lunedì 31 gennaio 2011

O voi che siete in piccioletta barca...: gli esordi delle baronie...



La soprano canta:

" O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L' acqua ch' io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove Muse mi dimostran l' Orse."

(Dante Alighieri-La Divina Commedia-Paradiso II  1-9)


Un ammonimento ai lettori che entrano nel Paradiso dantesco, perché possano capire quanto sia sublime la materia che il Poeta tratterà, e non pensino di poterla intendere se sprovvisti della necessaria preparazione teologica e filosofica: sarà un' esperienza privilegiata, culturalmente aristocratica. La "piccioletta barca" si contrappone al "legno" che dovrà navigare sul profondo mare che è la metafora della scienza teologica.

***

"tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere"  ma "da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro all' uomo e di fuori da esso lui rimuovono da l' abito di scienza... Manifestamente adunque può vedere chi bene considera che pochi rimangono quelli che a l' abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerabili quasi sono li 'mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!"
(Dante Alighieri-Convivio)

M' importa un fico di piacerti, qui, Dante!
Anche per queste orribili  idee di determinismo si son fatte le rivoluzioni!

domenica 30 gennaio 2011

Vai, affabulatore, vai in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana...

" Se nel nostro Stato giungesse un uomo capace per la sua sapienza di assumere ogni forma e di fare ogni imitazione, e volesse prodursi in pubblico con i suoi poemi, noi lo riveriremmo come un essere sacro, meraviglioso e incantevole; ma gli diremmo che nel nostro Stato non c'è e non è lecito che ci sia un simile uomo; e lo manderemmo in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana. A noi invece, che abbiamo di mira l' utile, serve un poeta e mitologo più austero e meno piacevole, che imiti il linguaggio delle persone dabbene e atteggi le sue parole a quei modelli che abbiamo posti per legge in principio ..."

(Platone-La Repubblica II)

Il potere emotivo della narrazione, della parola, della poesia, "sacra meravigliosa incantevole", è indubbio: ben lo sanno  Platone e gli ellenici tutti.
Ma è l' utile che gli preme, nella Repubblica ideale.
Ed all' utile, presupposto di ogni altra cosa, anche dello stesso piacere, in vista della più ampia prospettiva di felicità comune, pospone perfino la poesia.

Nella Repubblica Platone si sofferma a lungo sul ragionare di poesia perché il suo è lo sguardo di colui che ha in mente uno Stato guidato da politici integerrimi e moralmente ineccepibili: filosofi, buoni e sani filosofi, cui sottoporre a giudizio la qualità della poesia stessa.
A noi moderni, cultori dell' individuo, incamminati verso un radicale narcisismo, può sembrare aberrante, ma per l' antico è la polis che importa ed è il bene dei cittadini di cui si cura.

La distingue tra poesia imitativa (tragedia e commedia) in cui, attraverso i dialoghi diretti, il poeta si rivive nei personaggi; poesia narrativa in cui egli racconta azioni e discorsi in modo indiretto (come nei ditirambi); ed una forma mista, in cui le due precedenti si alternano, come nella poesia epica.
Ebbene: Platone condanna quasi interamente la poesia imitativa, timoroso della possibilità che i giovani imitino più persone e se l' azione imitata a sua volta è frutto di precedenti imitazioni, si incorrerebbe nel rischio di ammettere anche l' emulazione di chi non è dabbene o si comporta oggettivamente male.

Platone era severo, perché era un vero filosofo e conosceva l' animo umano. Conosceva il meccanismo per cui  la grande poesia (Omero) non fa soltanto provare agli spettatori od uditori quelle stesse emozioni che evoca, ma induce anche ad amare il poeta che ne è autore. Il meccanismo imitativo è globale, incontrollabile, e quindi potenzialmente pericoloso. Ciò non gli impediva di riconoscere la grandezza del Poeta: intuiva e provava il fascino di Omero, ma, seppure a malincuore, nel suo Stato ideale "non c' è stimolo d' onore né di ricchezze né di pubblico ufficio né di poesia per cui meriti di trascurare la giustizia e le altre virtù"

(Platone- ibidem)

Diverso il punto di vista aristotelico nella Poetica.

***

Ma quanto è spassoso riprendere la prima citazione e, con becera passione imitativa, adattarla all' affabulatore nazionale:

" Se nel nostro Stato giungesse un uomo capace per la sua sapienza di assumere ogni forma e di fare ogni imitazione, e volesse prodursi in pubblico con i suoi poemi, noi lo riveriremmo come un essere sacro, meraviglioso e incantevole..."
- Quell' "uomo"è arrivato, qualche lustro fa, senza troppa sapienza, ma con infinita e strabiliante capienza. Ha ottenuto straordinarie riverenze; ha ottenuto amore cieco e sconfinata fiducia. Ha saputo assumere ogni forma e fare qualsiasi imitazione: è stato Presidente-operaio, Presidente-cabarettista; Presidente-imprenditore; Presidente-inquisito; Presidente-colluso; Presidente-perseguitato; Presidente-liberista; Presidente-populista; Presidente-conviviale; Presidente-generoso; Presidente-dio.

