martedì 27 settembre 2011

Pensiero Meridiano

Non so se posso osare questa generalizzazione, ma a me pare che nessuno accetti fino in fondo il mondo così come sta e com' è fatto né, tantomeno, che nessuno possa dirsi compiutamente soddisfatto dei propri simili, ravvisando in essi tutta una serie di mancanze, piccinerie, difetti e meschinità, debolezze, talvolta autentici orrori ed offese alla ragione, che, nei momenti di particolare fragilità dell' animo, o in concomitanza di determinati casi della propria vita, risultano intollerabili.

*
Mi confesso in un esempio volutamente ingenuo: non so spiegare quanto mi irriti leggere strafalcioni grammaticali, talvolta. Eppure so bene che, inavvertitamente o per pura ignoranza, potrebbero sfuggire anche a me, La Giudicante.
Veder scritto 'hai!' anziché 'ahi!', 'stà' al posto di 'sta', 'sù' invece che 'su' e simili facezie, in alcuni momenti mi satura di una rabbia eccessiva e di un senso di disprezzo esagerato.
Ho cercato di capirne il motivo. Sono un' incorreggibile esteta purista? Ma non ho sempre fortemente parteggiato per Prometeo? Non è un' attitudine all' amore quella che pensavo di avere nei confronti dell' uomo?
Questo è pur vero. Ma è altrettanto vero che a leggere strafalcioni mi invade un sentimento molto vicino all' odio, pur se impersonale. Sono in contraddizione vergognosa? Sono un' ipocrita?

*

Forse la contraddizione è inappianabile, a causa della nostra natura. E' un anelito alla perfezione, che, nel caso degli umani -questi viventi senza precisa forma fissa-, è anche compimento.
Il mondo, gli uomini, non ci piacciono così come sono, ma ad essi non rinunceremmo così leggermente: li vogliamo comunque, nonostante tutto.
Lo ripeto. T' amo e t' odio, Vita, Uomo: sei tutto quel che ho.

"Facciamo allora dell' arte  su queste esistenze. In modo elementare, le romanziamo. Ognuno, in questo senso, cerca di fare della propria vita opera d' arte. Desideriamo che duri l' amore, e sappiamo che non dura; se anche, per miracolo, dovesse durare un' intera vita, sarebbe ancora incompiuto. Forse, in quest' insaziabile bisogno di durare, comprenderemmo meglio la sofferenza terrestre, se la sapessimo eterna. Sembra che talvolta le anime grandi siano meno spaventate dal dolore  che dal suo non durare. In mancanza di una felicità inesausta, una lunga sofferenza costituirebbe almeno un destino. Ma no, le peggiori torture cesseranno un giorno. Un mattino, dopo tante disperazioni, un' irrefrenabile voglia di vivere ci annuncerà che tutto è finito, e che la sofferenza non ha maggior senso della felicità.
[...] Non basta vivere, occorre un destino, e senza aspettare la morte. E' dunque giusto dire  che l' uomo ha l' idea di un mondo migliore di questo. Ma migliore non vuole dire differente, vuol dire unificato. Quella febbre che solleva il cuore al di sopra di un mondo sparpagliato, dal quale non può tuttavia distaccarsi, è la febbre d' unità. Essa non sfocia in una mediocre evasione, ma nella rivendicazione più ostinata.  Religione o delitto, ogni sforzo umano obbedisce, alla fine, a questo desiderio irragionevole e pretende dare alla vita la forma che essa non ha."

(A. Camus, L' uomo in rivolta, rivolta e arte)


Il destino di un uomo non può prescindere da quello dei suoi simili: è questa consapevolezza che fa la differenza sostanziale tra l' anima grande e quella irrimediabilmente perduta nel suo egoismo e -pur se inconsapevolmente- agonizzante.
E' abbastanza per dirsi vivi.

venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminescenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


domenica 18 settembre 2011

Né tragedia né ditiràmbo- Del cercar motivi, quando sai inutilmente così troppo amare.

