lunedì 24 dicembre 2012

Pensiero di notte, dall'abbaino, la vigilia del consueto niente.

Scrivo sempre meno e mi dispiace per i pochi ma preziosi amici elettivi cui posso dare solo le parole quali surrogato di presenza. Io me li porto lo stesso nel cuore, ma loro come possono supporlo, se anche il segno linguistico scompare?
Questa mia vita è immane dispendio di forze, mio malgrado, e pur in assenza di ragionevoli speranze di sbocco.
Il mondo, là sotto, s'è particolarmente imbruttito: nella debolezza dell'affaticamento l'immagine si deturpa, oppure, al contrario, la vista si fa selettiva e disvela l'orrore.
 
I messaggi esterni convergono, tutti, verso il grande raduno del brutto, nel consueto infingimento annuale cui non si sottrae neppure chi l'ha preventivamente irriso con sarcasmo e la solita, ma sedicente, arguzia.
Ma è doveroso - immagino che sia - accontentare sempre qualcun altro, acconsentire alle sue fantasie, alle sue pietose menzogne: al diavolo il principio della non contraddizione!
 
Loro si piacciono così, pieni di sfaccettature stridenti, evidentemente conciliabilissime tra chi sa stare a galla comunque tra tanti dire che smentiscono irrimediabilmente il fare, propensi all'auto-buonismo ed all'indulgenza. Creature miti e mutevoli, sostanzialmente flaccide.
Certo non aspirano a cambiare il mondo, non davvero, no: soltanto per celia, per noia, per posa: rivoluzioni in digitale, farfugliamenti gratuiti, e poi, la tacchinella al forno. Cin-cin, buon natale.
 
Si sopporta qualsiasi cosa, tranne forse la defezione di chi si amava, il tradimento delle idee.
Ma che cosa è più grave ed odioso: amare chi in troppi modi sancisce la propria indegnità ad essere oggetto d'amore, o la defezione stessa?
 
 

domenica 16 dicembre 2012

Etica delle etiche

Quanto è istruttivo riflettere su noi stessi, e quant'è utile l'osservazione priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo/passionale dei propri simili: risulterà propedeutico a alleggerirsi da tutto ciò che costituisce incrostazione ed espediente. (Ah: io adoro la pulizia!)

Bisogna essere implacabili, severissimi, se ciò che preme è incamminarsi verso un'approssimazione di verità. Si tratta di una partita tutta personale, in cui non c'è nulla da vincere di tradizionalmente mercantile, ma la cui posta è comunque preziosa per chi ha in noia le contraddizioni.
Contraddirsi è un prender tempo, nell'inconsapevole ingenuità del dimenticare che siamo meccanismi a termine.
 
E' stupefacente guardarci vivere, anche quando è drammatico.
Non c'è, oggettivamente, limite alcuno agli alibi che concediamo a noi stessi, in particolar modo quando sono in ballo quei pochi capisaldi teorici e talvolta perfino  cervellotici che paiono fondamentali a mantenere una certa consapevolezza di sé.

Innumerevoli volte ho ascoltato i pretesti di chi assolve non soltanto le sue stesse debolezze, ma anche le cose palesemente sbagliate.
"Siamo solo umani", si dicono, mi dicono.
"La vanità? Non è grave" aggiungono, "tutti aspiriamo ad emergere, a prevalere, ad affermarci, ad imporci al mondo, al piacere: è un pietoso tentativo di sconfiggere la morte"
"La doppiezza? Prassi comune, spesso tecnica di sopravvivenza" sostengono.
"L'individualismo, la sete di potere, l'egoismo, il narcisimo? Umanissimi, normali elementi umani".

Ogni cosa è concessa, così come il suo esatto contrario. L'etica è una libera illazione. Ci sono infinite etiche.
L'etica delle etiche sta nell'accettazione che non esiste una sola etica.

Chi tenta di uscire dall'approssimazione, dall'aleatorietà, è dannato; chi cerca l' athanor ove riforgiare il più autentico sé stesso è un sacro pazzo.

*
 
Ci sono dei momenti in cui mi servirebbe disperatamente fare il punto della mia vita, per fornirle una base di equilibrio qualsiasi, epperò non posso.

Non posso perché, se pure addivenissi ad una qualsiasi decisione, se pure ne trovassi uno dei bandoli, sì da sperare poi di dipanare l'intera matassa, non potrei in alcun modo evitare di inciampare nei numerosi nodi di cui è disseminata e che mi sono estranei e indisponibili come, ad esempio, gli altri umani, senza i quali io non avrei potuto vivere affatto.
Ciò è sconfortante e fortemente dissuasorio, perché quel che mi è davvero chiaro e che mi pare inconfutabilmente vero è che io, quegli altri, non li capisco, non li ho capiti al tempo, e non li capirò mai.
Se così non fosse non patirei tanto disagio nell'osservare le loro azioni ed il loro stile d'essere, così noncurante dello stato di pulizia di quelle stesse loro anime.

Queste parole, cacciatrici di un punto, si guardano stupefatte, conscie di non trasmettere il messaggio che rimane, per sua origine e fine, eternamente incomunicabile.

*


 

sabato 8 dicembre 2012

Dolore che respira

Non so che cosa esattamente la inneschi e perché avvenga in quel determinato momento, ma ad un certo punto arriva come una folgore lasciandoti meravigliata e purtuttavia impietrita.
Pare un'arcana sentenza che esula dallo strepito  e dal ronzìo di questo piccolo mondo.
 
Sarà che l'atmosfera algida innevata, con la sua suggestione ottundente ed un po' stupefatta, l'ha invitata a disvelarsi senza più reticenze ed inutili riguardi per la tua fragile ma oggettivamente inutile sensibilità d'umana che alimenta sempre ridicole speranze ed illusioni, ma il tuo risveglio è stato un aprire gli occhi alla verità.
 
Ed allora sai che non hai più niente di quello che ti illudevi d'avere. Sai che sono scomparsi definitivamente padre, madre, figlio, amore, amici.
Sai di non averli avuti mai, perché tu hai preferito un'Idea olimpica alla lordura dei compromessi del vivere, all'inganno delle parole facili.
Sai di meritare esattamente il niente che possiedi, e che ogni cosa è giusta.
Sai d'essere innocente, e sai che non ha alcuna importanza.
 
Chi sei, dunque, adesso?
Sei il sunto dei tuoi dolori. Risplende come il bianco abbagliante sui tetti, in un silenzio sovrano.
 
Tu sei dolore che respira, in quest'inattaccabile solitudine.

lunedì 3 dicembre 2012

Contrari

Nei rapporti infraumani i contrari si respingono, talvolta dopo essersi perfino attratti in effimere occasioni fortuite.
Ciò è fatale, sommamente ragionevole ed abbastanza ovvio.
Quel che mi lascia perplessa, semmai -quel che rimane sostanzialmente un arcano-, è cosa determini l'attrazione iniziale, dato che essa risulta essere tanto fluidamente votata alla repentina e ragionevole fine.

A ben pensarci, la diretta responsabile della temporanea infatuazione verso un contrario altro non è che la speranza, affiancata all'oggettiva maggiore facilità di incontrare soggetti da noi dissimili piuttosto che affini .
La speranza è coadiuvante dell'insopprimibile istinto a permanere in esistenza e molto spesso, per quelli come me -ammesso che ce ne sia qualcuno da qualche parte, ma mi affido comunque ad un calcolo probabilistico-, è anche contemporaneamente un efficace metodo di sopravvivenza, a patto che non sia però completamente disvelato a sé stessi.
Una volta smascherato l'espediente, infatti, esso perde irrimediabilmente quella vitale funzione.

Che un oggetto si riveli contrario alla nostra indole non è sempre di immediata intuizione: noi umani siamo esseri dialettici, in fin dei conti -o lo siamo diventati quando il nostro stesso ego ha preso decisamente il sopravvento-, e nell'esercizio dialettico siamo quasi sempre talmente assorbiti dall'intento di spiegarci e lasciar emergere il nostro io, da avvederci, sulle prime, davvero molto poco di quello altrui.
Quando succede, alla fine, ci rendiamo anche conto d'aver 'accolto' in noi il contrario, e ne ricaviamo una mortificante delusione, troppo spesso cocentemente dolorosa.

Perché, insomma, non c'è scampo: pur essendo la solitudine, in special modo interiore, la realtà prima ed ultima di ciascuno di noi, e pur essendo tragicamente inconfutabile che quanto più atterrisce un umano è l'orrore del vuoto, la sola reazione possibile sta nella ricerca e nell'accoglienza dell'altro che ci fornisce suo malgrado la certezza d'essere. Quasi mai ci avvediamo di quanto egli non sia che uno strumento per la nostra sopravvivenza e quasi mai, nell'urgenza del vivere, ci accorgiamo di quanto, nella sua indole, egli sia così spesso contrario -e perciò alla fine detestabile- alla nostra.

*
 
Contrari alla mia indole il cinismo, la disonestà, la scaltra approssimazione, l'opportunismo ed il freddo calcolo rapace della politica, ma anche di qualunque posizione fideistica. Soluzione: solitaria  limpida anarchia;
e contraria, decisamente, l'enunciazione di Valori smentiti ininterrottamente dalle scelte pratiche effettuate nella propria vita;
e contraria  la profferta di sentimenti di cui non si è capaci e di amicizia di cui si ha un'idea utilitaristica miserabile e squallida;
e contrarie, massimamente, la fragilità e la debolezza d'anima.
Mi è contrario il mondo. Quale malinconia.

*
 



 
 

mercoledì 28 novembre 2012

Tipico post che ho, in genere, in massimo dispregio: la fatale assenza di oggettive alternative.

La visione romantica dell'amicizia tipica dell'adolescenza è in me, fortunatamente, dissolta.
Le idee tronfie, talvolta retoriche, eroiche ed estetizzanti o, peggio, ingenuamente lungimiranti, sono finalmente evaporate nel grande nulla, che è anche il posto che spetta loro di diritto.
"Fortunatamente", sottolineo, perché per esprimere alta amicizia bisogna conoscere gli uomini e solo dopo aver accumulato abbastanza esperienze nella loro frequentazione, si potrà comprendere quanta compatibilità esista tra le rispettive anime, sì da consentirne la preziosa accoglienza.
 
Senza profonda compatibilità nessuna amicizia sarà mai tale. Ecco la ragione per cui mi è estranea la tanto auspicata sensazione di appagata rilassatezza dell'anima che favoleggio tipica di chi può annoverare la presenza di un'amicizia assoluta tra le proprie certezze di vita.
La prima e più pregnante discriminante tra me e coloro che vorrei amici sta nella priorità dei rispettivi desideri, che fa di solito propendere i loro decisamente per l'attesa di un qualche amore tutto privato che li sfinisca nell'ansia sentimentale e che li renderà sordi e ciechi a qualsiasi altro rapporto intenso e non morboso.
 