"ma gli diremmo che nel nostro Stato non c'è e non è lecito che ci sia un simile uomo; e lo manderemmo in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana."
- ... e che abbiamo bisogno di varie cose: dobbiamo ripartire, ricostruire, sanar magagne...
... solo che non ci ascolta... e vuol deliziarci ancora... seppur il suo repertorio d' imitazioni sia ormai esaurito, e questo lo rattristi e lo addolori, nonostante l' affetto di tutti coloro che hanno ricevuto i suoi favori e goduto delle sue performance artistiche.

"A noi invece, che abbiamo di mira l' utile, serve un poeta e mitologo più austero e meno piacevole, che imiti il linguaggio delle persone dabbene e atteggi le sue parole a quei modelli che abbiamo posti per legge in principio ..."
- La Costituzione della Repubblica Italiana, per esempio.
Orsù, fai il bravo, per favore, e vattene.


sabato 29 gennaio 2011

La felicità aborre l' intellettualismo. L' Amicizia ci fa felici. Aristotele. Le Virtù -2-



La felicità è bene comune, collettivo, Platone ed Aristotele insegnano, l' uno nella Repubblica, l' altro nella sua Etica Nicomachea: in quest' ultima, infatti, Aristotele giunge a dimostrare che attraverso l' obbedienza alle leggi si realizza la giustizia, e la giustizia rende felice la società politica.

Giacché, poi, ogni virtù significa in generale eccellenza -e non solo secondo una valutazione morale-, ne deriva che "teoretico" e "pratico" sono, alla fine, i due aspetti dell' unica ragione.
La sommaria distinzione aristotelica per la ragione teoretica si articola nei tre stati abituali della scienza vera e propria (episteme), cioè la capacità di dimostrare partendo dai principi; l' intelligenza (nous), ossia la loro stabile conoscenza; la sapienza (sophia), ovvero la fusione dei precedenti due stati. Ne deriva che la sapienza rappresenta la virtù della ragione teoretica.
Nella ragione pratica gli stati sono l' arte (tekhne), o capacità di produrre oggetti; e la "saggezza" (phronesis), o capacità di decidere le più buone azioni per conseguire il bene (proprio o di chi si ama -genericamente-, sia esso la famiglia o il proprio Stato.
La saggezza, pertanto, rende possibili le altre virtù etiche e , giacché per Aristotele è la propria perfezione il massimo bene, essa costituisce la virtù della ragione pratica.
In questa scala di valori il Filosofo dichiara poi la supremazia della sapienza sulla saggezza, perché

"la saggezza non ha autorità sulla sapienza, né sulla parte migliore, proprio come la medicina non ha autorità sulla salute, infatti non si serve di essa, ma vede come possa generarsi. Quindi dà ordini in vista di essa, non ad essa."

Ecco che la sapienza, essendo la virtù della ragione teoretica, è per Aristotele l' elemento fondamentale della felicità.
Solo il filosofo, dunque, può essere felice? Se così fosse, approderemmo irrimediabilmente all' intellettualismo.
Niente affatto, perché Aristotele reputa elemento indispensabile della felicità anche il piacere ed il piacere rappresenta il completamento di ogni attività umana, che deve anche tendere a trovare l' equilibrio tra i suoi aspetti corporei e quelli intellettuali.

Ecco che sopraggiunge l' Amicizia (philia: qualunque forma di affetto, da quello tra genitori e figli, a quello dei coniugi o degli amanti, da quello degli amici in senso vero e proprio, a quello che unisce i concittadini e -mi piace aggiungere- i connazionali.
L' uomo -precisa Aristotele- deve essere circondato da amici, perché è un animale politico, cioè non autosufficiente: ha bisogno di collaborazione, vicinanza, affetto.

***

Guardiamoci. Consideriamo il nostro essere "blogger". A che cosa mirano i più puri e disinteressati di noi?
Sono certa di saperlo: è un retaggio del bisogno antico d' amicizia,  reso impossibile da ciò in cui abbiamo lasciato trasformare il mondo  e le nostre singole realtà (una bolla di vuoto in cui galleggiano infinite monadi infelici).
Vorremmo  esercitare il verbo sumphilosophein: svolgere insieme attività intellettuali che abbiano come scopo lo scambio di conoscenze, e la felicità consisterebbe nel praticare quest' attività in comune, con persone che poi tenderebbero a diventarci care.