Frida Kalho- Le due Frida

"Cadeva in pause sempre più lunghe in cui semplicemente stava. Ascoltava il silenzio. Come una diafana betulla nella nebbia novembrina di un’alba malinconica. Macchie grigie di nulla che si espandevano come maree di idrocarburi, oleose chiazze di sospensione in cui galleggiava mentre le funzioni vitali rallentavano sino a ridursi ad un cauto battito cardiaco sostenuto appena da quel filo d’aria e fumo freddo sospeso nella stanzia ghiacciata. Spillava tempo alla vita, come parsimoniosa massaia che centesimo su centesimo accantonasse il piccolo patrimonio necessario per i doni di natale lei consumava in una infinitesimale, subdola erosione il plafond dei suoi giorni, in quel conto alla rovescia ormai confuso da troppe scadenze disattese.
Morì l’estate dei suoi cinquantun’anni.
Le parve semplicemente inevitabile. Quella bizzarra età recava una sorta di valenza allegorica, come una soglia spalancata su una atroce alternativa. Da un lato l’ineluttabile e ormai chiaramente intuibile declino del corpo, lo sfacelo della mente, l’annacquarsi del ricordo circonfuso di sogni e immagini fasulle, la sua storia ridotta a immagini scoordinate come le poliedriche istantanee rinviate dai frammenti di una specchio infranto. Dall’altro finalmente l’epifania attesa così a lungo, la risposta al quesito sotteso ad ogni suo giorno d’adulta. C’è qualcuno lì? Ci siete ancora voi che siete andati oltre i miei sensi, dileguati in una sostanza che non posso toccare, in odori che il mio olfatto non può catturare, in suoni che l’etere trascina altrove, in colori che l’abisso cieco delle mie pupille inghiotte senza recepire?
Prese senza strappi congedo dalla vita, costruendo successivi gradi di lontananza. Di giorno in giorno retrocedeva dolcemente verso un crepuscolare entroterra, una caverna misteriosamente inesplorata che si era spalancata nel suo essere più segreto e la evocava con un richiamo suadente, una nota sospesa, un’eco appena percettibile e insistente. E di giorno in giorno il mondo condiviso diveniva un concetto retorico, una reiterata leggenda udita troppe volte mentre quella nuova patria, quella terra promessa, la chiamava senza tregua con la voce della nostalgia per un’origine ancestrale da cui la violenza del parto l’aveva strappata e cui ora, scontati i suoi giorni di mortale, veniva riammessa.
Aveva iniziato a perdere ridondanze di materia. Impercettibilmente, con inappellabile puntiglio, assottigliava il corpo che l’aveva ospitata privandolo di sostentamento. Tacitava le sempre più blande e disperate recriminazioni dello stomaco distraendolo con vegetali pressoché privi di apporto nutrizionale e costringendo il suo metabolismo ad autoalimentarsi digerendo sé stesso. E mentre il suo corpo si alleggeriva, come uno zaino divenuto pesante sulle spalle del viandante dal quale questi estragga e getti qualcosa di superfluo all’incalzare della stanchezza, il suo spirito sembrava sintonizzarsi sempre più esattamente su una frequenza segreta, appartenente alla terra, a cose antiche, a un sapere precluso ai vivi che in lei iniziava a prendere i contorni incerti di un’intuizione. Sentiva dentro sé l’orologio biologico scandire con ritmo costante il tempo dell’eternità, secondo un ordine proprio degli alberi, delle rocce, degli abissi marini e c’erano brevi istanti, fra il sonno e la veglia, i brevi istanti in cui cadeva nel vortice del sogno o sostava nel vuoto prima che la consapevolezza tornasse con il risveglio, in cui vedeva con stupefacente e calma certezza il modo ed il momento del proprio trapasso.
Non capiva come gli altri non possedessero quella visione: aveva l’impressione che fosse una espressione di intelligenza analoga alle altre, che ciascuno la portasse in dote, che ad ogni essere vivente venisse codificata nei geni come le rotte migratorie nella memoria primordiale degli uccelli e la caccia al cucciolo del ghepardo nell’istinto della leonessa.
