lunedì 25 giugno 2012

Flanerie

Le esperienze, l’osservazione e questa quasi-senilità mi suggeriscono che quanto più si declama ed afferma qualche opinione, tanto più aumenta la circostanza che il principio e l’asserzione relativi rimangano o siano stati sempre intangibili.
Intendo dire che anche quest’altro adagio popolare (“si predica bene e si razzola male”) è perfettamente congruo.
Per esempio, ho incontrato molto più bigottismo e conformismo, di fatto, nei teorici libertari (nell’accezione più generica ed ampia del termine) che nei conservatori dichiarati: sarà il bisogno di compensazione, sarà il gioco delle maschere, sarà che il desiderio comunque travalica sempre realtà e verità e riteniamo più d’essere ciò che ci immaginiamo anziché ciò che alla fin fine –o solamente- siamo, sarà che il novanta percento delle affermazioni che si fanno illudono innanzitutto sé stessi di possedere un volto definito, mimeticamente e spesso inconsapevolmente  scelto.

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Credo d’essere ossessionata dalla purezza.
Sta bene: lo ammetto. Ma non è una crociata ideale, nel mio caso: resta un espediente alla ricerca del benessere.
Non è uno splendido sogno lo scambio in purezza d’intenti?
So anche che ciò reca imbarazzo ai miei amici, e che forse è la cagione delle loro defezioni. Ma se io ho tollerato le loro contraddizioni, le frequenti cadute di stile, la deprimente volgarità di qualche loro pensiero e la loro incapacità di esercitare la vera compassione, amandoli lo stesso, loro avrebbero potuto capire che il mio è anche il solo modo che conosca per non farmi inghiottire dall’ ombra del nulla  che mi alita alle spalle da sempre o  spesso se ne sta lì appollaiato come un sinistro pingue avvoltoio e diventa minaccioso non appena le parole si svuotano e stanno a litigare con i fatti.

*


Ma ora non importa.
Ho appena sorseggiato uno spritz sgranocchiando patatine e conversando piacevolmente con un caro amico, ho appena scambiato uno dei tanti sogni –viaggiare in un’atmosfera di flanerie per il Bel Paese-, perfettamente condiviso, ho avuto la mia dose di speranza nelle anime belle, nelle rare intelligenze, nell’ amicizia, nella potenzialità dell’amore, ho appena neutralizzato –grazie all’ebbrezza leggera- la pesantezza della mia realtà.
Torno ora dall’escursione cosmica e breve: sono sempre io, grata a me stessa d’esserci. Nonostante.

mercoledì 20 giugno 2012

Quanto strepito per nulla.

Mica è da tutti saper tutto della disperazione, esserci di casa, sprofondati, avviluppati, avvinghiati.
Nossignori no.
Ci vuole una certa abilità, un preciso talento, una specialissima attitudine.
Costoro meriterebbero una certa simpatia, un certo rispetto, se non fosse che pure l'altrui rispetto è comunque inefficace a recar loro sollievo.
Già: a che serve, in fondo? E' irrilevante. Non c'è traccia di vanità nel disperato: egli sta ad un passo dalla fossa.
Bisogna anche guardarla dritta dritta nell'iride e, quando il coraggio è affinato sì tanto da non più  trasecolare nel farlo, da non provocare tremore e timore, da non soccombervi, quando -miracolosamente- ne esci comunque, almeno temporaneamente, viva, è a quel punto che la puoi dissezionare, come fosse proprio quel cadavere di ogni speranza che essa effettivamente, nella sua limpida natura, è.

Un'operazione interessante. Istruttiva. scientifica.
Rende smaglianti e lucidi, atrocemente nichilisti, terribilmente onesti, violentemente sinceri.
Ciò che  consente di scoprire è che ogni speranza puntualmente muore perchè puntualmente la si ripone, direttamente od indirettamente, sugli altri, sugli agognati simili, sulle persone.
Questa è una cosa di cui probabilmente nessuno può fare a meno.
Ma ciascuno di quegli altri, a sua volta, attende che venga onorata la sua parcella di desideri.
Un titanico cozzo di egoismi, il cui esito è la reciproca delusione.
Nada y pues nada, dunque, si raccoglie in vita, e non c'è modo d'impararlo una volta per tutte: ci si ricasca in un eterno patetico automatismo.
Va così, in amicizia o in amore, in qualsiasi incontro, in qualsiasi altro scambio: sordi che, vanamente, si raccontano sogni che l'altro non può udire.

Quanto strepito per nulla.

Fa niente, va'. Intanto prendo quest'ascensore. Stanotte mi va d'andare in Paradiso.






venerdì 15 giugno 2012

L'alieno

Nelle anticamere dei dentisti si accresce –è noto- il bagaglio di informazioni scientifiche che poi gettano nel più totale caos l’impalcatura di precedenti certezze o pregiudizi che tanto supportano la fatica del vivere.
In suddetti locali, infatti, il portariviste non difetta mai della pubblicazione ‘Focus’, la quale si rivolge ad un pubblico da patinata, sì, ma pur sempre curioso.