***

"... ciò per cui  [gli uomini] desiderano vivere è proprio ciò in cui vogliono passare il loro tempo con gli amici; per questo vi è chi beve insieme, altri giocano a dadi, altri fanno ginnastica in comune o vanno a caccia, o fanno insieme filosofia, e tutti passano la loro giornata facendo quella cosa che amano sopra ogni altra, tra tutte quelle che compongono una vita."

(Aristotele -Etica Nicomachea-IX)

mercoledì 26 gennaio 2011

Mi manchi

" ...
- sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei
delle sue sette vite,
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue
un' anguilla mezza mangiata
...
...
La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi."

(P.P.Pasolini -Una disperata vitalità)



Mi manchi, Poeta disperato. Mi manca lo struggente splendore del tuo dolore.
Mi manchi, perché sono egoista, perché ho perduto tutto, perché la mia angoscia non trova le tue parole.
Perché lì fuori tutto è sporco e triviale, ed il mio tempo è breve.





martedì 25 gennaio 2011

La partenogenesi del delirio politico e i desideri perduti.

Il linguaggio sarà, molto probabilmente, uno dei fattori implicitamente responsabili dell' estinzione della nostra specie.

Nel frattempo, in tutt' altro che virginale attesa (ché di virginale -eticamente parlando- non c' è rimasto più nulla), ne osserviamo un suo primo effetto sul suolo italico: l' estinzione della politica.
Ma la politica, pur nella forma e nei modi con i quali viene esercitata nelle democrazie a noi note, così come in una qualsiasi società organizzata, è indispensabile, perché il sogno anarchico, nella sua più ampia accezione, non può essere condiviso e compreso che da pochi, eletti, cervelli sopraffini ed inverosimilmente limpidi, propri di individui intellettualmente incorrotti, dignitosi, capaci di una purezza ideale e di una coerenza formale che ormai oggi paiono sovraumani.

Ciò cui siamo costretti ad assistere quotidianamente sui  palcoscenici pubblici dei media, non è che la rappresentazione più miserabile del delirio e del disorientamento nazionale, le cui conseguenze andranno ben oltre il tramonto e l' eventuale sostituzione di questo o quel protagonista.
Noi Italiani siamo ammalati gravemente nella coscienza, e non da quindici anni a questa parte, ma bensì dai nostri esordi, ben più antichi, come patrioti.
Patrioti: termine desueto. Bellissimo. Perduto.

Non è vero che è stato lui: egli è soltanto l' interprete messianico della decadenza.
Vogliamo forse concludere che i cervelli tutti d' Italia abbiano subito una lobotomia generalizzata sì da impedire al pur corposo stuolo di dissidenti di maturare una reazione, una controffensiva, una reazione vera, propositiva, programmatica, sostanziale?

Siamo al limite dell' atarassia: non abbiamo più desideri.
Noi non sappiamo più come sognare un' altra Italia. Non siamo più capaci di definire nel dettaglio le nostre speranze. Abbiamo dimenticato quali siano gli elementi imprescindibili del Paese civile.
La nostra generazione non ha soltanto perso: il suo cadavere subisce quotidiano vilipendio morale.
Ci limitiamo all' indignazione logorroica.

"Liberté Egalité Fraternité ou la mort"


(Dedicato ai nostalgici del sogno, come me:)




domenica 23 gennaio 2011

Senza Giustizia non esiste Felicità: che ne direbbe Aristotele? Le Virtù -1-

Aristotele ha posto la virtù etica nella posizione intermedia tra l’ eccesso ed il difetto.
Ovvero: virtù come ricerca dell’ equilibrio, senza propensione agli estremismi. Intuisco la saggezza e la prudenza di una simile posizione, ma soltanto in linea decisamente teorica: gli uomini non la sanno raggiungere, né lo desiderano davvero.

[Politicamente corretto: è la posizione mediale, ad esempio, della quasi totalità degli esponenti degli attuali partiti di maggioranza ed opposizione, indiscriminatamente, a parole. Purtroppo nei fatti la moderazione può tradursi in reciproca piaggeria ed inerzia: prova ne è che la politica attuale non conduce a nulla di collettivamente utile, non propone benessere a chi non ce l’ ha, non risolve i problemi incancreniti del Paese, si limita a lasciar permanere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, cosa che rappresenta la condizione sine qua non per consentire al sistema di auto-rigenerarsi.
E’ anche implicito nell’ idea di democrazia corrente, anche se io continuo a considerare la stessa come “tirannia della maggioranza”. Questa è un’ altra storia, comunque…]