Fra le molte e sanguinose delusioni cui un’indole sognatrice e una sostanziale, incorruttibile ingenuità l’avevano esposta, la principale, quella determinante anche ai fini della sua definitiva decisione era costituita da quello strano figlio. A volte ricordava come, in occasione di una delle prime poppate, l’infermiera avesse scambiato i neonati e le avesse portato un cucciolo d’altra madre. Qualcosa non soddisfaceva i suoi sensori di puerpera e tuttavia non identificò l’errore sino al momento in cui l’imbarazzatissima signorina venne a riparare alla confusione, ristabilendo l’ordine fra madri e pargoli. Quella sua incapacità di riconoscimento la scosse sin nei precordi, umiliandola e mortificandola, con la denuncia di una sua incolmabile incapacità ed al contempo con il presagio di una asintonia grave e preoccupante, un accordo falso e compromettente, un preludio di future e ben più devastanti incongruità. Nel tempo a venire dovette sovente chiedersi quale mancanza avesse commesso nell’arco della gestazione, quale errore nel processo educativo, quale colpa nell’esercizio del proprio ruolo, per aver prodotto quell’adulto alieno e sotterraneamente ostile nel quale intuiva una natura distante dalla propria che la propria negava e sviliva.
Naturalmente costruire il palinsesto della propria morte richiedeva argomenti strutturali persino più importanti delle disfatte di madre e lavoratrice anche se certo aver investito in una iridescente e fragile bolla di sapone gli ultimi trenta estenuanti anni del suo percorso non poteva considerarsi fallimento di poco conto. Il nodo autentico attorno al quale aveva tessuto il sottile e attorto filamento sul quale correva la ratio della propria autodistruzione era in verità l’adamantina consapevolezza della mostruosità della propria essenza.
Mostruosità in senso proprio, giacché aveva maturato l’ormai inossidabile certezza di non appartenere alla specie animale di cui per nascita, aspetto, proprietà anatomiche, avrebbe dovuto costituire un esemplare: al contrario nutriva per quei suoi “simili”, persino per coloro che biologiche impellenze costringevano ad amare, un disprezzo ed un’avversione alla lunga insostenibili. Ne detestava tutto.
L’indole predatoria che in quel mondo satollo ed evoluto aveva trovato le più subdole ed arzigogolate modalità espressive e che non di meno finiva sovente con il palesarsi attraverso il mero atto assassino: la coercizione nella sua estrema manifestazione e l’affermazione dell’ego attraverso l’annientamento dell’alter.
E ne detestava la codardia. Oh sì, la mancanza di coraggio costituiva presso il tribunale della sua coscienza un crimine efferato e spregevole, ulteriormente aggravato dalla circostanza che vedeva quel tribunale affollato persino dagli insospettabili. I pusillanimi vivevano i propri giorni nell’angoscia di garantirsene altri: non aveva particolare rilievo la gradevolezza delle condizioni vitali né se il prezzo del proprio spazio vitale fosse sostenuto da terzi né se il mondo intero avrebbe tratto beneficio dalla loro dipartita. L’essenziale era esserci, restare, durare, a costo di comprarsi un cuore, un fegato, una milza nuovi dal banco espositivo su cui stavano allineati i pezzi di ricambio, per tutelarsi con uno degli strumenti più efficaci al raggiungimento dell’obbiettivo: la giovinezza. L’eterna, intatta, infrangibile, invidiabile giovinezza. A suon di interventi, riduzioni, aggiunte, sostituzioni, innesti, revisioni, trapianti. Vivere era la sola indiscussa condizione che fossero disposti a considerare per sé.