Sarà che di quegli amori lì io non ne sono più capace, dato che ho ormai esaurito interamente la forza e la pietà di puntualmente seppellirli.
 

venerdì 23 novembre 2012

Memorie dalla tana.

Delle tre una:
 
quello lì, magro ed alto, né giovane né vecchio, dai capelli brizzolati né lunghi né corti, né ricci né lisci, vestito di scuro, né nero né blue notte né grigio perla, solitario come un lupo della steppa né affamato né sazio; quello lì, dalla faccia né allegra né triste, che cammina lentamente in perfetta linea retta lungo gli spaziosi marciapiedi del Parco con un libro in mano, esattamente come l'immaginazione comune vuole immaginare il prete che legge il breviario in profonda concentrazione, che non s'avvede di nessuno e niente, non avverte la presenza dei suoi simili che lo incrociano e non si distrae né ad un abbaio di cane né ad una voce né al risuonar di passi, è di certo:
 
- veramente un prete, ma senza sottane, catturato totalmente dal suo medium con il dio: Bibbia, Talmud, Marx, Bakunin;
- un misantropo altezzoso e spocchioso, pieno di livore represso, farcito di intellettualismi preconfezionati, sinceramente persuaso della sua superiorità rispetto agli altri, tanto da considerarli invisibili, irrilevanti ed inesistenti;
- uno che sembra esserci ma non c'è più.

Vieni via, Neve: non scodinzolargli così, non offrirgli tanto gratuitamente lo splendore di quelle tue due perle nere d'occhi, ché probabilmente non merita in nessun modo il tuo affetto gioioso incondizionato. O non lo so. E poi non ti vede.

*
 
 

Devo confessare di averne abbastanza di un sacco di faccende: di quasi tutte le persone scostanti e sfuggenti che conosco ed anche di quelle che non conosco, di un sacco di parole mendaci, di cui ci si innamora in modo effimero nel pronunciarle, dei labili motivi per cui la gente usa soffrire e di come facilmente minimizzi i dolori degli altri.
Se non fosse che perfino quest'ultimo guizzo richiederebbe energie di cui sono ancora disperatamente in sofferenza, vorrei saper sparire idealmente, almeno di tanto in tanto, come il lettore misterioso camminante nel parco. E' davvero magistralmente bravo nel sottrarsi, nel non esserci per il mondo  purtuttavia essendoci, nell'emanare calma e lentezza: quasi lo eleggo a modello; come fa?

Magari quell'incedere così raccolto e discreto, che sconfessa ed umilia la nostra perenne velleità di presenziare nel mondo e dire -a tutti i costi declamare o parteggiare-, e schierarsi in una qualsiasi fazione con l'illusoria convinzione d'avere un'opinione sì da rendere ficcante la nostra personalità, è il sintomo di un raggiunto equilibrio, anche se non necessariamente felice, e, soprattutto, di una conciliazione con sé stessi.
Per questo sulle prime mi ha irritata: in realtà, se il suo stato corrispondesse a queste mie arbitrarie supposizioni, lo invidierei un po'.
Naturalmente sono soltanto fantasie, ché io se non sogno muoio.

Mi chiedo, però, se non sia esattamente questo il solo rifugio possibile all'oggettiva malattia, l'alienazione, di cui i più consapevoli soffrono.

E pensare che basterebbero un po' di coraggio e l'autentica attitudine ad amare senza meschine cautele ad illuminare le pareti delle nostre tane.

 

domenica 18 novembre 2012

Atipico esercizio di training autogeno di di-sperata

Bisogna imparare l'abilità di lasciar coesistere in sé l'eventuale impeto naturale ad accordare fiducia, senza obnubilarne la sincera freschezza e la spontanea disposizione ad accogliere, e la lucida rassegnata attesa del momento in cui  sarà evidente -perché fatale-, che concederla ed esercitarla non basta comunque a sancire affinità elettive o speculare affetto.
Dev'essere un dono fatto con la più limpida unilateralità, totalmente disinteressato dei suoi effetti.
E' vero che ho concesso la mia totale fiducia al novantapercento delle persone con cui mi sono relazionata; è vero che, di queste, l'ottantapercento l'ha tradita; è vero che non cambierò mai comunque.

A ben pensarci, nell'uso comune 'dono' è lemma dall'accezione comunque mercantile, anche quando non presupponga scambio di beni materiali, e nel contempo, inoltre, quando investito di spiritualità, ha sapore mielosamente religioso, cosa che -nell'inequivocabile deriva ipocrita e strumentale che caratterizza le religioni- mi consiglia di sostituirlo piuttosto con il più lato e sano 'accoglienza'.

Sta bene, allora: di natura, attraverso un meccanismo che si avvia da sé spontaneamente, io, caparbiamente, accolgo.
Potrei poi, talvolta, anche raccogliere, se non che, per ora, non ho più le energie sufficienti ad affrontare le ulteriori complicazioni della conseguente restituzione.

D'altronde, aver voglia di abbandonarsi all'assenza di tensione, pregiudizio, cautela e timore -che mille supposizioni e calcoli possibili sopra il sedicente merito dell'oggetto da accogliere comporterebbero-, è anche espressione contemporaneamente di forza e libertà.
Per me l'esercizio della libertà almeno metafisica è autentica questione di sopravvivenza.
Così io mi muovo: talvolta accogliendo, con clamoroso errore, anche l'intruso immeritevole. Ciò che conta è saperlo poi mettere alla porta senza esitazioni.

Infatti è altamente assurdo occuparsi degli effetti delle nostre determinazioni oppure del loro ritorno in termini di guadagno anche immateriale.
Ma a che cosa può mai condurre una vita di prudente prevenzione? E' ridicolo, perché noi morremo e se c'è una certezza inoppugnabile è questa.

Sulle affinità elettive -piuttosto- disse mirabilmente un poeta romantico, ed io ormai non acconsentirei più ad ammettere la mia indole romantica neanche sotto tortura.
Perciò, non le credo più possibili, giacché quassù, su questa crosta arida e brulla di strada metropolitana, perfino l'esatta interpretazione di un semplice sorriso è strumentalizzata dal bisogno indotto che possa condurre o servire a qualcosa, fosse anche cosa molto personale ed intima.

Così ci vorrà ulteriore follia ad abbandonarsi alla fiducia illimitata, esercitarla in modo cosmico e trasparente anche quando si è frantumati nell'anima, vivere ogni momento come se fosse l'ultimo. Tanto, prima o poi, lo sarà davvero.



 

domenica 11 novembre 2012

Non odo parole umane.



Rappresentare, entrare nell'allegoria così decisamente, con tale e tanta partecipazione, da sperare in una salvezza del tutto improbabile nei giorni a venire, in un riscatto.
La vita è tutta dentro, ormai, ricacciata dietro l'ultimo bastione, protetta da tutte quelle parole che scivolano: parole leggere.
No, noi non saremo davvero mai capaci di resistere a lungo in bilico sulle macerie di troppi sogni, né di accettare un perenne equilibrismo tra potenzialità frustrate o dimenticate e squallore di un vivere pieno di impedimenti e rinunce.
E' imperdonabile l'essersi lasciati scippare così la vita.
 
 
 
 
 

mercoledì 7 novembre 2012

Respiro

Ad occhio nudo, dal terrazzino di casa,. il sentierino stretto ed irregolare era a tratti visibile. Lo si indovinava serpeggiare verso l'alto fino alla coppia di abeti, poderosi e centenari, che costituivano la porta del bosco.
La giovane donna vi saliva quotidianamente, ogni volta con identica  lieve apprensione, come se quello che udiva riecheggiare puntualmente in sé fosse un richiamo di cui ancora, nonostante gli anni di frequentazione del luogo, non potesse interpretare pienamente il messaggio, intuendone però l'assoluta necessità ed impellenza.
Ed infatti, quella singolare eco scaturiva da anfratti misteriosi di una memoria che forse non era soltanto sua, ma era appartenuta a molti altri prima di lei, come reminescenza di un patrimonio condiviso.
 
Quella sera, le successe qualcosa di mai accaduto prima.
Le capitò, eccezionalmente, sorprendentemente, di respirare.


Prima di farne quell'esperienza precisa mai vi aveva posto attenzione e mai ne aveva avuto una percezione tanto viva ed assoluta.

Fu dopo essersi inerpicata per il sentierino e varcata la soglia, accolta da faggi lisci, argentei ed imponenti, rugosi larici ed abeti, felci, ginepri e noccioli, arbusti di mirtilli e piantine di fragole, odore di muschio e paniche fragranze resinose, che avvenne quella sorta di sequestro di ogni altra consapevolezza e senso che le permise di sperimentare, per la prima volta, il suo stesso respiro.
L'accadimento fu talmente stupefacente, per lei, che si ritrovò senza quasi averne coscienza a correre leggera sul prato, a braccia aperte, come per spiccare il volo.
Se è dato, ad un umano,  provare per un solo istante la felicità perfetta, essa deve essere  simile a quella: cosmica e leggera, e nel contempo immobile ed in attesa, come un prezioso fiore che voglia essere colto.

Ebbene: non esiste gioia più completa, né piacere estemporaneo altrettanto gratificante, del raggiungere, grazie ad una particolare condizione di armonia interiore, una sorta di sintonizzazione del proprio respiro con quello dell'ambiente circostante, se naturale, ameno, e mite.

C'è chi annovera tra i ricordi più cari gli eventi classici del vivere sociale, qualche riconoscimento, qualche amore, una nascita, ma lei continuò invece a porre questo episodio come una sorta di rivelazione, un sussurro confidenziale e specialissimo ricevuto, forse non immeritatamente.

Perché non si respira soltanto aria, soltanto ossigeno, ma anche armonia: energia diffusa, che abita ovunque, che rigenera, che vivifica, ma ciò che lo permette è l'assenza di conflitto e dolore acuto dentro sé:  dolori e conflitti  che schiacciano il petto e comprimono l'attitudine ad accogliere.

I dolori, puntualmente, insistentemente, la raggiunsero presto, perché il suo successivo vivere non fu un passeggiare, e lei smise di respirare, poi, limitandosi a permettere, suo malgrado, che l'automatismo pneumatico della sua macchina-corpo la tenesse semplicemente in vita.

***


Non si respira più, non si respira mai.

Questa incresciosa corsa alla sopravvivenza, giorno dopo giorno, lo impedisce ed inesorabilmente ammala.
Il rivoltante denaro che non hai che misura la tua libertà, la certezza che sia tutto perduto, i tuoi simili così dissimili, l'essere esule e ciononostante a casa, sradicata, oscenamente sola o approcciata da chi aspetta sempre corrispettivo, avvolta in un sistema civile ed economico privo di etica e gentilezza, senz'amore né più vera fantasia: ansiogeno sopravviversi.