Così, lo scorso lunedì mattina, in nervosa attesa, ho liberamente optato per la lettura di suddetta rivista, che stava tra un ‘Quattroruote’, ‘Gioia’, ‘Casabella’ e ‘Panorama’, e mi sono imbattuta in un articolo in tema di teorie neuroscientifiche  che mi ha costretta a riconsiderare per l’ennesima volta la questione della libertà di scelta.

Quella della libera arbitrarietà dell’ umano non è mica una trovata di Sartre, quel nostro amatissimo guru dell’esistenzialismo; no, davvero no: non è la moderna filosofia della mente a contenere i prodromi della libertà umana. Il ‘libero arbitrio’ è il principale atto d’imputazione biblico per cui si finisce ad arrostire all’inferno, ed è anche –per mezzo di meccanismi alquanto complessi- il responsabile delle estenuanti reincarnazioni imposte dalla legge del Kharma, nonché, per dirla sbrigativamente, la ragione, in genere,  per cui le carceri sono iper-affollate.


Gli studi sul funzionamento del cervello e le nuove  avanzate tecniche di monitorarne le diverse aree, sono sempre più sofisticate e precise, tant’è che ciò che si riteneva esaustivamente osservato e dedotto oggi, domani potrebbe essere rivisitato a causa di un infinitesimo particolare, che si gioca in qualche frazione di secondo, prima sfuggito.  La cosa potrebbe risultare rivoluzionaria, talmente rivoluzionaria da svellere importanti teorie.
In poche e sempliciotte parole potrei sintetizzare così ciò che uno scienziato ritiene di avere scoperto: non compiamo un’azione o una scelta in forza ed in dipendenza di un processo cosciente, ma il nostro cervello, per suo conto, l’ha fatto prima (qualche secondo prima)  che queste affiorino alla stessa nostra coscienza.

Che fregatura.
Essere abitati e determinati da un alieno.
Chissà chi è il cervello che è in noi.
Che vuole, con quali criteri opera, che cosa –esattamente- lo fa muovere se non è la nostra precisa volontà a farlo, perché.
Se è il determinismo (per sua stessa natura insondabile) a comandarci, noi umani non sappiamo ancora nulla di noi stessi e perdiamo qualsiasi possibilità di interpretare in qualche modo la vita.

La faccenda ha dei risvolti semplicemente mostruosi e grotteschi. Nessun assassino, stupratore, pedofilo, stragista, mafioso, e via così con gli umani tipi di feccia, ma anche nessun amore, nessun atto di bene e di bellezza, è causa o frutto di ciò che convenzionalmente diciamo ‘scelta’.
Né colpe né meriti.
C’è da sfiorare la pazzia, a pensarlo, perché a togliere quei due tre puntelli condivisi su cui si regge il mondo, primo di tutti il dualismo Bene-Male, noi si precipita nella più dolorosa e crudele inconsistenza.
 Avrei dovuto leggere la rivista d’architettura, avrei, perché io adoro le case, anzi lui, lui l'alieno, ne va letteralmente matto.


(Ho trovato, in Internet, questo: http://www.fondazionebassetti.org/it/focus/2012/06/le_neuroscienze_a_padova_repor.html , che non è ciò che ho letto, ma aiuta...)

venerdì 8 giugno 2012

Dei politici, dei giornalisti, degli opinionisti, del pretame, dei filosofastri e simili

Hanno  una certa idea di sé stessi, come un disegno, come una mappa. Intima. Morbosa. Ininfluenzabile. Caparbia, tenacissima, il più delle volte supponente. Non esiste confronto, dialogo, neppure se condotto cuore a cuore con l’amico che amano, con il fratello, da gene a gene, con chi li adora –e la loro vanità ne è sedotta-, in grado di intaccare il monolite di quell’immagine interiore auto-referenziale. Per questo il dialogo con loro è fittizio ed improduttivo e nessuna connessione emotiva può riuscire: scivola via come olio su superficie liscia verticale.
Non ‘loro’ soltanto, no: anch’io –probabilmente-, anche gli altri, tutti noi.

Tra di loro c’è  sempre qualcuno che, ostinatamente, pensa d’essere investito di una suprema missione –alta, rivoluzionaria, definitiva- per cui egli, toccato dal dono della Vista, non più obnubilato, non più manipolato dal lurido Sistema, comunicherà ai suoi adepti il segreto della felicità.
E’ un’illusione, l’ennesima.

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C’è un signore –un artista, un ‘creativo’- che sostiene pubblicamente che lavorare  è un delitto per un essere umano dato che questi ha una sola piccola e breve vita da vivere.