Visceralmente oggi qualcosa in me la respinge. Perché, forse pure a torto, tradotta nella moderna realtà, la sento istintivamente come esaltazione dell’ ignavia: una certa qual appiccicosa e melmosa abilità dell' accomodamento e della perenne restaurazione delle idee e del "buonsenso comune".
Odio il comune buonsenso da che sono stata scaraventata nel mondo. Forse perché viviamo una fase storica in cui l' accezione "comune" è stata totalmente svuotata dal suo significato. Lo odio ancor di più da quando abbiamo i berluscones alla guida del Paese, tra le labbra dei quali suona come un' eresia.
Oggi più che mai corrisponde ad un' idea di convenzioni, regole, usi e malcostumi, inutili orpelli ed imperante malafede -ivi compresa una certa forma di religiosità consumistica ed ipocrita-, semplicemente disgustosi per chi conserva un minimo di onestà intellettuale. 
Ho conosciuto soltanto “aristotelici formali”, nella mia vita, con qualche sparuta eccezione, e mi hanno quasi sempre disgustata, perché il fine ultimo del loro percorso tendeva irrimediabilmente e subdolamente al più becero materialismo. Ne conosco ancora, e, indefettibilmente, mi causano la stessa crisi di rigetto: sono tutti al governo del Paese.

***

La premessa serviva a ragionare sull' affermazione aristotelica secondo cui la felicità (credo si tratti del filosofo antico che se n' è occupato in più grande misura) è una caratteristica della vita umana, tanto da costituirne il vero ultimo scopo e che essa si ottiene soltanto se alla sua ricerca concorrano beni immateriali (le virtù dell' anima), personali (salute, un gradevole aspetto), esterni (una certa ricchezza, una buona famiglia, amici). Dunque, è felice "colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni non in qualsiasi periodo di tempo, ma in una vita completa"  (Aristotele-Etica Nicomachea).
Mantegna-Il trionfo della virtù

"Virtù", sintetizzando, significa eccellenza: il giusto mezzo tra due vizi opposti (eccesso e difetto).
Esempi di virtù etiche citate da Aristotele: la temperanza (giusto mezzo tra insensibilità e intemperanza); il coraggio (giusto mezzo tra temerarietà e vigliaccheria); la generosità (giusto mezzo tra avarizia e prodigalità); la sincerità; la fierezza; la mitezza.
Ma quella che le riassumeva tutte e sulla quale egli concorda con il suo maestro Platone, è la giustizia.

"Le Leggi si pronunciano su tutto e tendono all' utile comune, per tutti o per i migliori, o comunque per chi governa secondo virtù o secondo qualche altro criterio consimile, di modo che, in uno dei sensi del termine, noi diciamo 'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell' interesse della comunità politica". (Etica Nicomachea - Libro V -) 

La felicità deve essere un bene comune o collettivo.
Ecco anche che essere giusti significa comportarsi sempre bene verso gli altri, vale a dire obbedire alle leggi.
Ne deriva poi che la giustizia è la virtù che rende felice la società politica.

Anche nella giustizia è necessario l' equilibrio della medietà: nel caso, ad esempio, di distribuzione di beni pubblici (giustizia distributiva) onori e meriti devono essere proporzionati; nello scambio di beni privati (giustizia commutativa) un bene deve essere scambiato con un altro di uguale valore.
Semplice.

***


La meraviglia è uno stato d' animo raro e prezioso: consente a chi la prova di tentare spiegazioni, perché è consapevolezza della propria ignoranza.
Oggi le vicende politiche del mio Paese mi meravigliano, e mi meravigliano i miei connazionali, conniventi taluni, paralizzati talaltri.
E mi chiedo cosa ci abbia ridotti così, nonostante i buoni maestri antichi...


martedì 18 gennaio 2011

Distopici per colpa.

"Quando un uomo vestito dallo Stato ne insegue un altro cencioso, lo fa allo scopo di farne un uomo vestito dallo Stato. La questione si riduce tutta al colore: essere vestito di turchino è meritorio, di rosso è spiacevole."  (Victor Ugo- I Miserabili)

M' è capitata sotto gli occhi, per caso, questa affermazione del venerabile vecchio e mi scappa un' associazione d' idee delle mie (talvolta stralunate, sì, ma valli a capire gli arzigogoli del mio cervello: sono stata estratta alla vita dal forcipe...).

Penso, infatti, leggendo qua e là: quanto recriminiamo, accidenti..., ma stiamo considerando tutto?