Al contrario lei da tempo consolidava la convinzione di sostare in un preludio di qualcosa di là da venire e la pazienza di attendere l’ammissione a quel livello alternativo di esistenza era completamente esaurita: l’impazienza, frammista ad un indomito orgoglio che la voleva artefice del proprio destino, la indusse pertanto a stabilire il momento oltre il quale non ci sarebbero stati altri foglietti datati da strappare dal calendario. Il giorno del suo compleanno le parve decisamente un’opzione volgare e narcisistica e l’anniversario della morte della madre era ormai trascorso per cui decise che l’equinozio d’autunno ben potesse ospitare il risibile gesto con cui avrebbe calato il sipario sul mondo.
Avrebbe prenotato una stanza in un lussuoso albergo dove trascorrere una notte di fine estate, avrebbe lasciato una cospicua regalia al personale di servizio per risarcirlo del lavoro supplementare cui l’avrebbe costretto e consolarlo per l’orrore di una immagine fotografica che forse per qualche tempo avrebbe turbato i sogni o insidiato la coscienza con il fastidio di uno scrupolo, di un dubbio irritante. Avrebbe provveduto con adeguato anticipo a collocare le proprie cose, i propri miserrimi averi.
Sarebbe uscita in punta di piedi, recando il minimo disturbo o imbarazzo possibili.
Aver attraversato il guado della scelta le conferiva una inedita calma: ogni preoccupazione, ogni infausto presagio, ogni necessità, venivano catturati dalla coscienza della loro estemporaneità e sciolti in quella tragica quiete come gusci d’uovo immersi in aceto.
Tuttavia, forse per retaggio dell’ansia di tutta una vita, sulla piana superficie di quell’atona attesa, serpeggiavano pulsioni e umori, repentini brividi le increspavano l’anima nel disperato tentativo di denuncia di un’ingiustizia abominevole, di un misfatto aberrante. Non riusciva a focalizzarli ed interpretarli appieno poiché da tempo il corso logico del pensiero si era sfilacciato in mille circuiti di base, anarchici e indipendenti, fucine di esplosioni improvvise e oscuramenti accecanti.
Riusciva ad intendere quelle pulsioni come un pallido spettro del desiderio d’essere ma, per quanto immensa sia la mole di dolore necessaria a debellare il più radicato e indomito degli istinti d’ogni essere vivente che è quello della propria sopravvivenza, lei l’aveva sperimentata tutta, la reggeva su spalle sempre più fragili da tempo incommensurabile, immemore ormai dell’ultimo istante di felicità, se mai ne aveva conosciuti.
Sapeva altresì quanto fosse sciocca la tentazione di ravvisare nella vicenda della propria vita, in quell’alba della fine, un sopruso iniquo ed immeritato: miliardi di inutili vite dimenticate s’erano consumate e perdute senza lasciare una sola ruga sull’imperturbabile superficie della stellare indifferenza. Eppure ciascuna d’esse era stata per sé stessa l’inizio e la fine di tutto, fulcro d’ogni mondo ipotizzabile, supremo senso, fine, risposta. Ciascuna aveva assistito alla propria agonia con l’angosciato stupore di chi contempla un evento estintivo della specie mentre non si trattava che di un silenzioso rito d’ordinaria quotidianità.
Al contrario, lei sedeva su una poltroncina di terz’ordine nell’ultima galleria, sempre dietro quella inopportuna colonna che le aveva sottratto la visuale del palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo, rassegnata ad udire la melodia senza alcuna prospettiva della buca donde l’orchestra suonava né tanto meno dei fasti dei costumi di scena degli attori che interpretavano il dramma o la commedia (non aveva compreso di quale rappresentazione si trattasse) per altri spettatori, meglio assisi o più perspicaci.
Si chiedeva se le sue facoltà di comprensione non fossero state compromesse dall’imperversare delle interferenze che nel corso di quei 51 anni avevano disturbato ascolto e contemplazione. Emozioni primitive, paure selvagge, primordiali istinti. E poi il dolore. Quell’eterna, inconsolabile, straziante pena fatta di lutti e rimorsi, di compassione e solitudine.