Beh, ha assolutamente ragione, è ovvio: esiste qualcuno di sufficientemente lucido ed intellettualmente onesto che possa negare che la partecipazione a questa società presuppone l’accettazione a venire letteralmente schiavizzati e depredati del proprio prezioso tempo e del proprio unico vero diritto umano, che è, alla resa dei conti, quello d’essere felici, o, almeno, di provare ad esserlo?

Lui sostiene che si dovrebbe lavorare al massimo tre ore al giorno, guadagnare (Tutti? E come? Ed il datore di lavoro ci sta?) mille euro al mese, vivere nel modo meno dispendioso possibile, facendosi bastare una stanza ed un po’ di buon (buon!) cibo, e poi dedicarsi all’incontro di centinaia di esseri umani. Prendere voli a basso costo e girare un po’ di capitali. Poi parlare, arricchire lo spirito, cercare affinità, ‘scegliere’ finalmente tra tante possibilità oggettive gli amici, gli amori.

Lo scrive davvero, non è una mia invenzione.
Consigliare a chi si trova in condizioni particolari di fragilità emotiva o forse anche pure di disperazione di mettersi in viaggio per razionalizzare un’utopia, andando letteralmente allo sbaraglio, è pericoloso tanto quanto  un qualsiasi integralismo religioso.
Ergo: nessuno dovrebbe mai dire che fare a nessun altro: l’altro potrebbe farlo.

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Ma non esiste felicità trasmissibile, nessuna.
I pseudo-guru sono tutti degli affabulatori più o meno raffinati, talvolta in buonafede, più spesso però mossi da grande ambizione: immagino che la sensazione di esercitare un qualche potere possa essere esaltante ed arrechi un dilatante orgasmico piacere.
Ma che gusto c’è a collezionare consensi da una mandria?
I pseudo-guru sono tanti. Conoscono l’arte della parola, sono ottimi comunicatori, il che non implica affatto che posseggano anche spessore umanistico e tersa filantropia. Operano nei più vari settori e mentono sistematicamente.  Lo fanno in politica, nelle scuole, nelle famiglie, nelle comunità.
Diffidare. Diffidare sempre e comunque dai taumaturghi: l’ultimo che ha fatto miracoli l’hanno appeso con chiodi ad una croce.



lunedì 4 giugno 2012

Amaro e risibile.

Ardita e tenera a quattro anni.
"È dentro noi un fanciullino  che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora. [...]" (G.Pascoli)

La mia fanciullina usa ripresentarsi -quando le pare- al mio cospetto con una risata scrosciante, cogliendomi spesso di sorpresa e talvolta in modo decisamente imbarazzante. Eppure, nella sostanza delle attuali circostanze della mia esistenza ben poco serena, non ci sarebbe davvero nulla di cui ridere, e se pure la mia vita fosse piena di garanzie ed armonia, beh, non sarebbe in fondo affatto ancora legittimata a ridere, data la sofferenza che comunque inonda sempre qualcun altro e che -non so come dirlo senza sembrare un prete in malafede- appartiene a tutti e tutti ci riguarda, pur se non lo si conosce.
Ma lei ride nonostante le innumerevoli ragioni di pianto, suppergiù allo stesso modo in cui molti vivono ed amano disperatamente la vita nonostante essa sia sempre nell'esito, e molto spesso anche nel suo sviluppo, tragica.

Ho scambiato spesso -forse fino a questo preciso istante-, la sua allegria per superiore ed incorrotto contatto con un ipotetico trionfo della bellezza nel cosmo che la bambina sa  percepire, un'espressione trionfante di appartenenza, una sorta di sapienza primigenia e dionisiaca, prima di capire che no, che non si tratta affatto di questo, che siffatte supposizioni sono frutto di un'immagine viziosa ed un po' morbosa, di un certo attaccamento ad una certa malattia da intellettuale decadente, sempre tendente a porsi al centro di un universo che, invece, può agevolmente fare a meno di lui e della cui eventuale sparizione non s'accorgerebbe affatto, né si dorrebbe, tanta è la sua indifferenza e la sua assoluta neutralità.

La fanciulla, in realtà, ride di me.
Lei trova ridicolo il mio annaspare alla ricerca del soddisfacimento di un supponente e totalmente arbitrario diritto alla felicità, ma anche la sottaciuta pretesa che i fatti più dolenti della vita generino in sé e per sé un significato degno di nota, un credito riscuotibile, prima o poi, in qualche tribunale equanime e metafisico.
Ma da chi? Manca la sottoscrizione di un debitore, la controparte è assente, più che latitante.

Come la Storia si stacca dal mito, le nostre vite abbandonano il fanciullo, ed entrambe reincontrano le loro rispettive premesse a tempo irrimediabilmente scaduto.

Non è il tutto un po' amaro ma risibile?