Ed ora, che il barracuda globale sta divorando alla classe media i diritti acquisiti, le precedenti solide sicurezze, i posti fissi, le case di proprietà, le vacanze estive, le settimane bianche, gli elettrodomestici all' avanguardia, l' abbigliamento ogni tanto griffato, i cellulari annuali, e non saprei quante centinaia di altre cose ancora, ci si sente miseri e negletti e tanto, tanto infelici.
E' comprensibile: non si rubano le caramelle ai bambini e non si chiede la restituzione di ciò che si è spontaneamente dato. E' chiaro che, essendo il bisogno di proprietà insito nella natura umana, la sua improvvisa negazione provochi risentimento e dolore.
Così impariamo per bene che cosa comporti aver permesso che la nostra società umana diventasse davvero distopica, come Orwell ed altri narratori di fantapolitica avevano profetizzato a loro tempo.
Il processo di globalizzazione s' è egregiamente sostituito al classico tiranno, ma il potere occulto (o meglio, subliminale), ha funzionato nello stesso modo.
Ora tocca alla caduta libera, fino all' apocalisse prossima ventura...

A me, però, non dispiace in modo indifferenziato per tutti: io mi dolgo, semmai, per coloro che, pur avendo sempre avuto perfettamente presente la situazione, fin dalle sue prime manifestazioni ed avendo in perfetta coerenza tra idee ed azioni agito in contrapposizione ad essa -rifiutando innanzitutto l' omologazione dei desideri e dei modelli da quella proposti- si ritrovano a pagare ugualmente un prezzo salato, subendo le conseguenze di un gioco cui non hanno mai voluto partecipare.
E' una questione di giustizia.
Perché, in realtà, nessun sistema avrebbe potuto costringere chicchessia a vivere in un determinato modo, a fare determinate scelte, a tendere a quel certo livello di vita, senza la sua connivenza e la consenzienza.

Si vive benissimo di pane e fichi, c' insegnano gli stoici. Il livello del nostro piacere dipende sempre dalla nostra scala di Valori personali.
E' qui che i più sono stati buggerati: delegando la scelta di Valori ad altri, in special modo a coloro (i potenti) che dell' etica umana non si appassionano affatto.
E loro li hanno conciati per le feste.












lunedì 17 gennaio 2011

Cosiddetti sani.



La conosco, la ributtante malattia borghese.
La malattia dell' accorpamento, dell' intruppamento, del politicamente corretto, tollerantemente plausibile, democraticamente accettabile, tanto più accentuata quanto più finge di negare il sistema in cui, invece, prospera.
Non deviare, non osare: la pena è l' anatema,  espulsione ed esilio. L' autentica anarchia è il più sfavillante dei diademi e la più pesante delle croci.
E sia! Meglio morire in solitudine con le proprie armi in pugno che agonizzare in eterno vivendo la medietà, quella nauseante prudenza.
Un invisibile virus, una pandemia: ovunque, tra i gangli mentali della moltitudine.
Oliosa, subdola, si dilata, si disperde nelle periferie della mente, scorre nelle vene, attacca il cuore, marcisce l' anima.
Nei giornali di sinistra, nei giornali di destra, nelle sinapsi degli spocchiosi intellettuali, nei romanzi degli scrittori moderni, nei miseri versi dei poetastri (quale iattura la presunzione...), nei qualunque qualunquisti,  in chi si appropria indebitamente del già detto- già pensato-già scritto per cercare legittimazione ad esistere, illusione di pensiero vergine.
Miserabili, sazi grassi tronfi ladri di galline. Moralisti replicanti, in equilibrio su di una vuota illusione di libertà di pensiero.
Oh, si!  Sono i cosiddetti sani...

domenica 16 gennaio 2011

Come sassi immutabili ed implacabili

"Dopo il Diluvio, Deucalione e Pirra rimasero gli unici esseri umani sulla terra.
Dopo aver galleggiato per nove giorni su una barca, arrivarono al Parnaso dove, dopo che la pioggia ebbe cessato, sacrificarono a Zeus in segno di ringraziamento.
Zeus, vedendo la loro gratitudine, mandò Ermes a chiedere loro che cosa volessero, ed essi risposero 'uomini'.
Zeus ordinò loro di scagliare sassi, e i sassi scagliati da Deucalione dietro alla schiena diventarono uomini, mentre quelli scagliati da Pirra, donne."

Per questo gli uomini si chiamano "laos" (= uomini) da laas (=pietre) ( Apollodoro i.7.2) .


I nostri atti di esseri umani provano che siamo una stirpe dura, come derivata da pietra.
Oggettivamente siamo capaci di indicibile ferocia, siamo i più voraci tra i predatori.
Siamo duri, abbiamo fatto e continuiamo a fare cose orribili ai nostri stessi simili: ci siamo inventati gli alibi più improbabili per farci a pezzi, dalle guerre Sante all' Inquisizione, dalle pulizie etniche alle stragi politiche, dalle guerre mondiali alla colpevole indifferenza verso gli ultimi della Terra, dalla sopraffazione dei più deboli -i puri, le anime belle-, alla misoginia, all' aggressività generica verso chiunque non ci compiaccia, non ci somigli e non capiamo.
Siamo colpevoli sia dell' azione, sia dell' inazione e dell' ignavia.
Forse non facciamo che scrivere, poetare, dipingere, sognare d' amore, perché ne siamo vertiginosamente distanti, perché ne vogliamo semplicemente il tributo. Per noi, solo per noi: desideriamo essere venerati come dèi. Velleità.
Quant' è pulito e sano, a questo punto, il silenzio.