Parlare attraverso la tastiera, sorridere ad un monitor, sapere che ai più basta e piace, rendersi bastevoli le stesse proprie  interpretazioni meno drastiche, per illudersi che gli uomini non siano troppo orribili e lontani: è malinconia.


 

domenica 4 novembre 2012

Luna storta

La Noia è la più ovvia reazione ad un protratto malessere esistenziale generico e generale, alla reiterata disillusione dei progetti più delicati e puliti di una vita, puntualmente e miseramente falliti per oggettiva impossibilità di realizzazione. D'altronde, se è oggettivamente ugualmente poco saggio sperare ed illudersi nel mentre la realtà pesa come un macigno che schianta il petto  nella più assoluta assenza d'alternativa, è comunque vero che speranza ed illusione sono inevitabili ed indispensabili alla sopravvivenza delle anime ipersensibili, per lo meno se il subconscio sia deciso a procrastinare ancora un po' il suicidio.
 
La Noia è il mio 'anti-Godot' per antonomasia:  non l'aspettavo affatto,  ma arriva puntualmente lo stesso, e sempre in versione straziante, se non addirittura aggressiva, con effetti virulenti su ogni parola, azione, fatto e perfino pensiero, altrui e finanche miei.

Ogni tanto Candide ci riprova. Se almeno anche quelle due o tre anime in cui, con dolorosa sofferta cernita dopo una vita di empirici responsi, ho di nuovo e del tutto unilateralmente riposto l'ultimo residuo di fiducia e timida speranza, non riuscissero a recarmene anch'esse la loro puntuale dose, il panorama esistenziale potrebbe ancora riservare qualche dolce e confortante sorpresa. D'accordo: immaginifica, ma confortante; altamente improbabile, ma non completamente impossibile.

Ma non lo so davvero, né ci credo più di tanto: in realtà pure questo stesso costante dubbio non è che una delle tante versioni della potente Noia Madre la cui sostanziale lezione, per l'umano, è la seguente: "Sei nulla, gli altri son nulla, le parole fuggono e ti lasciano soltanto la loro stessa ombra; non hai niente, non saprai mai niente, non darai, non riceverai, ma, soltanto, penserai di dare e ti parrà di ricevere, mentre invece state tutti stritolati in mortificanti cliché, perdipiù effimeri. Sei ridicolo, lo siete tutti quanti, ed io vi schiaccio quando voglio."
 
Dopo un ragionevole numero di eclatanti smacchi, talvolta così ravvicinati nel tempo da indurmi a chiedermi se io non sia mai un magnete inconsapevole e potente per l'altrui ipocrisia e soprattutto per l'orrenda altrui ignavia, dovrei desistere decisamente da ulteriori prove, se non che pure la tattica auto-dissuasoria mi dà pesante ed intollerabile noia. In fin dei conti, se non fingo almeno di credere vero qualcosa, perdo anche la possibilità d'essere.

In conseguenza di tale ultima logica considerazione, un umano -pur disgustato da tutto e tutti e da sé stesso- altro non può fare che cavalcare a grandi linee il Grande Infingimento, oppure auto-sopprimersi, oppure sostenere la realtà con l'opportuno distacco ed optare per l'osservazione impassibile di grandi eventi o di fatterelli privati, smascellandosi di sbadigli.

(Uno dei miei rarissimi amici - della categoria 'fluttuantinonhocapitobeneperché'- se ora mi legge sta pensando "un altro post pieno di 'morenismi' che mi lasciano perplesso: lei insiste ed insiste con il voler afferrare la verità delle verità, nonostante le abbia mille volte spiegato che la verità è un'opinione.")

Solo che io non so come si faccia a vivere in precarietà di significati e pretesti: mi tengo l'orrenda Noia, ché nulla sa di compromessi ed espedienti. Almeno è sincera. La mia noia inossidabile resta l'unica cosa di cui vantare certezza, tra tante chiacchiere, manfrine, promesse, dimenticanze, rumori, ebetaggini, presunzione, sommamente bugiardi.



 





domenica 28 ottobre 2012

Tipi -10-


Sono commoventi e ti scaldano il cuore, mentre il loro s'inonda di qualcosa d'ineffabile tendente al sublime.
Hanno una dolce propensione ad azzerare le distanze materiali attraverso la ,loro indefessa fede nell'onnipotenza del sogno.
 
Sono più di quanti si possa pensare -e forse pure  siamo così un po' tutti, ma con diversi sviluppi-, se qualcosa di molto intimo e perciò ad altri imperscrutabile, fornisce loro il personale 'la'.
Da quello, poi, svetta una specie di armonica fuga di bachiana similitudine e suggestione, che li rende capaci di amarti a distanza per il tuo intelletto e sensibilità, o per quello che di te immaginano o preferiscono adeguare alla loro natura ed alle sfumature dei loro sogni.
 
Ti venerano per una certa porzione di tempo, sempre breve,  nella più completa assenza d'ipocrisia, ma reggere a lungo il sublime rimpallo di voci che si concatenano in un crescendo ambizioso verso abissi e vette dell'eterno, richiede un'abilità che non è loro connaturata.
 
Così, ben presto, si tacciono, e tu puoi da ciò dedurre la verità disvelata della loro essenza.
 
 

mercoledì 24 ottobre 2012

Dell'essere felici - soliloquio anche più inutile dei precedenti.

Di norma, per andare avanti, lascio fare al mio personale pilota automatico : lei sa (perchè femmina è!) come condurre le quotidiane e pesantissime incombenze della sopravvivenza.
 
Ciò mi consente di dedicarmi alla mia naturale propensione alla meraviglia ed alla crudele autocritica, ancestrale retaggio di quando ancora mi credevo immortale, e di snocciolare come un rosario eterno le oziose domande "Chi sono-cosa voglio-che devo fare-e soprattutto ne vale la pena?", oppure anche "Chi è costui/costei (dei miei simili), com'è la sua logica, cos'è che 'sente' che io non intuisco, come sopporta la sua vita, che tipo di aspettative ha nei mei confronti, è sincero od ipocrita?"
Saperlo, ormai, sta assumendo la caratteristica di una vera urgenza, per ovvi motivi generazionali, ma più mi ci concentro e meno me ne capacito.

So bene che si tratta di un'attività tossica: con ogni probabilità mina la sanità nervosa, alla lunga, un po' come questa ballata poetica e monotona che ascoltavamo a 18 anni, ma con ben altra attrezzatura interiore e progettuale rispetto ad oggi.

"Chi arriva alla fine della canzone senza porre in atto il tentativo di suicidio che la mestizia di Lolli insuffla nell'anima vince un'ombreta di Raboso!" era il nostro scherzo tragicomico.



In sintesi si tratterebbe d'essere felici, che pare sia il fine umano per eccellenza, a detta di ogni filosofo classico.
Quindi, che devo fare? Devo cercare d'essere f e l i c e, è semplicissimo.

Le persone più felici che ho conosciuto erano -combinazione- anche piuttosto ottuse, oppure volutamente superficiali e frivole.
Quelle non stupide, invece, la felicità la fingevano, un po' come il cameriere di Sartre fingeva d'essere un cameriere.
Di felici (ovverossia 'sereni' ed in pace con sé stessi) secondo i dettami dello stoico Seneca, per esempio, non ne ho conosciuti mai.

Eppure, m'accorgo, che non li amerei per niente.
M'accorgo ora che odio l'idea della felicità personale e che nulla mi pare tanto indelicato e disumano quanto il sentirsi 'bene' in un mondo ingiusto e spietato in cui con la mia ipotetica felicità continuerebbero a coesistere d'intorno lacrime, urla, bestemmie, dolori immensi, soprusi, crudeltà ed orrori d'altri uomini e finanche d'animali.

Perciò, è deciso, io la  sguaiata felicità non la voglio affatto finché esisterà anche un solo essere infelice, ma conoscere un pensiero al mio affine, già sarebbe una diminuzione d'infelicità, e mi resta il sospetto che pure questo sia indice d'egoismo..

E' per questo che detesto i corporativi, quelli che combattono furiosamente per il bene della loro categoria, della loro élite, della loro casta, del loro sindacato, del loro pollaio, della loro famiglia,  di tutto quello che soggiace ad un criterio di appartenenza interessata e meschina, pronti a dimenticare, una volta sazi, l'infelicità che continua a stritolare gli altri.

Beh, comunque, sia chiaro, io non sono mica normale, eh...

 

mercoledì 17 ottobre 2012

Comunque vada

Loro -che noi avevamo delegato-, non hanno avuto alcun pudore, questo è lapalissiano. La Politica -la dignitosa e nobile arte di occuparsi della cosa pubblica e dell'interesse collettivo- è affossata definitivamente dopo decenni di mortificante agonia etica: inutile aggiungere altro, ché gli osservatori, gli indignati, mezza blogosfera, la gente dal pizzicagnolo, ne dicono e ne han già detto in abbondanza. 

Ciononostante non se ne può uscire, perché il sistema è sovrastante ed orrido e potente, ed il risentimento sociale, per ora, borbottato od urlato, si mantiene entro gli argini  dell' italica attitudine alla servitù ed all'ignavia. Il mantra ossessivo dei nuovi compagni leninisti, dei quali leggo di tanto in tanto la storica pubblicazione (ché il giovane uomo che me la recapita -perennemente alla ricerca di sovvenzioni che io non posso permettermi di sottoscrivere- mi ricorda nostalgicamente quant'era bello far qualcosa volontariamente per sostenere un'Idea che pareva giusta), è sempre: "Non è ancora il momento, stiamo nonostante tutto troppo bene". Lo dicono loro e pure il sig. Monti, che ha monitorato i fine settimana vacanzieri ed i ponti lavorativi dei cittadini osservandone l'incresciosa persistenza.

Un sistema tocca il massimo della sua degradazione quando arriva ad ammettere che sia positivo non tanto il tasso di felicità dei cittadini, quanto piuttosto la loro tolleranza stoica ad un'infelicità via via sempre maggiore.

(A proposito del Presidente del Consiglio, una riflessione da fisiognomica: trovo sgradevole il suo umorismo pubblico e controllato, soprattutto perché rivela tante velleità da lord inglese, finto-ingenuo e delicato, espresse da un volto rigido che a tutto rimanda meno che all'empatia.)  

Quanto a me -ed a qualche altro ed altra-, potrei rispondere che mai come nell'ultimo triennio, son stata così ostinatamente stanziale e non certamente per libera scelta di morigeratezza.

Ci sono condizioni e situazioni di cui né la Politica né, spesso, la stessa società civile, si avvedono, si preoccupano, riflettono.
Tra le varie pesanti contraddizioni della deriva delle democrazie moderne c'è quella di rendere invisibili le minoranze.
Ma, seppur una donna cinquantenne separata che tenti in ogni modo di ricreare da sé un'opportunità di lavoro per sopravvivere -che significa 'libertà-' sia una minoranza invisibile, forse deterrebbe lo stesso diritto alla tutela ed all'attenzione che insegnanti, operai, bancari, statali, giovani e dipendenti tutti  avvertono a ragione come 'diritto'.
Comunque sia, io aborro le lagne e perciò mi taccio e preferisco almeno provare il "fare".