Esitava. Concedeva a sé stessa una dilazione d'imprecisata entità. Ad ogni risveglio l'affilata lama di una disperazione beffarda e allucinata le trapassava il petto con l'oscena evidenza di dover di nuovo posare sul parquet i piedi freddi, organizzare una successione di passi lungo l'asse camera-cucina, preparare un mediocre caffè, non prima d'aver assecondato le invero modeste pretese dei mici, cambiare l'acqua, pulire la cassetta igienica, sminuzzare il cibo umido. E quindi affacciarsi al ciglio dell'abisso e trovare l'istante di abbandono o incoscienza per lasciarsi cadere nella voragine di nulla di una nuova giornata da impiegata precaria e vessata. E mentre rotolava lungo la traiettoria scomposta d’una goccia di pioggia sulla superficie sporca d’una finestra verso il fondo di quel nero pozzo di tedio e avvilimento, di stanchi e inutili riti domestici, constatava che ancora per quel giorno, quel giorno solo, sarebbe riuscita a guadagnare la sera e poi il perdono della notte e ancora forse un sogno. Magari avrebbe sognato una madre finalmente riappacificata e dolce, il grembo salvifico cui tornare e raggomitolarvisi al sicuro, fra braccia immense e tiepide e indifferenti alla sua nuova bruttezza di adulta sfiorita e stinta. O avrebbe sognato un amore come da sveglia non sapeva più fare, tediata dal reiterarsi della miseria e dello squallore cui puntualmente conducevano tutte le strade che aveva percorso. O avrebbe planato rasente il pelo d'acqua di distese oceaniche con ali d'albatro o fluttuato verso il cielo, sospinta dalle correnti ascensionali negli abbacinanti scintillii di eterni ghiacciai conficcati nei densi nembi sul tetto del mondo.
E se invece un disegno fosse esistito, un progetto, una partitura? Se quel vuoto orrendo, quel terrificante silenzio fossero l’equivoco prodotto dalla sua stupidità?
L’insidiava il caustico sospetto d’aver vissuto una cieca esistenza nella grigia ombra d’un mondo pieno di colore, sorda alla sua sinfonia corale, ai margini estremi d’una galassia intessuta di interessenze e connessioni esatte, di sublime corrispondenza. Tessera del mosaico al cui interno si incastravano in perfetta consonanza tutte le vite di tutti i tempi. Forse esisteva quella forza misteriosa e semplicemente inarrestabile in cui confluiva e da cui promanava ogni singola cellula vivente e che trascinava piante, animali e uomini in un’ unico destino di eterna consequenzialità.
In infiniti cerchi concatenati tutti i vagiti dei figli del mondo, ogni loro respiro, ogni scelta, ogni azione, ogni morte, ogni foglia caduta, ogni più infinitesimale atto nella cosmica rappresentazione di quel brulicante spettacolo della vita aveva una ricaduta diretta e ineluttabile, provocava una variazione nell’equilibrio delle corrispondenze, uno spostamento di pesi sull’asta della bilancia necessario ed ineludibile per cui nulla più sarebbe in seguito stato lo stesso, in un incessante scorrere di linfa in vasi comunicanti iniziato all’alba dell’universo e proiettato verso l’infinito.
Le sembrava che allargando la concezione dell’essere oltre le irrisorie, in sé stesse, individualità, quelle individualità acquistassero spessore e valore in relazione alle altre. Le sembrava che la visione a distanza del tutto conferisse un senso agli innumerevoli, microscopici particolari che a quel tutto concorrevano e che nell’insieme trovavano una propria specificità indispensabile, un fattore di unicità di vitale importanza.
Nulla accade fra terra e cielo che non provochi un fremito nel cuore della vita. Nulla avviene senza conseguenze.
Nel momento in cui il suo respiro si fosse arrestato, quando l’ultimo granello di sabbia fosse scivolato nella clessidra e il suo cuore avesse battuto l’ultimo esausto rintocco, l’indifferenza in cui quell’attimo si sarebbe disperso non avrebbe in alcun modo scalfito la portata cosmica che il suo vivere e morire, nella generale insipiente ignoranza ed a dispetto della propria stessa incredulità, aveva avuto." (CristinaMartini)