Potendoci parlare, vorrei dire ad ogni dio dell' uomo: "soltanto chi non crede in te è davvero degno del tuo amore".


venerdì 14 gennaio 2011

Quando gli esseri umani credono volentieri a quello che vogliono credere...

Chi ha profondo rispetto per il pensiero sa perfettamente che la presunzione di Verità lo vizia e lo guasta.
Il telos intellettualmente più onesto, in un essere umano che si ponga domande le cui risposte non siano verificabili, è, a mio avviso, la perplessità, per quanto essa possa risultargli dolorosa.

Una delle domande più stupide e tracotanti che noi esseri umani ci poniamo -e la più noiosa-, è: "Perché siamo?" (Tralascio le due consorelle "Da dove veniamo?" e "Dove andiamo?", perché mi scappa da ridere...)
Si  osserva, comunque, che i soli ad ostinarsi ad affermare di possedere risposte inconfutabili e certe sul senso del nostro vivere rimangono gli integralisti religiosi (almeno nei presupposti preliminari delle loro speculazioni): loro lo sanno con certezza. Che invidia.
Penso spesso che adottare già confezionata la giustificazione all' esistenza umana (agiamo per la conquista dell'eterna felicità o dell'eterna dannazione), sia una comodità non indifferente oltreché decisamente moderna e sbrigativa.
***
Non so se faccio bene a credere in Dio -si dice Pascal-, non ho la certezza che Lui ci sia, perciò mi affiderò ad una scommessa, ad un ragionamento che cerchi logica laddove abbondino le incognite. Se Lui non ci fosse io mi sarei negato molte occasioni di piacere -non soltanto materiali- seguendo le sue leggi ( e ciò è molto, molto seccante e vagamente beffardo), ma se, invece, ci fosse ed io cercassi di compiacerlo, mi risparmierei i tormenti eterni (e "eterno" è qualcosa che non finisce mai...)
Da matematico ritenne conveniente credere.
Che dire? Buon per lui, immagino il sollievo nel liquidare un così feroce dilemma... nonostante il paradosso sotteso.
***
Forse è autoinganno e forse pure meritevole di indulgenza, non dico di no: non tutti hanno la forza di sbirciare l' abisso senza impazzire.
L' autoinganno, d' altronde, è la specialità di noi umani e lo esercitiamo compulsivamente, in un' impressionantemente alto numero di atti.
Mica l' ho detto io, eh!...,  è stato uno che di uomini ne sapeva, tant' è che li conquistava a blocchi.
"Fere libenter homines id quod volunt credunt" ("In generale gli esseri umani credono volentieri a quello che vogliono credere". Giulio Cesare).


"Posso essere ingannato da un' altra persona, ma posso anche essere vittima di un autoinganno. Non potete riuscire a ingannarmi, se so che state per farlo. Ma com' è possibile che io inganni me stesso? Non so, forse, quello che sto per fare, e questo non impedirà necessariamente l' autoinganno?"
(Michael Clark-I paradossi dalla A alla Z-2004 Raffaello Cortina Editore)


Artista contemporaneo giapponese

No, non basta per niente.
Spesso mentiamo a noi stessi sotto l' influsso di emozioni o suggestioni -interne ed esterne- e per necessità interiore dettata dalla nostra autostima, sia essa iper o ipo-trofica.
Talvolta lo facciamo per superficialità o ignoranza, traendo le conclusioni a noi più comode e relative ad evidenze non sufficientemente considerate ed osservate.
L' amante la cui mente sia obnubilata dalla gelosia coglierà ogni dettaglio a suo avviso sensibile per rafforzare la sua convinzione d' essere vittima di tradimento.
L' elettore fedele innamorato dell' immagine complessiva e non troppo puntigliosamente osservata del suo idolo politico manterrà l' autoinganno a dispetto di qualsiasi evidenza e nefandezza etica di cui quest' ultimo possa rendersi protagonista.
La madre che per incuria, anche solo momentanea, sia responsabile di un piccolo incidente domestico occorso al suo piccolino mentre stava al telefono con l' amica, preferirà pensare che, non possedendo la dote dell' ubiquità, l' incidente stesso non poteva essere evitato.
Ora, io almeno di avere l' "anima" penso di essere certa, se non mi autoganno.
Ho un' anima. Di definirla con precisione poco importa.
Ce l' abbiamo tutti, espressa in modo diverso e con diverse caratteristiche. Splendida, luminosa, tiepida, dolce, nel più lieto e lineare dei casi ( il più improbabile) od oscura, plurisfaccettata, poetica, addolorata, minimamente espressa, e bella, brutta, in molti altri. Incommensurabilmente preziosa perché unica, nel più assoluto dei modi.
Da dove venga non m' importa, ne perché; m' importa che ci sia. Magari è pura energia cosmica, non lo so.
Non è in conflitto con l' intelligenza: vi è fusa.