*
 
Ciò che avevo oggi voglia di dire e trasmettere, infatti, è altro. E' una rassicurazione destinata alle poche persone che mi amano e che amo, nel senso più esteso del termine perché io detesto le pareti anguste ed opprimenti.

Trascorrerò comunque quel po' di nebuloso futuro che mi resta nell'accurato tentativo di salvare la dignità, perché ogni altra promessa di serenità, equilibrio e quel po' di parca gioia che in genere come umani avvertiamo quale 'diritto', sono irrimediabilmente compromessi da ciò che ha reso la realtà di molti di noi difficile e dura e che dalla nostra volontà prescinde totalmente.

Questa impresa ha comunque in sé la sua brava dose di umili eroismo e magnanimità, nonché di altruistico amore per i pochi sparuti amici che, se soltanto potessero contemplarlo ed esattamente sperimentarlo, uscirebbero crudelmente feriti dalla profondità dell'abisso in cui in verità la mia anima è precipitata, per ironia della sorte, probabilmente per mie personali ed umane colpe , per scelte altrui, per come va il mondo.

Insomma, comunque vada, vi vorrò bene.
E prima o poi andremo  lo stesso insieme a fare il giro dei bacari veneziani.







.


giovedì 11 ottobre 2012

Tipi -9- (La contraddizione rosa shocking)

Sono di genere femminile, alcune di formazione "femminista", alcune acculturate -con tutti i limiti impliciti generalmente nella cultura-, alcune  pochissimo o nulla consapevoli, critiche od autocritiche, ed hanno in comune  un pensiero distorto di pesante rilievo sessista ma anche, genericamente , una sconvolgente miopia.

Così come ritengo che l'Italia sia retta da una casta marcescente perché la maggioranza dei cittadini che ora esercitano l'indignazione più o meno qualunquista ha la pesante responsabilità di somigliarvi in modo imbarazzante e colpevole e di averla consentita in molteplici modi ed attraverso un altrettanto ripugnante stile di pensiero, penso altresì che tali tipe oltre che essere -forse- inconsapevolmente in malafede, sposino cause perse in partenza per via di una certa imperdonabile confusa e gigantesca contraddizione.

Alcune scrivono saggi sull'argomento 'donna' -ché amaramente si deve affermare che 'donna' nel terzo millennio è ancora  oggetto da studiare e su cui riflettere, fenomeno complesso e problematico, nodo argomentativo, polo di contraddittorie opinioni (come se l'appartenenza ad un genere potesse essere opinabile o discriminante ai fini dell'elaborazione di riflessioni esistenzialistiche semplicemente umane -ed infatti purtroppo lo è-)- e si occupano (nel senso che guadagnano profumatamente perché è un mestiere fatto di 'incarichi' in vari 'organismi') di esprimere opinioni o educare al senso critico o rendere consapevoli altri cittadini di varie storture socio/storico/culturali/mediatiche particolarmente penalizzanti per la donna, in primis per la di lei 'dignità'.

Ora, già il fatto che si possa pensare che la dignità possa venire insegnata o ricordata a qualcuno che 'non se la rammenta", pare a me piuttosto singolare, così come mi pare altrettanto singolare nonché utopistica  la speranza che gli eventuali smemorati non possano reiterare  la loro natura. Se il senso di dignità di costoro è talmente labile da abbisognare di pungoli e rivelazioni altrui, tanto vale rinunciare a questa sorta di inutile crociata laica a buon mercato, perché chi è pronto ad ascoltare un qualsiasi profeta, sarà pronto anche ad ascoltarne un successivo eventualmente più abile nell'arte retorica.

Siffatti tipi, poi, conciliano sempre. Conciliano quasi su tutto: sostengono un dato principio ed anche  un suo "esatto contrario ma...". 
Le si udirà affermare, per esempio, che esiste la libertà per la donna di essere esibizionista, se le pare, ma nei modi e negli ambienti consoni.
Se tale 'legittimo' esibizionismo include l'esposizione mercantile del proprio corpo  e se la libertà consiste anche nella decisione di prostituirsi per permettersi l'acquisto di una borsa di Vuitton, come implicitamente e pure esplicitamente affermano, la miopia di cui parlavo sopra diventa assoluta cecità.
Lo schiavo che afferma di servire spontaneamente il padrone rimane uno schiavo.
Alla faccia di quell'aleatorio e traballante loro concetto di dignità, siamo al Nulla feroce, di nuovo.

*
Negli anni 70, almeno, eravamo militanti ed agguerrite su questioni piuttosto precise. Questo mi inorgoglisce, pur se devo ammettere che allora abbiamo ingenuamente gettato il seme -germinato poi in modo tossico- di un'ossessionante attenzione morbosa sul corpo e sulla sessualità, la sua difesa, la sua libera espressione, la sua esclusiva appartenenza e gestione.
*

Sono, queste, invece, le nuove femministe (ma tra le loro fila marciano anche quelle di allora sottopostesi a lifting intellettuale): terribile figura di donna moderna, in cui l'atavico (e pure giustificato) risentimento di genere che si commistiona con i nefasti effetti ottundenti della sostanziale neutralità del capitalismo occidentale (per cui uomo o donna non fa differenza: siamo strumenti desideranti dei suoi beni  tutti quanti, indistintamente e molto democraticamente) ha prodotto un' oggettiva mastodontica contraddizione permanente.







martedì 9 ottobre 2012

Ora, qui, e nella memoria, altrove.

E va bene, lo ammetto.
E' partita "Green is the colour" ed io mi sono invischiata in un'immotivata nostalgia.

Mi odio quando il mio cervello alieno mi gioca questi scherzi.
Qui l'amigdala non c'entra: non è una situazione di pericolo.

E' una canzoncina -tra l'altro una delle più traccagnotte dei Pink Floyd-, che parla in modo onirico e romantico di atmosfere da idillio sentimentale amplificato da qualche stupefacente.


Ma naturalmente a me  ha evocato ben altro: qualcosa di determinato, una reminescenza di commozione, in cui ritrovo rispecchiata un 'emozione privata legata a precisi fatti del passato che, miracolosamente, conserva veemenza e piena autonomia. Ogni altro elemento del ricordo, persona o fatto, sbiadiscono in dissolvenza, ma quell'emozione, sola, mantiene la potenza necessaria a ricordarmi come sia l'amare, l'essere amata e l'esistere in un pur brevissimo istante d'immenso. 
 
Non siamo fatti della stessa sostanza dei sogni; siamo vivi in doppio, eternamente: ora, qui, e nella memoria, altrove.

giovedì 4 ottobre 2012

Crepuscolo.

Dover deglutire blocchi di parole incomunicabili da cui lieviterebbe la reale patologia di quest'anima, in un estremo atto di compassione verso chi mi porta affetto: è questo, che sostiene in fondo il respiro.

Non dissacrerò i loro sogni, che sono belli e puri, per raccontare l'enormità di questa colpevole disfunzione di dolore.

Non so trattenere il mio bene: esisto per negarmi, ogni acquisizione rivela all'istante il suo più crudele vuoto, ed io sono insuperabile nel farne il mio cilicio.

Non ho più incontrato il pettirosso ed il gabbiano morto, adagiato sull'argine con il collo piegato, mi sembrava crocifisso e mi ha trafitta.
Se non basta più un raggio di sole a farmi dimenticare per un attimo l'umana miseria, che altro potrò mai fare?

martedì 25 settembre 2012

Questo nulla feroce

Io scrivo soltanto quando in me arde, in modo più o meno vivido o più o meno violento, una sorta di fuoco interiore, di disperata vitalità di pasoliniana memoria, di incontenibile malinconia, di decadente sentimento di solitudine, che vorrei disperdere nell'aria, con la speranza che incontri qualche altra  eco, magari anche rivelatoria. Io scrivo soltanto in un richiamo di natura.

Non è affatto una tensione personalistica ed egoistica, non si tratta di ambire a parlare di me stessa -cosa che riserbo esclusivamente a chi amo, in varie forme e sfumature, se li credo sinceramente accoglienti-  che so essere cosa pubblicamente inopportuna ed un po' ridicola; no, si tratta di sottolineare una profonda convinzione di sempre: dibattiamo, scriviamo, litighiamo, fingiamo di confrontarci quasi sempre per nulla e su un feroce nulla, perché, posto il punto alle nostre dissertazioni socio/politiche/culturali estemporanee, ritorniamo nel consueto nostro bozzolo criptico/ermetico/asfittico di isolamento inespugnabile e fatale frustrazione. Insomma: risucchiati nell'ego.

Anche quest'esperienza virtuale, però, come qualsiasi altra esperienza, insegna.
Ed infatti io ho preso coscienza di quel che non voglio fare. Non disquisirò mai e poi mai del nulla, neppure quando sembra essere 'qualcosa'.
E del nulla, di un feroce nulla, nella maggioranza dei casi si legge e si dice.
Più spesso, si nullifica su altri imput nullificanti imposti dai media.
Perché -pare- noi siamo opinionisti nati, anzi, innati. La chiacchiera è spiccatamente italiana.
Ci piace, ci piace; quanto ci piace.
Ci esalta dir la nostra, anche se non è mai davvero nostra ed è, più spesso, decotto od infuso di altre approssimative notizie il cui contenuto è meno importante della faccia di chi le comunica.
Non importa, ai più, la verità, ma la sua semplice parvenza, la sua sbiadita evocazione.

Ora, se non fossimo tutti così svuotati del bisogno di vera verità, non dedicheremmo più una sola parola, per esempio, ai e sui nostri disonorevoli rappresentati politici e pubblici dirigenti e li lasceremmo andare alla deriva, sprofondare all'inferno sbranandosi a vicenda, godendoci lo spettacolo mentre così si raccontano, divorandosi: "...Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino..." (Dante Alighieri, Commedia,Inferno, canto XXIII).

Troveremmo disgustoso, nullificante e ferocemente noioso fin l'appioppar loro epiteti e manifestare indignazione, perché gli uni e l'altra, comunque, per loro sono fin troppo e la misura è oltremodo ormai colma d'indecenza.

Invece no. Ci ricadiamo sempre: ne parliamo animatamente al bar, ne scriviamo; poi, tra di noi, polemizziamo pure in retoriche esibizioni di ridicola arguzia. Se siamo giornalisti professionisti lo facciamo su testate autorevoli regolarmente e lautamente finanziate, se umili Nessuno in migliaia di blog, se tuttologi sfigati in queste ed in quelli. Assistiamo ai loro scontri televisivi con un'istintiva attitudine alla tifoseria, assemblando giudizi politici ed estetici, umanistici e triviali, di testa e di pancia.
Nel frattempo, loro, questi ormai dichiaratamente accertati nocivi - e non da ora- , percepiscono da noi lo stesso stratosferico stipendio ed accumulano beni e vergogna, placidi e niente affatto allarmati, mentre noi ci dibattiamo nei sostanziali grandi mali italici: il fatalismo, la genialità senza l'etica, la parola senza il costrutto, l'ignavia.
Il paese civile è quello in cui il cittadino non attende supinamente che il politico corrotto ed incapace si dimetta, ma quello in cui gli dice, senza possibilità di replica, "Ti licenzio".

