò, non le credo più possibili, giacché quassù, su questa crosta arida e brulla di strada metropolitana, perfino l'esatta interpretazione di un semplice sorriso è strumentalizzata dal bisogno indotto che possa condurre o servire a qualcosa, fosse anche cosa molto personale ed intima.

Così ci vorrà ulteriore follia ad abbandonarsi alla fiducia illimitata, esercitarla in modo cosmico e trasparente anche quando si è frantumati nell'anima, vivere ogni momento come se fosse l'ultimo. Tanto, prima o poi, lo sarà davvero.



 

domenica 11 novembre 2012

Non odo parole umane.



Rappresentare, entrare nell'allegoria così decisamente, con tale e tanta partecipazione, da sperare in una salvezza del tutto improbabile nei giorni a venire, in un riscatto.
La vita è tutta dentro, ormai, ricacciata dietro l'ultimo bastione, protetta da tutte quelle parole che scivolano: parole leggere.
No, noi non saremo davvero mai capaci di resistere a lungo in bilico sulle macerie di troppi sogni, né di accettare un perenne equilibrismo tra potenzialità frustrate o dimenticate e squallore di un vivere pieno di impedimenti e rinunce.
E' imperdonabile l'essersi lasciati scippare così la vita.
 
 
 
 
 

mercoledì 7 novembre 2012

Respiro

Ad occhio nudo, dal terrazzino di casa,. il sentierino stretto ed irregolare era a tratti visibile. Lo si indovinava serpeggiare verso l'alto fino alla coppia di abeti, poderosi e centenari, che costituivano la porta del bosco.
La giovane donna vi saliva quotidianamente, ogni volta con identica  lieve apprensione, come se quello che udiva riecheggiare puntualmente in sé fosse un richiamo di cui ancora, nonostante gli anni di frequentazione del luogo, non potesse interpretare pienamente il messaggio, intuendone però l'assoluta necessità ed impellenza.
Ed infatti, quella singolare eco scaturiva da anfratti misteriosi di una memoria che forse non era soltanto sua, ma era appartenuta a molti altri prima di lei, come reminescenza di un patrimonio condiviso.
 
Quella sera, le successe qualcosa di mai accaduto prima.
Le capitò, eccezionalmente, sorprendentemente, di respirare.


Prima di farne quell'esperienza precisa mai vi aveva posto attenzione e mai ne aveva avuto una percezione tanto viva ed assoluta.

Fu dopo essersi inerpicata per il sentierino e varcata la soglia, accolta da faggi lisci, argentei ed imponenti, rugosi larici ed abeti, felci, ginepri e noccioli, arbusti di mirtilli e piantine di fragole, odore di muschio e paniche fragranze resinose, che avvenne quella sorta di sequestro di ogni altra consapevolezza e senso che le permise di sperimentare, per la prima volta, il suo stesso respiro.
L'accadimento fu talmente stupefacente, per lei, che si ritrovò senza quasi averne coscienza a correre leggera sul prato, a braccia aperte, come per spiccare il volo.
Se è dato, ad un umano,  provare per un solo istante la felicità perfetta, essa deve essere  simile a quella: cosmica e leggera, e nel contempo immobile ed in attesa, come un prezioso fiore che voglia essere colto.

Ebbene: non esiste gioia più completa, né piacere estemporaneo altrettanto gratificante, del raggiungere, grazie ad una particolare condizione di armonia interiore, una sorta di sintonizzazione del proprio respiro con quello dell'ambiente circostante, se naturale, ameno, e mite.

C'è chi annovera tra i ricordi più cari gli eventi classici del vivere sociale, qualche riconoscimento, qualche amore, una nascita, ma lei continuò invece a porre questo episodio come una sorta di rivelazione, un sussurro confidenziale e specialissimo ricevuto, forse non immeritatamente.

Perché non si respira soltanto aria, soltanto ossigeno, ma anche armonia: energia diffusa, che abita ovunque, che rigenera, che vivifica, ma ciò che lo permette è l'assenza di conflitto e dolore acuto dentro sé:  dolori e conflitti  che schiacciano il petto e comprimono l'attitudine ad accogliere.

I dolori, puntualmente, insistentemente, la raggiunsero presto, perché il suo successivo vivere non fu un passeggiare, e lei smise di respirare, poi, limitandosi a permettere, suo malgrado, che l'automatismo pneumatico della sua macchina-corpo la tenesse semplicemente in vita.

***


Non si respira più, non si respira mai.