***

Bellezza straziante del dolore.
 
Imponendo i propri istanti all’ indifferente universo, essendoci ,dunque (!), -essendoci, e basta-, violentemente si è.
Non è un incubo, non è sogno: ma   il mio respiro sta comunque modificando il mondo.
Respiro... trasformo il mondo.
Tu che mi leggi stai, pure, cambiando il mondo: emozioni elettriche, fasci invisibili d’ energia, le tue lacrime, le mie, il cuore che duole, pensieri che copulano, si rincorrono, si perdono e re incontrano. Immaginazione, struggente malinconia. Odor di poesia. T' odio e pur ti amo, Vita. 
Non importa se non sarà piacere.
Me ne frego del piacere, lo sovrasto, supero l’ uomo, supero il Dio imperturbabile e freddo.
Resisto come un Dio più grande, io, lombrico pensante e sconfinato; ed anche tu, che accogli e poi in silenzio, forse, rispondi.
Solo da vivi, si può.
Rido, piango.
Amo cani, gatti, amo te, sparuto umano degno.
Ed ho notato quell’ increspatura tra le sopracciglia: nasconde il terzo occhio, l’ occhio consapevole della solennità della Vita, la Vista elettiva che non necessita di alcuna divinità, che rende atti all’ Amore, nonostante tutto, nonostante tutti.
Il poi non importa. Me ne frego anche del poi. Dei se dei ma dei forse.
Ma niente, dopo di te, dopo di me, sarà lo stesso.

Pubblico, perché gli innamorati della morte imparino il coraggio.

 

martedì 13 settembre 2011

Falene

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Lo strazio di osservare, impotente, il suicidio reiterato delle falene notturne che si precipitano verso la luce delle lampade roventi...
... perfino più pazze dei ricci di tangenziale, dimentichi della sproporzione tra la loro possibilità di accelerazione nell' attraversamento della carreggiata e la velocità di un motore di 60 Kw.

La Natura è orribile. Orribile.

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Talvolta non c' è altra scelta che andare avanti, anche se non riesci a trovare in te un solo muscolo, una sola spinta creativa dell' immaginazione, un solo bisogno (dato che anche l' avvertire il bisogno richiede energia vitale), un solo credito di speranza nel futuro, che non tendano, invece, a sottrarsi a quel cammino e che agognino alla stasi, all' immobilità inerte, al meritato riposo.
Succede, parola mia, succede.
Da una vita mi auguro il raggiungimento della sublime atarassia. Da una vita ciascuna delle mie scelte è andata nel senso contrario a quella meta.
Credo sia odio verso me stessa ed istinto autodistruttivo.
O perfetta o dannata: una specie di mantra maledetto.
  
Ma so bene che non è questione che interessi i miei simili dato che, più che altro, la sedicente similitudine si limita al dato di fatto d' essere conspecifici, cosa che, nel campo umano dell' era moderna, non allevia né le sofferenze e le difficoltà del singolo -che rimane monade-, né, men che meno, gli suggerisce spunti per risolverle in modo meno drammaticamente solitario.

Forse è questo, ESATTAMENTE, il punto.
L' indifferenza.
Noi siamo indifferenti -in realtà e nel profondo- al destino dell' altro, e, giacché ciascuno lo sa bene, nell' intimo, ci siam fatti algidi e cinici e ciarliamo, per sedare la coscienza. Ciarliamo e ciarliamo, poi scribacchiamo e lordiamo pagine con pessimi versi ed esercitiamo superbo senso critico, in ogni campo dell' intelligibilità umana.
Il senso del divino, che era davvero la perla della nostra umanità, altro non è rimasto che materia di razionale scontro teologico, od ideologico.
Tutto questo, per nascondere pietosamente a noi stessi la nostra assoluta inabilità ad amare.

Così si procede lo stesso, in una sorta di perenne tenzone con sé stessi, perché poi le due alternative guerreggiano furiosamente nelle proprie sotterraneità: resistere o morire, poco importa se d' accidia, di malattia, o per auto-soppressione.
Ed ognuno resiste come può e come sa: ciò è strettamente correlato alle sue capacità di distrazione ed alla sua caparbia fame d' esistere.