Ciò che mi chiedo è: che cosa ne devo fare?



mercoledì 12 gennaio 2011

Addio, Politica. R.i.P

Non servono più a nulla, ci costano e non ce li possiamo più permettere, la democrazia rappresentativa si è ridotta ad una definizione altisonante e deprivata di sostanza.
Quando i maggiori esponenti del partito che pretendeva di rispecchiare l' anima e gli interessi dei lavoratori cincischia con un po' di più che legittima vergogna la resa a tavolino e, come inermi cittadini qualunque, dichiarano che "al Referendum Mirafiori sarebbe giusto votare NO, ma non c' è altro da fare che votare SI", la politica è morta.
Non ci resta che seppellirla.

Aboliamoli. Sostituiamoli con onesti, competenti, efficaci amministratori, assunti con contratto a progetto, che meglio consenta loro di empatizzare con chi vive di incertezza, scippato dei pregressi e comunque già modesti diritti..

E resuscitiamo, nelle nostre coscienze, i veri profeti.
Rousseau e S. Weil.



martedì 11 gennaio 2011

Noi, i blogger dello zoo della Rete

Velleità stratosfericamente alte;  presunzione quantomeno disarmante, la più totale e vergognosa incoerenza.

Non solo: ciascuno di noi  coltiva in grembo il sospetto che la famelica brama di centralità (latente in ogni essere umano) non sia soltanto il principale movente, ma possa pure implodere, se non esplodere, a tal punto da diventare aggressiva. Siamo lo specchio distorto ed amplificato (perché deprivato dalle inibizioni che nelle relazioni reali necessariamente si operano) dell' animale Uomo moderno?
Troviamoci anche qualche albi: siamo forse dominati, se diventiamo feroci, dalla necessità di rinsaldare la collettività cui aderiamo -e che ci fagogita- attraverso la perpetua ricerca ed il perpetuo sacrificio del capro espiatorio?

L' Uomo vive in uno scomodo terrificante dualismo da sempre: il preponderante bisogno d'essere parte di un consorzio in cui sentirsi protetto ma soprattutto legittimato, e quello bruciante di affermare la propria individualità per sconfiggere l' aspro dolore dell' insignificanza.
Se è così, siamo degni di compassione.
Quale condanna ci ha imposto l’ evoluzione, costringendoci ad impegnar la vita a ricomporre i nostri sempiterni metafisici frammenti! Nelle caverne, se non altro, ci si occupava di bisogni veri ed essenziali. S' aveva da fare, senza sosta, ma in pienezza di significato.
Ad essere animali inferiori queste fratture non ci avrebbero straziato per tutta la nostra breve esistenza...
Ed avremmo anche risparmiato in molti casi il senso del ridicolo.
Forse.

***

Chissà come si sente quell’ usignolo, quando albeggia! Semplice determinazione alla vita, frenesia d' amore decisa, senza "se", senza "ma", senza dubbio! Il risultato è un canto sublime.

Ricordo d' essere stata, in sogno, una specie di delfino (è vero, non è invenzione, non scimmiottatura di pseudo-poesia!) che cavalcava le onde. Erano gelide ma non letali e ad ogni immersione ed emersione spandevo argento intorno. Dio, che gioia! Era pura Bellezza, perfezione nell' assenza di desideri.

In un cielo onirico ho anche volato, senza più peso né memoria. So come si sente un' aquila: nessuno scrupolo, nessun programma, nessun dolore, ... essenzialmente volante.

Ma se mi chiedo quale sia, invece, il participio davvero appropriato per la bestia umana, continua a ricorrere, insistentemente, “dannato”.

***



Francis Bacon-Autoritratto


So che qualcuno cerca corrispondenza d' anima, senz' altre grossolanità.
Beh: anch' io.

Ringrazieremo il signor padrone...

Su queste canzoni ho costruito, da ragazzina, un pezzo della mia sensibilità civile e politica.
Mi appartengono come lingua, come storia, come coscienza.
E' semplicemente tragico, più che vergognoso. che la realtà operaia di oggi me le faccia sentire più che mai attuali.
Ma questo lo può capire soltanto chi quella realtà la sta vivendo di nuovo, con la dignità. incorrotta ed eroica. di allora, mentre tutti gli altri blaterano e si accapigliano ed i politici evaporano...