Non è il nostro: noi qui si ha, a reggere la cosa pubblica, il Nulla, il Nulla Feroce.












lunedì 17 settembre 2012

Rosa del deserto.

Non è che il dolore metafisico, in sé e per sé, costituisca un merito epperciò sia sbandierabile -oppure anche confidato con pudico sussurro- con orgoglio, né, men che meno, ritengo che qualcuno dal cervello normodotato possa insistere con l'agostinismo secondo il quale  esso è utile per arrivare al bene.

Il dolore accade, e forse il male esiste in sé e per sé.
Accade ai buoni, accade ai cattivi, agli empi, ai giusti, ai poveri, ai ricchi.
Il dolore è egualitario, come la morte: prende tutti.

Succede il più delle volte perché siamo complessi o perché è la nostra vita  a farsi necessariamente complessa e per buona parte al di fuori del nostro volontario controllo.
Per il resto, invece, ce lo arrechiamo o lo arrechiamo ad altri secondo un determinato e preciso atto arbitrario, o per deficienza di congrua riflessione, o per somma ignoranza, o per pura fatale stupidità, od a causa di una sensibilità troppo raffinata.
Personalmente, se soltanto potessi, ne farei tranquillamente a meno e non mi sentirei per ciò depauperata di neppure un grammo della mia umanità, ma se costituisce sforzo titanico avversare la fatalità lo è anche di più contrastare la propria stessa indole.
Comunque  e per qualsivoglia ragione sia, la sostanza non cambia: il dolore accade agli umani, ed accade spesso; anzi, accade quasi sempre e reiteratamente.
Da ciò deriva che farsene scudo od utilizzarlo come alibi all'ignavia od all'indifferenza verso i propri simili ed ai doveri primari vicendevoli che c'impone l'appartenenza alla specie, sia non soltanto amorale, ma anche sordido e squallido, tanto da abbassare dalla scala evolutiva.

Allora che farne? Come gestirlo, dove porlo, come sopportarlo?
Lo rimiro notte e giorno, osservandolo con minuzia dalle diverse prospettive.
E' la mia rosa del deserto: ruvido ed ambrato, ostile al tatto, lamine taglienti.
Ha una sua bellezza selvatica e seducente, le lacrime lo sciolgono, destrutturandolo per un po', fino alla sua puntuale successiva ricomposizione: il più fedele dei compagni di una vita. 

'Il dolore rompe il guscio che sprigiona la conoscenza': così recita pressapoco Kahlil Gibran.
Nulla mi pare più vero né tanto più tragicamente bello.
Il più autentico modo per amare un proprio simile fino in fondo è riconoscerne ed indovinarne il dolore racchiuso nelle più intime fibre e sentirlo proprio.
Dopodiché -e solo allora, può crearsi il tortuoso passaggio  di uno spiraglio di luce che consenta la condivisione di una piccola ed effimera felicità.
 
*

Quella donna, sicura e stravagante nei suoi tonici 64 anni portati con allegria, bella di quella speciale bellezza che se fossi uomo riconoscerei ed amerei all'istante perché fuori canone e disinvolta, sottratta ai ridicoli cliché, con l'anima vitale che adombra la consueta invasività del corpo, tra le righe mi ha detto: "Mentre accudivo mia figlia quarantenne che moriva di tumore, mio figlio si ricoverava a San Patrignano per liberarsi dalla dipendenza..."

"... ed io, ..., io mio figlio mi arrangio a sognarlo, e ad immaginare quel che fa e che vive, e come piange e ride, e a chiedermi se saprò ancora, se mai quel giorno verrà, far uscire le parole di madre, ché ormai hanno sbiadito musica e senso e mute evocazioni..." le ho risposto.

Non sto meglio, poi, ma almeno ti ho vista, e tu hai visto me.
E per un attimo, che durerà dentro noi per sempre, noi siamo stati due simili, reciprocamente edotti della più pregnante sostanza dell'altro.
A me è questo che preme, sempre e con chiunque.
E' questo che mi serve, che mi manca: la dialettica emotiva.
Non più trasparenti, non più irrilevanti, non più inutili né soli.


*



 

domenica 9 settembre 2012

Volevo sapere

Vita: "... perché, scusa, è tanto difficile digerire la semplice e placida verità che tu sei perfettamente irrilevante, invisibile, inutile? Ti avevo forse promesso io qualcosa? Ho forse mancato ad un impegno precedente preso? C'era -per caso- un patto, tra di noi, di cui io, peraltro, non saprei assolutamente nulla?  Ti ho assicurato una certa dose di felicità? In quale clausola del contratto, dimmi: tra quelle scritte in invisibile?
No, mia cara, hai fatto tutto da sola. Io non c'entro.
... e, tra gli umani tuoi simili, di cui hai tanta compassione e che pensavi -addirittura!- di saper amare a causa di qualche loro poesiola, di qualche lagna  esistenzialista, di qualche immagine su tela, di una sinfonia, o qualche sparuto eroismo, pensi forse d'essere meno vana?"
 
Sirio: "... e tu pensi che io non  lo sappia da sempre? E, giacché siamo in vena di confidenze, dimmi: te l'ho forse chiesto io di subirti? Ti ho forse mai detto, quando me ne stavo dormiente nell' Eternità, 'scaraventami nel mondo, buttami giù in quel fosso gorgogliante dove tutti quei cosini si agitano e tremano e ballano come dei tarantolati e poi celebrano i loro sepolcri, trovandolo pure bastevole e sensato?'   No, io non te l'ho chiesto affatto: ho subito una violenza cosmica e sto qua. Questo è quanto."
 
Vita: "Bene, allora. Pazienta e rilassati: non dura poi molto."
 
Sirio: "Il Pensiero. Ho il pensiero. Non sai spiegarmi a che mai possa servire. E' una domanda che ti ho posto mille volte. Non m'importa della mia irrilevanza, non m'importa d'essere mortale, non m'importa se l'amore è un'idea insostenibile e non esiste.
Volevo sapere 'perché' il Pensiero. E tu non lo sai.
Sei barbarica.
Sei fallita.
Sei fallita un milione di volte più di quanto non lo sia io."
 

lunedì 3 settembre 2012

Più di una localizzata affezione fisica, è l'eterna nostalgia a dare acuto dolore.
 
C'era un sistema di vita che pareva possibile, seppure dopo strenua lotta ed eroica resistenza, ed invece non è stato mai, neppure in un approssimativo abbozzo.
 
Un grande sogno globale -che era intimo e personale e purtuttavia politico, nonché l'esatto opposto-, permea ancora le sotterranee cellule e forma una sorta di singolare ipoderma.
Rimane quindi una pelle nostalgica, a rivestire un corpo ed un'anima  fatalmente malinconici. Incredibilmente, è uno stato che mantiene una certa integrità di distaccata bellezza. Sì, è il solo modo che conosca per salvare la bellezza.
 
E' un vero guaio rapportarsi in questo modo alla realtà dei fatti ed alla verità delle persone.
Il mondo non è mai calibrato sulle nostre aspettative, le nostre aspettative non sono mai totalmente legittime e lecite ed aggreganti, l'aggregazione  in un insieme di troppe monadi frustrate e disperate rese vulnerabilissime dalla percezione della loro stessa solitudine comporta sempre perdita della primordiale purezza. Nella vita di relazione, a qualsiasi livello la si consideri e nelle sue diverse accezioni, l'uomo tradisce fatalmente sé stesso e si corrompe: impossibile non piangere la sua sostanziale sopravvenuta ed irrimediabile miseria.

Quando ti parlo e  ti ascolto, le rare volte ormai che ti ripresenti al mio cospetto in quelle tue frettolose e formali comparse, io ho pietà e nostalgia di quel 'noi' che non è mai stato. Mi chiedo se sia più grande la tua responsabilità nell'essere stata così irresponsabile nel fingerti mia affine (tu che sapevi quanto sia concreto per me lo spendersi in un'amicizia), o la mia nel vietarmi di considerare con lucidità tutte le odiose contraddizioni che lo rendevano impossibile e che io ho voluto ignorare.
In ogni caso, non assolvo nessuna di noi due per la lunga e dolorosa agonia di quest'amicizia bugiarda.
Ne trattengo la malinconia del sogno deluso, la bellezza solo immaginaria: è di questo, anche, che si nutrono e  l'anima e l'intelligenza.

... così come quando, tristemente, fortunatamente di rado, succede di risentire chi con me, al tempo della giovinezza, aveva vissuto le stesse speranze e lo stesso progetto politico ed ora racconta della sua casetta con giardino, del suo ordinato matrimonio con eredi e delle ordinarie ambizioni di benessere privato, io altro non posso opporre che la solita nostalgia guaritrice e pietosa, che sa restituirmi con fedele esattezza la verità inoppugnabile degli intenti e delle intuizioni di allora, quando esisteva ancora un'ambizione legittima di purezza ...


Io non lo so più se quando si parla sono le rispettive nostalgie delle personali immaginazioni a tentare un dialogo; io non sono più certa che noi si parli tra noi e di noi, e non già del nostro intimo ed ancestrale sognare.

 

martedì 28 agosto 2012

Perdenti

Ma dove dovrei mai archiviarla questa memoria tanto satura, che dovrei farne dei troppi ricordi di un tempo non già 'migliore', ma almeno vissuto... Non so dove porla, ché trascinarla appresso è inaudita fatica e lacerante malinconia, ma, d'altro canto, il suo accantonamento presupporrebbe la dissacrazione dell'intera mia vita e senza sacralità anche il significato è perduto.
 
... a che mi serve, ora, quest'aura di eroismo -che chi evita accuratamente il coinvolgimento mi declama con ammirazione- per scelte coraggiose, o scriteriate, od obbligate dall'insopprimibile senso di dignità... ; a che mi serve se il dolore insiste, se la speranza non ha più contorni, se non c'è strada da calpestare, se i sedicenti miei simili, che tanto blaterano d'amicizia ed affetto, non investirebbero in un vero sforzo d'incontro una sola  e minima delle loro energie inutilizzate, giacché essi altro non sono che ectoplasmi, che narrazione di sé, maschere senza vero volto, tremanti e pavidi o -al contrario-orribilmente rapaci?