Non siamo stati mai così soli, miserabili e volgari come adesso.
Noi, così assuefatti ormai alla miseria sentimentale, così volgarmente scissi tra pensiero ed azione, così disinvoltamente contraddittori e mentitori, abbiamo consolidato, senz' avvedercene mai, il tumulo universale della disperazione.

*
"Era stata evidentemente incapace di vivere, priva di qualsiasi forza di carattere, facile preda delle abitudini, uno dei relitti su cui è stata eretta la civiltà."  ( James Joyce, da: Un caso pietoso)

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venerdì 9 settembre 2011

Lazzi isterici di tarda estate.

Basta, non lo sopporto più. Non riesco più a discernere. Da che parte arrivano i buoni? Non so a chi credere: esiste un sovraffollamento di maschere. (-Disgusto-)
Oppure non vorrei. Non vorrei esser costretta a frullare tutto quanto senza possibilità di salvamento: un' eccellenza, un' eccezione, una piccola (piccola, piccola concessione, un' accenno di pulizia: so che l' eccesso di purismo è sovrumano e diabolico) perla di purezza.
Ciascuna parla per sé, non vede che sé, infinitamente tollerante con ciò che le attiene e le conviene, indifferente glaciale o ipercritica con le maschere straniere.
Fatemi vedere le vostre facce, ma senza cerone: individuerei quegli impercettibili segnali che sanciscono la buona o la malafede e che le decine di muscoli mimetici rivelano all' osservatore attento.

Ostentar parole e concetti non vale, non serve a nulla, né serve quel subdolo espediente tutto umano di parlare del mondo per parlare di sé.
Niente eguaglierà né sostituirà mai la tangibilità della vera vita, della reale storia di un uomo, di una donna, e la sequenza dei loro istanti pregni di respiro, di molte lacrime, di paura, di fatica, di coraggio. Ma anche -o soprattutto-, la naturale simpatia che la carne trasmette alla carne.
"Canto il corpo elettrico", declamava Whitman...
E mai è stato così chiaro come ora che di te, giovane precario e già vinto, e di te, operaio cassaintegrato che vivi al cardiopalmo in attesa della mobilità, e te, donna in pre-menopausa senza garanzie di tutela psico-fisica familiare, o te, genitore povero di figlio minorato, nessuno, nello sbrindellato tessuto sociale, ha vera coscienza od interesse. Nessuno può immaginare, né vuole, che anche uno spirito affaticato può togliere perfino la forza fisica, e rischia di non riuscire a procacciarsi il pane.
Probabilmente i più fragili spariranno, ma non se ne avvederà nessuno. E' sempre successo, naturalmente; così funziona la selezione naturale tra gli umani moderni.
Resteranno, più marcate che mai, le lamentazioni della solita classe media che piange i privilegi perduti, dimentica quelli acquisiti, e desidera incessantemente un' etica costruita a sua misura.
Così fan tutti.

***
Questo mondo virtuale è vuoto -tanto quanto quello mediatico- di un vuoto capace di fagocitare i volti veri, le vere esistenze, di banalizzare pensieri ed angoscie, di appiattire le vette e livellare voragini. Qui si gioca a nascondino, si occhieggia, si finge, si lanciano sassi e si nascondono le mani. Qui si esprimono la molta ignavia e la molta menzogna, con meno scrupoli. Alienazione.
Ci si abbandona alla più bieca mediocrità e al servilismo, o -peggio- ci si siede su singolari scanni auto-eretti a suon di presunzione ed arroganza.
O si cercano improbabili interlocutori, per mitigare la miseria della solitudine.
Si prova anche a dar sfogo ai geiger d' indignazione che ogni cosa, là fuori, alimenta.
Talvolta. Spesso. Ma è sempre l' ultima parola proferita a sancire il senso dell' intero discorso: lo obnubila e rimane la suggestione di un suono: un' ultima nota sa annientare la precedente armonia.
Lo san bene i comunicatori professionisti: son trucchetti puerili, buoni per i grulli. Ed i grulli sono una moltitudine.