Questa incresciosa corsa alla sopravvivenza, giorno dopo giorno, lo impedisce ed inesorabilmente ammala.
Il rivoltante denaro che non hai che misura la tua libertà, la certezza che sia tutto perduto, i tuoi simili così dissimili, l'essere esule e ciononostante a casa, sradicata, oscenamente sola o approcciata da chi aspetta sempre corrispettivo, avvolta in un sistema civile ed economico privo di etica e gentilezza, senz'amore né più vera fantasia: ansiogeno sopravviversi.

Parlare attraverso la tastiera, sorridere ad un monitor, sapere che ai più basta e piace, rendersi bastevoli le stesse proprie  interpretazioni meno drastiche, per illudersi che gli uomini non siano troppo orribili e lontani: è malinconia.


 

domenica 4 novembre 2012

Luna storta

La Noia è la più ovvia reazione ad un protratto malessere esistenziale generico e generale, alla reiterata disillusione dei progetti più delicati e puliti di una vita, puntualmente e miseramente falliti per oggettiva impossibilità di realizzazione. D'altronde, se è oggettivamente ugualmente poco saggio sperare ed illudersi nel mentre la realtà pesa come un macigno che schianta il petto  nella più assoluta assenza d'alternativa, è comunque vero che speranza ed illusione sono inevitabili ed indispensabili alla sopravvivenza delle anime ipersensibili, per lo meno se il subconscio sia deciso a procrastinare ancora un po' il suicidio.
 
La Noia è il mio 'anti-Godot' per antonomasia:  non l'aspettavo affatto,  ma arriva puntualmente lo stesso, e sempre in versione straziante, se non addirittura aggressiva, con effetti virulenti su ogni parola, azione, fatto e perfino pensiero, altrui e finanche miei.

Ogni tanto Candide ci riprova. Se almeno anche quelle due o tre anime in cui, con dolorosa sofferta cernita dopo una vita di empirici responsi, ho di nuovo e del tutto unilateralmente riposto l'ultimo residuo di fiducia e timida speranza, non riuscissero a recarmene anch'esse la loro puntuale dose, il panorama esistenziale potrebbe ancora riservare qualche dolce e confortante sorpresa. D'accordo: immaginifica, ma confortante; altamente improbabile, ma non completamente impossibile.

Ma non lo so davvero, né ci credo più di tanto: in realtà pure questo stesso costante dubbio non è che una delle tante versioni della potente Noia Madre la cui sostanziale lezione, per l'umano, è la seguente: "Sei nulla, gli altri son nulla, le parole fuggono e ti lasciano soltanto la loro stessa ombra; non hai niente, non saprai mai niente, non darai, non riceverai, ma, soltanto, penserai di dare e ti parrà di ricevere, mentre invece state tutti stritolati in mortificanti cliché, perdipiù effimeri. Sei ridicolo, lo siete tutti quanti, ed io vi schiaccio quando voglio."
 
Dopo un ragionevole numero di eclatanti smacchi, talvolta così ravvicinati nel tempo da indurmi a chiedermi se io non sia mai un magnete inconsapevole e potente per l'altrui ipocrisia e soprattutto per l'orrenda altrui ignavia, dovrei desistere decisamente da ulteriori prove, se non che pure la tattica auto-dissuasoria mi dà pesante ed intollerabile noia. In fin dei conti, se non fingo almeno di credere vero qualcosa, perdo anche la possibilità d'essere.

In conseguenza di tale ultima logica considerazione, un umano -pur disgustato da tutto e tutti e da sé stesso- altro non può fare che cavalcare a grandi linee il Grande Infingimento, oppure auto-sopprimersi, oppure sostenere la realtà con l'opportuno distacco ed optare per l'osservazione impassibile di grandi eventi o di fatterelli privati, smascellandosi di sbadigli.

(Uno dei miei rarissimi amici - della categoria 'fluttuantinonhocapitobeneperché'- se ora mi legge sta pensando "un altro post pieno di 'morenismi' che mi lasciano perplesso: lei insiste ed insiste con il voler afferrare la verità delle verità, nonostante le abbia mille volte spiegato che la verità è un'opinione.")

Solo che io non so come si faccia a vivere in precarietà di significati e pretesti: mi tengo l'orrenda Noia, ché nulla sa di compromessi ed espedienti. Almeno è sincera. La mia noia inossidabile resta l'unica cosa di cui vantare certezza, tra tante chiacchiere, manfrine, promesse, dimenticanze, rumori, ebetaggini, presunzione, sommamente bugiardi.