La realizzazione di ogni desiderio, anche il più elettivo e nobile, passa attraverso il lordume del denaro.
Ecco perché donne e uomini di questo tempo non hanno scampo e la loro realtà oggettiva è la perenne prostituzione.
La prima volta che ci si vende è quando ci si consente il primo alibi intellettuale: 'Devo accettare la mia complessità, la mia ignoranza, la mia contraddizione, la mia debolezza, perché sono soltanto umano'.
Menzogne schifose.
Il sinonimo di 'poveri e belli'  è 'perdenti condannati a morte'.
La purezza, qui, è colpa ridicola.

Mi guardo intorno.
Rimango stupefatta.
Nel ghetto dei puri non c'è più nessuno. Volteggiano ancora, come foglie d'autunno, come piume in gorghi d'aria, parole morte dimenticate nella fretta della fuga.



 

venerdì 24 agosto 2012

Abominio

Ma che cosa ci sto facendo, poi, qui a seminare pensieri in terreni tanto eterogenei, quando non aridi ed infruttiferi.
Ci sono momenti a questa tastiera in cui mi trovo io stessa abominevole. 
Negli altri, mi sento patetica.
 
Il dolore, è abominevole.
Quest'urlo soffocato, e la sua infinita eco in ogni cellula del mio sangue, è abominevole.
Che nessuno ne voglia sapere nulla, è abominevole.

Sono decine le piccole porte disseminate alle pareti del tunnel. Le ho socchiuse, ché la fiducia non mi difetta, innumerevoli volte.
Di tanto in tanto, sono entrata nelle stanze.
Ed in ogni stanza c'era un'isola abitata da un antropofago, o da un misantropo assediato dal suo stesso vorace e detestabile egoismo.
Vivere è orribile.
Continuare a richiudere porte è inevitabile ma ridicolo.

Sì, caro Massimo, lo è quando l'infestante dolore di cui nessuno vuol sapere logora anche la sporadica magia del momento.

Scrivere non serve a nulla: è un sollazzo per altri e una recrudescenza di patimento per chi amava l'uomo.
Vivere è contenimento di lacrime sciagurate fino alla follia, o alla compassionevole implosione.





domenica 19 agosto 2012

Progetto alchemico improbabile.

Non ospito neppure più l'ombra di un'ambizione, seppure l'atarassia rimanga comunque infinitamente lontana.

Se così non fosse, anche questo nefando dolore esteso ed infestante il corpo/mente non troverebbe terreno per espandersi, come invece va inesorabilmente facendo.
Tocco con mano la sua pervasività: dall'occipite ai lombi e via, verso il centro, dove si irradia ed intensifica creando poi la confluenza in quel nocciolo duro, a livello del plesso solare, ove, preferibilmente, staziona, pronto ad azzannarmi alla gola se mi distraggo.
Va bene, va bene, sei lì, bestione, ti sento: comandi tu, lo so.

So anche perché è successo: conosco cause e concause, da sommarsi ad un fatale determinismo d'indole e di geni.
S'è trattato di una mal riuscita miscellanea di tenerezza, malinconia e compassione unite ad una certa protervia (pur se non arrogante) nell'affidarmi al pensiero -ritenuto erroneamente capace di obiettività se esercitato nell'intimo- , la quale ha fatto sì che nei rapporti con gli altri la mia stessa magnanimità mi risultasse dannosa.
Infatti ogni sofferenza mi è derivata da loro, ai quali ho attribuito sempre qualità enormemente maggiori di quelle che effettivamente possedevano.
Nel mentre loro m'immischiavano nelle loro vite -che presto si rivelavano miserabili-, ed io mi avvedevo dell'errore di valutazione appena compiuto, l'inevitabile sforzo dello sganciamento mi fiaccava ogni volta anima e corpo.

Non ho ancora imparato a forgiare la necessaria cotta protettiva e preventiva e sospetto anche che non sia cosa che si possa apprendere mai.
Rimane l'astensione emotiva, pena l'autodistruzione.
Farsi freddi, farsi duri, farsi cauti, negarsi ogni coinvolgimento immediato.
E questa tecnica -per me innaturale-, pure, è dolorosa. Son lacrime e sangue, in perfetta solitudine spirituale. Di nuovo.


Fosse possibile creare un codice criptico in grado di selezionare automaticamente gli individui affini, e solo a loro accessibile e decifrabile, la questione sarebbe risolta una volta per tutte.
Perché la certezza è una: ho bisogno dell'altro, sono un essere più dialettico che contemplativo, ma non ne posso più del pressapochismo imperante, né dell'esibizione delle parole, né del rifugio nel silenzio, né delle azioni contraddittorie che nullificano le une e l'altro.
Mi piacerebbe stendere il più esaustivo dei cataloghi in cui elencare tipi e caratteri degli umani con cui non vorrei mai più frammischiarmi, distinti per genere -pure-, giacché le questioni sono specifiche ed uomini e donne non sono neanche lontanamente uguali.
S'avrebbe da recuperare  forse anche l'ancestrale attitudine alla comunicazione telepatica, ché potrebbe anche essere -ma non ho le prove- che da cervello a cervello, nell'immediatezza dell'impulso comunicativo, non possa passare la menzogna.
Insomma: vaneggio un sistema alchemico delle personalità e della vera essenza nei rapporti infraumani dal momento che non sono più in grado di tollerare né l'ipocrisia, nè la debolezza.

Ora ci lavoro. Al solito, son graditi i contributi.




sabato 18 agosto 2012

Provo la visualizzazione dinamica di Blogger. Qualche opinione oppure anche idiosincrasia?

Grazie per le eventuali e cortesi risposte.


mercoledì 15 agosto 2012

Risognare Speranza

E' atroce, veramente, pensare di dovervi rinunciare per sempre.
Non è possibile accettarlo senza consentirsi un'ideale fessura -fosse pure appena percettibile, magari anche solo intuibile- di accesso o di sfogo possibili in qualche tempo, in qualche luogo, domani, forse.
Domani, sì, vedrai.
La certezza di sapere che quanto dava piacere o forniva un senso è perduto e non sarà mai più, altro non è che la straziante anticipazione della propria stessa morte.

Quell'incantevole scorcio sul Tirreno; il minuscolo golfo naturale ove trascorrere ore senza tempo a stupirsi di quella miniera a cielo aperto di deliziosi sassolini perfettamente lisci ed ovali e lavata dagli spruzzi di piccole temerarie onde la cui forza era stata già domata e stemperata dai più arretrati scogli...
"Oh, questo è il più bello! Il Principe delle pietre! ... "Ma, ecco quest'altro! Sublime venatura, vellutato come pesca: il Re dei sassi...".
E raccoglierne uno, e riposarlo, estrarne un altro, per intravederne altri ancora.
Danza di piccolo futuro possibile, forse eterno.

Il primo, forse il solo dovere, stanotte, è risognare la speranza.





giovedì 9 agosto 2012

Dalle tane alle trappole.

Allora si usavano le soffitte dei finti rivoluzionari che si trastullavano con le utopie. Erano i nostri covi, le tane elevate, i micro loft freak del  momento. Dovevano essere in odor di proletariato, sennò non valeva.

-La maggioranza dei miei elettivi lettori -altra generazione-, non ne sa nulla, non ha colto quell'attimo. Quanto mi dispiace per loro. E pure per me, ché questo ci allontana un minimo dalla possibilità di  un tanto agognato ideale affratellamento. Ma, probabilmente, anche in questo mio stesso pensiero sto replicando l'errore di un tempo, e continuo ad amare sempre un po' di più coloro che, invece, non possono che amarmi molto, molto di meno.-

Io ero vera e loro erano falsi, ma al tempo non lo sapevo e non conoscevo l'uomo: a diciassette anni è già piuttosto complicato ed impegnativo svelarsi a sè stessi.
Vivere era, per me, una sorta di esperienza magica. Letteralmente.
Ingenuamente, immaginavo che lo fosse per tutti, ed in conseguenza di ciò li approcciavo con spirito affollato di simboli.
Erano simboli che brulicavano soltanto nella mia anima.
Ignoravo la mia condanna fatale di vestale di una malinconia inossidabile ed eterna, per diritto di nascita e di sorte.
A me pareva che con le note dei Birds, i Flauti Indiani, Dylan, la paccottiglia ma anche la genialità rock-romantica musicale dell'epoca, con le conversazioni bisbigliate sulle stuoie di canapa scoprendo senza infingimenti il cuore, con il miraggio di un mondo nuovo accarezzato in sogni che parevano condivisi, con i testi sacri di Kerouac e Miller, Kahil Gibran, Nietzsche, e lo stuolo degli esistenzialisti bizzarramente miscelati ai profeti laici, costruissimo un senso di appartenenza solido ed incorruttibile, capace di illuminarci per sempre.
Naturalmente mi sbagliavo.

*

"Sa quand'è diventata adulta? Sa quando si diventa adulti, signora mia?"
"Caro dottore, che risponderle? Sarà un processo individuale. Soprattutto graduale, direi. Dipende dalle esperienze, dai casi, dall'indole...Non lo so. Che importanza può avere, in fondo? Che domanda oziosa."
"No, lei non afferra la portata dell'evento. Adulti si diventa quando ci si riproduce. In quel preciso istante si posa la fiaccola, ma i giochi non hanno inizio: finiscono".

Aveva ragione. Tutti i miei amici sono morti e ciononostante respirano agevolmente.
Ed anch'io, d'altronde.
Perché lui, dai geni atipici, e nonostante, mi ha già da tempo uccisa.






mercoledì 1 agosto 2012

Prima che vile, completamente folle.

*
Nel sogno, l'altra notte, la madre era scultorea. Levigata e serena nei tratti del viso, mi guardava con estrema naturalezza, stupita del mio stupore. Indossava un camice da massaia, come uscisse dalla sua casa nel mentre stava riassettandola. I capelli folti e corvini, la carnagione naturalmente scura, la bellezza un po' creola che i suoi sessant'anni non avevano sciupata, il corpo minuto e forte.

"Mamma, sei tu,... Finalmente. Mi manchi sotterraneamente da nove anni, ed ora eccoti qui di fronte, come nulla fosse, al di là della morte."

Non è più stupore, nel suo viso: è incomprensione, impossibilità di empatia.

"Ma che dici, di quale morte parli... Io sono sempre stata qui, non me ne sono andata mai. Ricordo -questo sì- una notte di sogno particolarmente tenace e profondo, dai significati ostici e complessi, imprendibili. Per il resto, però, una volta risvegliatami, ogni cosa era ancora in ordine, uguale a sempre. Non vedi'? E' tutto a posto.
Ti ho sempre saputa strana, figlia mia,  ma giungere a darmi della trapassata... "


*

E' interessante: ho scritto, di getto, "camice". Camice è quell'indumento particolare -il cui corretto uso è prescritto minuziosamente nella liturgia cattolica-, che richiama l'idea della  purezza di Cristo.
'Camice' ha quindi reminescenza religiosa, e la religione nasce sempre in funzione ed a causa della  morte.