***


Non so se potrei esser tacciata di spirito anti-democratico per questo, ma io credo sia tempo che tacciano definitivamente tutti quanti.
Silenzio.

***

"Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
..." : l' unica cosa di D' Annunzio che amo appassionatamente.
***

Basta con questi veliardi visibilmente rincoglioniti: direttori di testate un tempo d' assalto, od espressamente di partito, che offrono quel triste spettacolo di decadenza: strafalcioni imperdonabili di memoria, banali ovvietà, dichiarazioni mediocri scusabili soltanto tra le labbra di giovincelli ancora inesperti cui si può concedere il beneficio dell' ingenuità. Perché li invitano ancora nei salotti televisivi?
Ma  c' è rimasto un solo giornalista, un solo politico, perfino un prete,  un qualunque professionista della cosa pubblica onesto in questo Paese di cialtroni?

***
Scusate.

martedì 6 settembre 2011

Innocenza ed oblio; il dono sacro di dire sì

Sirio: Ti ritrovo, mio buon amico, finalmente! Il nostro ultimo incontro risale a  qualche tempo fa , e parlammo di miti.

Friedrich: Sì, ricordo. E da allora non ho fatto che pensare all' apocalisse a  venire, ed a come trasformare la distruzione in rinascita.
Ciò che mi disturba sempre, amica mia, è che s' interpretino le mie 'profezie' come un qualcosa di diverso da ciò che sono, in realtà.
Non ho inventato il nichilismo; l' ho soltanto clinicamente esaminato. Dio era già morto, non sono stato io a negarlo.
Una volta scoperto il deserto, è necessario imparare a sussistervi. Perciò io cerco, e cerco. Cerco il modo per trovare un avvenire.
Si può vivere senza credere a nulla? Si può?

Sirio: Il fondamento di ogni fede presuppone di credere alla vita. Ma tu ritieni, invece, che gli uomini non credano più a nulla e preferiscano creare idoli. Ritieni che la vera morale non possa separarsi dalla lucidità e  vedi nella morale tradizionale, da Socrate al cristianesimo,  irrimediabile decadenza, perché smaniosa di condurre all' evasione dal mondo.

Friedrich: Io non faccio che acconsentire a ciò che so, e ciò che so è che il mondo procede a caso, non ha alcuna finalità. (Se c' è una cosa che non riesco a non invidiare a Stendhal è quella sua felice formula: 'Dio ha una sola scusa, che non esiste'). Dal canto mio, non ho certo progettato io di uccidere Dio: Egli era già morto da tempo nell' anima del suo tempo. Ciò che non sopporto è quel che si è tentato di sostituirGli.
C' è qualcosa di intollerabile, per chiunque voglia essere onesto compiutamente, tra la figura di Gesù e gli aspetti cinici e spregevoli della Chiesa.

Sirio: Vuoi dire che Dio è morto ad opera del cristianesimo? Pare un paradosso.

Friedrich: Il cristianesimo storico ha secolarizzato il divino. E, d' altro canto, posso estendere il ragionamento anche al socialismo, che altro non è che un cristianesimo degenerato. Entrambi tradiscono la natura e la vita, sostituendo ai fini reali fini ideali.

Sirio: Tu vuoi dire, quindi, che il nichilista non è colui che non crede a niente, ma colui che non crede a quanto è...

Friedrich: E' così. 
All' uomo, e solo all' uomo, spetta trovare ordine e legge. Lo spirito non trova emancipazione che nell' accettazione di nuovi doveri. Pare un vicolo cieco. E si ritorna all' ascesi.  Sola eterna è la legge del divenire ed il gioco nella necessità.
"Il bambino è l' innocenza e l' oblìo, un ricomincare un gioco, una ruota che gira da sola, un primo moto, il dono sacro di dire sì"