Se c'è una cosa che mi indispettisce delle religioni dominanti è il loro serpeggiante potere subliminale nella cultura laica: io sono atea e ciononostante impregnata di suggestioni cattoliche, mio malgrado.
Trovo, ad esempio, ineguagliabili alcuni monumentali prodotti sinfonici, come i Requiem di Mozart, Verdi, Brahms; ricordo momenti di 'immersione emotiva' profondissima nell'ascolto dei   Canti e Suoni della Morte di M. Mussorgsky, qualche coro ortodosso mi fa accapponare la pelle...
... eppure, da che ho memoria, ogni infingimento teologico, ogni dogma, ogni prosopopea, ogni incongruenza illogica, pur se giustificati dal nostro orrore del vuoto, mi rendono rabbiosa, mi muovono a stizza e disprezzo.

Perché la verità è che la morte altrui è una lacerazione che non conosce palliativi e la perdita di chi amiamo fin nelle radici dell'anima è inconsolabile, ed il trascorrere del tempo stordisce ed ottunde, ma non cancella e lentamente ci avvelena.

E chi procrastina la vita non immagina, non sa d'essere, prima che vile, completamente folle.





venerdì 27 luglio 2012

Atipici -2- concause

Ora, la causa principale della nausea metafisica che coglie l'atipica-tipo di cui dicevo nei precedenti nasce prima che dalla sostanza dei vari contenuti, dall'osservazione della confusa doppiezza dei comportamenti miscelata all'altrettanto confusa somma delle reali intenzioni che li muovono.
Si tratta del reiterato, puntuale e doloroso appuntamento con l'inaffidabilità degli umani.

L'atipica -che nasce ingenua-  deve farsene una ragione -come per un'infinità di altri accidenti della sua esistenza-, constatare la propria estraneità al suddetto fenomeno, trattenere i conati e cercare, caso per caso, la giusta reazione, che si compendierà comunque sempre nella definitiva disaffezione.

Li guarda -con il più totale distacco- gettare nel mondo le loro reti un po' patetiche, approcciare indifferentemente la tal personalità o il suo esatto contrario, dire ad entrambi quanto sono speciali e care, abboccare -dal canto loro- ad innumerevoli ami senza uno sguardo alla qualità dell'esca, venerare idoli vuoti, idoli furbi, a causa di un certo qual carattere servile e miserabile che fa loro dedurre con induzione elementare che chi ha qualche visibilità abbia anche valore -mentre è più vero il contrario, altrimenti vivremmo in un mondo 'giusto' e congruo, cosa che anche il più idiota degli individui probabilmente ha capito da sé non corrispondere a verità-, e le appare chiaro come il sole che tanto prostituirsi ad altro non tende che a procacciarsi atteggiamenti speculari in grado di nutrire la sua ributtante vanità o il suo miserabile edonismo.

Ora, un mondo di autoreferenzialità siffatta non serve a niente, non crea, non progredisce, non consente approfondimento, non produce amore né bellezza, non consente sincero scambio e si riduce ad essere una formale pantomima noiosissima e ripugnante.

L'atipica -che è una persona comunque sempre gentile- detesta  il lecchinaggio e trova ammirevole , invece, lo stoicismo, concetto tanto più a sproposito citato quanto più, di fatto, assente in genere nelle pratiche di vita. Il lecchinaggio è praticato, infatti, preferibilmente da chi è massimamente insicuro o massimamente avido di consensi, e mira in entrambi i casi ad incassare un  riscontro personale.
L'atipica odia ferocemente chi compiace gli altri in modo sistematico e compulsivo per ottenere benevolenza e simpatia, ma odia anche - e massimamente- i superbi che si arroccano su posizioni spocchiose a difesa della loro sostanziale pochezza umana, che il loro fare altero spera così di mascherare .
L'atipica odia inoltre chi ha tendenza all'aggruppamento e al corporativismo intellettuale: lei simpatizza per i Cani Sciolti, per i cani e basta, per quelli che piangono da soli ed in silenzio.
Vorrebbe abolire i Partiti Politici ed il matrimonio. L'atipica è, per forza di cose, una disadattata. Però insospettabile.

L'atipica qualche volta sta in internet e fa la blogger nel poco tempo libero per la semplice ragione che delle cose che scrive non avrebbe con chi parlare: è una pura speranza di comunicazione ed amicizia. Il suo concetto di amicizia è condiviso in  linea teorica da molti e praticato da pochissimi. In genere l'atipica è disposta a difendere gli amici pagando prezzi personali: da ciò ne deriva che essa è spesso considerata un po' folle. In rarissimi e preziosi casi la speranza si realizza.  Non ha velleità diverse di nessun altro tipo.
Da quando ha perduto la sua biblioteca personale per i casi della sua vita, inoltre, in internet assume molte informazioni e legge.
Per questo, nell'osservazione delle altre galassie virtuali, prova spesso grandi perplessità unite ad una certa compassione laddove intuisce la disperata ed impudica tensione di molti e molte blogger a farsi centrali a suon di reciproche sviolinate e -mi si perdoni- spesso anche di arroganti e deprimenti banalità e stupidaggini.
Grazie al cielo non l'ha detto lei che la quantità spesso inficia la qualità; no no: è stato altro atipico, ma millenni fa.

L'allettamento per la quantità, con quel nonsoché di volgare ed approssimativo che si porta dentro, è davvero una delle concause più notevoli di nausea.

Quanto appena detto è altamente 'atipico'.
Infatti, sia essa espressa dal denaro posseduto o desiderato, dal potere, dal codazzo di piaggi, dai civettuoli ammiccamenti, dalla popolarità, la tensione alla quantità è la vera molla dell'incedere dell' uomo attuale (e forse pure di quello passato) nel mondo.

Che cialtrone: guardate un po' dove l'ha portato...



domenica 22 luglio 2012

Atipici -2- Gli effetti.

"La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto.
Un istante, cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: "E' una bella vita".
Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciare cambiali per l' eternità, non avevo capito niente..."
(Jean Paul Sartre)
Almeno lui aveva individuato il problema: è un passo importante e significativo. Sapeva d'aver sbagliato nel procrastinare, nel concedere a sé stesso troppe pause di riflessione, nell'aver destinato al tempo a venire il pungolo di realizzare speranze, nell'essersi crogiolato in una melmosa e paralizzante ignavia. Oppure anche, forse, ricordava con il senno del poi un'occasione perduta precisa, sulla quale poter recriminare a piacimento ed all'infinito.

Io, invece, non so che dire, ed il problema non l'ho affatto individuato.
Ciò che so è che la cifra della mia vita è un disgusto talmente esteso e pervasivo -come pianta parassita e infestante dall'inarrestabile crescita-, che il solo modo per farlo smettere una buona volta e definitivamente mi pare quello di far smettere anche me.
Più mi lambicco il cervello e più ovvia mi appare quella deduzione.
Mi stropiccio gli occhi, come un bimbo che non crede a ciò che vede, o che, pure, anche avendolo messo bene a fuoco continua a non capirlo, ma non arriva alcun responso preciso né so individuare la fonte primaria della nausea: sta ovunque, come fosse l'elemento fisso di ogni altra combinazione.
Così come l'abbiamo reso, questo mondo mi dà la nausea.

Né cambierebbe qualcosa se la mia situazione oggettiva fosse più facile di quanto oggi sia, e la prova inoppugnabile sta nella mia stessa memoria.
Fino a quattro anni fa la mia vita era perfettamente 'in ordine'. Non lottavo per la sopravvivenza come devo fare oggi, avevo qualche parca sicurezza sociale, qualcuno di cui fidarmi, potevo soffrire o gioire per motivi precisi ma senza sentirmi oscillante su di un filo sospeso sopra un baratro di cui non scorgevo il fondo. Non era ancora avvenuto quell'abominevole grande squarcio che mi ha spezzato il cuore.  Ciononostante, acquattata, anche allora,  la Nausea era ugualmente latente e presente e bastava qualche minimo dettaglio per farla emergere in tutta la sua spaventosa enormità: l'acredine o la scortesia di un umano, la delusione di un giudizio accordato  rivelatosi poi troppo generoso, una dimostrazione di miseria e bassezza morale, la vista della caducità di ogni cosa.
Ecco, sì: è anche questo. La consapevolezza della morte di ogni cosa e finanche di ogni sentimento è massimamente disgustosa e talvolta penso che chi ha inventato Dio l'abbia fatto appositamente per poterlo maledire nei momenti più intollerabili dell'esistenza.

S'incorre spesso nel dire, in ottemperanza al comune pensare, che la vita è comunque bella: un'affermazione semplicemente nauseante, di una leggerezza imperdonabilmente caparbia e totalmente sorda al vero dolore.

Noi professionisti del tormento lo sappiamo bene, invece, che qualsiasi finzione non è che un pietoso espediente per tergiversare e che la vera soluzione non contempla menzogne.
Ai miei simili con bocca dello stomaco serrata, vorrei riuscire a fornire una piccola lista di eventi ributtanti che rendono tanto grama ed eroica la nostra vita, partendo dai miei ricordi e riflessioni personali. La prossima volta.
Intanto vi abbraccio.


venerdì 20 luglio 2012

MetAmore

In una catena logica di piccole considerazioni,  quando anche soltanto uno degli anelli non risulta collimante ai personali parametri e valori, succede spesso che il dialogo si perda e si vanifichi.
Anche amare l'altro è un esercizio dialettico, tutto sommato, ed è per una delle innumerevoli occasioni di fraintendimento che gli amori finiscono sempre o sono impediti nel nascere.

La cosa più facile è accusare sé stessi, fomentare un perenne senso di colpa, addebitarsi un'inguaribile e frustrante inettitudine alla chiarezza, nonostante lo sforzo di mostrarsi limpidamente faccia parte della stessa propria natura.

Ogni parola racchiude in sé un nocciolo di opinioni, un universo di presupposti, una storia personale infinita impossibile da raccontare, impossibile da condividere se non, fortemente, volendolo.
Chi ama qualcun altro è questo che dovrebbe fare: volerlo.

Ma io non ho mai mentito, comunque, a prescindere da quel che altri hanno potuto o voluto intendere. Ho sempre amato l'amore: niente può farmi sentire tanto libera quanto seguire quella sorta di scia benedetta e furiosa che monda da ogni viltà, che eleva da ogni bassezza, che sa livellare, in elettivi effimeri momenti, le punte e gli abissi dell'universo interiore consentendogli così di librarsi ed espandersi nel cosmo.
Perché, per me, amare è questo, esattamente: farsi cosmici, spezzare i legacci, irridere le piccinerie non tanto terrestri -ché la terra ha la sua propria nobile funzione se non altro perché ispiratrice e trampolino di lancio di ogni sogno e fonte prima di conoscenza-, quanto culturali e sociali.
Concetto confuso?
No, soltanto impervio, io credo.
Perché la metafisica dell' amare, evidentemente, è soggettiva, ma anche terribilmente velleitaria ed aspirante all'assoluto, e, giacché l'assoluto è quanto di più distante da una laica rappresentazione dell'essere, l'amare rimane apirazione frustrata e dolorosa: non si riesce a dargli una qualche forma per esprimerlo che non sia guastata da qualche umano vizio o compromesso.

La generalità degli amori di cui ho udito il racconto o che ho direttamente sperimentato non sono che un misero quantum dell'idea di amore che in genere si accarezza nella propria mente, e questa è certo una colpa, solo in parte limitata dalla successiva defezione.
Spesso, laddove emerge un vuoto vi si immette un'intollerabile prosopopea moraleggiante.
Invece l'amare me lo immagino  divertente, leggero (spontaneamente facile), piacevole, instancabilmente dialogico e nel contempo profondissimo.
Io, però.

A qualcuno piace silenzioso.
A qualcun'altro simbolico.
Ad altri epidermico e tattile.
Ad altri regolamentato da clausole.
Ad altri rassicurante e  soporifero.

Ecco perché adesso porrò la parola 'fine' su questo insulso post inutile in cui ho disquisito di nuovo su un'idea che, in quanto idea, non esiste affatto.


sabato 14 luglio 2012

Atipici -1-

Il sottostante scritto avrebbe potuto intitolarsi, avventatamente, "Tipi -9" ed aggiungersi ai precedenti in naturale sequenza. Per fortuna mi sono avveduta per tempo dell'insita contraddizione. Infatti qui sotto non si scrive di tipi umani. Qui entriamo con lenti speciali nei micromondi sempre sconosciuti.

*
E' da un po' che ci giro intorno, che tergiverso, che provo a glissarla, che ci edifico attorno e sopra -io che sono da sempre una creativa fallita perennemente dilettante- fregi e merli, pensieri architettonici in sovrappiù, ricami ideali e sfumati sfondi -coreografia di salvamento, malinconica strategia di disperata sopravvivenza-, e l'ho fatto per non essere precipitosa, od eventualmente ingiusta ed ingenerosa, ma stamattina ho avuto il coraggio di ispezionarmi con minuzia e distacco allo specchio e così l'ho vista, e, giacché la viltà, ai miei occhi, è il più ripugnante degli espedienti cui ricorrere per alleggerire il senso della nostra miseria esistenziale, ho dovuto prenderne clamorosamente atto.
Ovvero: lasciare che la verità di quanto ho visto e che da sempre conoscevo allo stato larvale, gocciolasse dentro, in stille incandescenti ed acide.
Lo scarafaggio kafkiano non ha più alcun segreto, per me: ci somigliamo come gemelli, ma fin dalla nascita.
Sì, perché scarafaggi si nasce, non si diventa. Scarafaggi si è all'origine, e l'orrendo risveglio rappresenta piuttosto il disvelamento compiuto, non già la fine di un processo di metamorfosi.

E' perfettamente conseguente la deduzione che una blattodea non ruscirà in alcun modo a sentirsi realizzata o compresa in un mondo d'umani-tipo, nonostante la sua stessa natura l'abbia obbligata ad un lungo processo di mute susseguenti, in cui, di volta in volta, lei rafforzava la sua folle convinzione -evidentemente suggeritale dall'inconsapevole  e sovrastante legge mimetica naturale- d'essere, per l'appunto, umana e finanche troppo umana.

Così, ora che ho smesso di girare ed ho spalancato gli occhi, mentre la pianto di cercare motivi e capri espiatori vari per motivare la mia  blatta.realtà, giusto per rendere decorosamente leggibile questo post, come fosse una novella un po' macabra, ma forse pur  sempre, limitatamente a qualcuno, di qualche interesse, elencherò qualche uso, accadimento e costumanza di uno di noi 4000 scarafaggi androidi esistenti.

  • Ogni vita è un non sense. Gli umani hanno escogitato tutta una serie di espedienti per convincere sé stessi che invece no e basterebbe cercarlo, o adottarne uno qualsiasi già confezionato ed in uso. Lo scarafaggio non ne è assolutamente capace perché dilaniato dal dubbio e da mille interrogativi di coscienza ed inoltre a conferma, per tutta una serie di straordinarie casualità, gli accadono le cose più assurde e rare. Da ciò se ne potrebbe anche dedurre che egli funga da parafulmine cosmico alle tempeste di sfortuna, ma, naturalmente, così non è, perché quest'ultima ipotesi investirebbe comunque di  un senso le sue sofferenze. Invece il senso -già s'è detto- non c'è mai ed è possibile soltanto fingerlo.
  • Lo scarafaggio -com'è comprensibile, data la sua eccentricità- non riesce sempre a tradurre in parole umane i suoi reconditi pensieri né a trasmettere fedelmente agli altri la giusta prospettiva per consentire loro di interpretarli, cosicché può succedere che nel mentre egli si arrabatta per rendere l' idea con una certa precisione, quelli son già partiti per la tangente più a loro confacente e sbrigativa.
  • Lo scarafaggio tira un mezzo sospiro di sollievo quando s'accorge che nei rapporti infra-umani succede pure così. Ma nel deglutire questa considerazione, ne sente tutto il sapore amaro. Perciò vi si oppone  intimamente (lo scarafaggio è sempre un idealista) e si sente, singolarmente e molto, oppresso da  pesante dispiacere.
  • Lo scarafaggio è inizialmente uno spirito di sinistra, a causa di un viscerale amore verso gli oppressi. Siccome aborre i compromessi, più tardi propende per un nobile ideale anarchico a-violento per poi, successivamente,  scoprire che quale che sia la bontà di un iniziale intendimento l' uomo saprà sempre e comunque corromperlo ed infestarlo di egoismo spicciolo. In conseguenza di ciò, lo scarafaggio non potrà più credere in nulla.
  • Esso ama molto intensamente, ma fino a quando ama e non un istante di più. Di ciò gli umani, che hanno istituzionalizzato l'amore, si spaventano e scandalizzano, ma a lui pare perfettamente congruo e perfino onesto. 
  • Lo scarafaggio detesta le mode. Le vetrine, i termini 'outlet- fashion' lo intristiscono. Non indosserebbe mai gli stivali sopra i jeans se non per andare a pescare peoci. Ha una certa sua idea di eleganza e stile, anarchiche pure quelle. Odia in egual misura la sciatteria e la trascuratezza. Ma tutto ciò appartiene al suo intimo gusto o disgusto e prova a non renderlo un pregiudizio che penalizzi i suoi rapporti con gli altri.
  • Lo scarafaggio patisce massimamente lo stress del vivere. Talvolta ha un lavoro pesantissimo anche fisicamente. Le sue zampette a sera gli fanno così male e desidera così tanto il riposo del sonno da crollare sulla tastiera. Rivolge un dolce pensiero ai suoi pochi amici e lettori, e s'eclissa nella sua piccola tana, prima che qualcuno, innervosito dalla sua petulanza, lo centri con una mela diritto al cuore.


lunedì 9 luglio 2012

Ideale e spleen

E' allucinante rendersi conto di quanto siano spesse le sbarre che delimitano la capacità di ascolto ed intuizione fra gli umani.
C'è qualcosa di più triste dell'essere resi oggetti di livore ed odio da chi prima ci amava, a seguito di una superficiale traduzione delle nostre intenzioni e delle nostre parole?

Chi vede in noi torbido vizio, laddove non c'è, è della sedicente trasparenza della sua stessa anima che dovrebbe dubitare.

Tutto questo spiega e giustifica ogni sventura: le emicranie da disillusione, l'inossidabilità del dubbio, l'isolamento, le guerre, l'uterina universale propensione all'infelicità.

"Stupidità e peccato, errore e lesina
ci assediano la mente, sfibrano i nostri corpi,
e alimentiamo i nostri bei rimorsi
come un povero nutre i propri insetti.

 Son testardi i peccati, deboli i pentimenti;
vendiamo a caro prezzo le nostre confessioni,
e torniamo a pestare allegri il fango
come se un vile pianto ci avesse ripuliti.
[...] "  (Charles Baudelaire)

Forse la nostra è davvero una specie insanabilmente corrotta, dallo spirito guasto e perverso, votata alla capitolazione in una Noia assassina.

Quale felicità l'incontro con un umano capace della stessa limpidezza e coerenza di intenti del mio cane!


sabato 7 luglio 2012

Crode e corvi

Ego smisurati, a forma di sconfinata mongolfiera, sui cieli del Web, incombono. Convergono disperatamente e caparbiemente verso l'idealizzato centro, ove lasciar risplendere quel folle fuoco che alimenta il volo, perché sia ammirato, perché dia loro un senso.
Ma il senso non c'è e non è stato mai.

Inoltre, invece -aguzzo lo sguardo-, sono corvi malinconici, che vagano senza tregua alla ricerca di cibo. Tanta è la fame, che basta sia virtuale, e poi virtuale diventa anche quanto più di desiderabile esista.
Così in questo enorme infingimento il bisogno nasce, in qualche istante s'illude, e poi smette.
Un desiderio in meno, un passettino di avvicinamento in più verso le braccia della grande equa mietitrice.
Desiderare è il solo modo in cui sappiamo esistere.

E' sempre, poi, tutto quanto, questione di semplice battito di ciglia: quanto basta per mutare il fotogramma sul quale concentrare la mente e reinventare di botto la sostanza stessa della vita.

Se fossi lì, lì dove sono già stata, sulla croda al di sopra del Laghetto dei Negher, e m'imbattessi, come allora, in quell'enorme branco di stambecchi, sarei occupata in altri e circostanziali pensieri, pur se -poniamo- la mia vita ordinaria fosse la stessa di oggi.
Sono costretta a farmi largo tra quelle paradossali capre dalle dimensioni di muli e la mia amigdala lancia qualche messaggio di timore: nessuno mi ha saputo dire se i possenti maschi che vegliano femmine e cuccioli potrebbero interpretare come potenzialmente minaccioso il mio attraversamento.
Proseguo lentamente, lentamente, lentamente. L'indefinibile globo acquoso dell'occhio del capobranco mi segue come ombra. Ombra gravosa: la preoccupazione muta in quasi-paura, non so niente di stambeccologia.

Che ne sarebbe della teoria dei corvi malinconici?
Più nulla, azzerata, vanificata.
Lassù ci sono i corvi neri, i corvi veri, rocce millenarie, il vento che le sferza, il sole che screpola le labbra, il silenzio, i richiami d'amore, l'eterna rinascita, assente all'uomo ed indifferente.

Forse siamo un esecrabile, irrilevante, incidente evolutivo.
Eppure, se riuscissi a convincermene fino in fondo, so che mi sentirei davvero meglio, e non inciamperei più nelle mortificanti occasioni in cui, tra umani, altro non sappiamo scambiare che acre frustrazione e miseria.