Migliaia di operai, le tute blu, a partire dagli anni '50 hanno contribuito al miracolo economico italiano, conducendo il nostro Paese nel novero tra i più industrializzati al mondo.
Poi, una voragine politica e di costume s' è mangiata la loro memoria ed il loro orgoglio. E' scomparso il loro partito di riferimento -in primis- e la nuova disamoralità del mondo globale ha sparso la sottile e micidiale infezione del qualunquismo, dell' individualismo, dell' ottusità.
Nella nostra piccola  realtà, molti -troppi-, di loro hanno appoggiato l' ascesa di Berlusconi, o caldeggiato farneticanti ipotesi secessionistiche.
Ignoranza?
Forse soltanto difetto di lucida lungimiranza; forse ingenuità. Eppure l' arma vincente era stata sempre, nel passato, l' unione.
Se già non ci avesse pensato una malattia implacabile -forse anche macabro diritto acquisito in Montedison in trentacinque anni di lento avvelenamento- che l' ha tolto di mezzo, appena sessantenne, senza che troppo gravasse sulla groppa dell' INPS, mio padre oggi ne sarebbe sconvolto.

lunedì 10 gennaio 2011

In principio era il Verbo

Gustave Doré


La raccomandazione del Pontefice ai genitori dei bimbi battezzandi è stata quella di assegnare loro nomi appartenenti alla tradizione cattolica.
Basta con questi spigolosi Jessica, Walter, Jonny, Samantha, Alina, Max, Karl, Marika, Sonia,WXZY, NPRC... e simili diavolerie: si appellino gli infanti Maria, Anna, Giorgio, Simone, Pasquale, Antonio, Francesco, Lucia, Chiara, per Dio!
C' è il vantaggio di poter festeggiare l' onomastico, d' aver un Santo protettore...
La Parola, si sa, è sacra.
Deve essere stata istituita, anche lassù, una qualche succursale della Lega (celeste), custode e cultrice delle più autentiche e significative radici cristiane...

domenica 9 gennaio 2011

Nel ventre del Leviatano

Per qualcuno, anche se non ancora vecchio, non totalmente vinto, non definitivamente finito, la sua stessa vita può essere ugualmente 'sopravvivenza'. Succede. Io lo so bene, parola mia, con pesante cognizione di causa.
Ed a farlo succedere non serve un solo, esemplare, apocalittico evento.
Basta anche il lento stillicidio di circostanze avverse -forse pure diluito nel tempo-; basta lo sgranarsi di beffe e casualità; basta l' accumulo di domande irrisolte, capace di sedimentare e dare vita al più spaventoso, duro ed invincibile Leviatano d' angoscia, capace di disamorare alla speranza e succhiare ogni rimasuglio di energia.

Quel disamore alla speranza non è neppure lontanamente semplice indirizzo pessimistico (magari a titolo cautelativo o propedeutico ad un rafforzamento del carattere), no davvero; esso è senso della realtà, nudo e crudo, al quale si può anche aver per decenni opposto uno straordinariamente vigoroso contrasto in termini di coraggio, d' intraprendenza, di reattività stoica.
Il tutto, inutilmente.
Se la battaglia della propria esistenza ha caratteristiche cosmiche, se le proprie armi sono ridicoli stecchini che l' immane falce spezza con il semplice spostamento d' aria, non esiste alcuna possibilità, né è consigliabile coltivare ulteriore illusione.

Si sta lì, allora, acquattati nell' orribile ventre della Bestia, in incurante attesa della conclusione della sua disgustosa peristalsi, certi soltanto d' essere ancora ciò che si è.


Pollock- Moby Dick

"...
M quella notte in particolare mi capitò una cosa strana, che non sono mai riuscito a spiegarmi. Svegliandomi di colpo da un breve sonno in piedi, ebbi l' orrenda sensazione di qualcosa di fatalmente sbagliato. La barra ricavata da una mandibola di capodoglio mi percuoteva il fianco che le appoggiavo contro; nelle orecchie avevo il sordo fruscio delle vele che proprio allora cominciavano a fremere al vento; pensai di avere gli occhi aperti e mi resi vagamente conto di essermi meccanicamente portato le dita alle palpebre per splancarle al massimo. Eppure davanti a me non vedevo più la bussola che mi serviva a governare, benché non mi sembrasse trascorso più di un istante dall' ultima volta che ne avevo guardato il quadrante alla luce ferma della lampada della chiesuola. Davanti a me non vedevo che il buio più fitto, reso a intervalli spettrale da lampi rossastri. Soprattutto, avevo l' impressione che ciò su cui mi trovavo -qualsiasi cosa fosse- più che puntare verso qualche porto, si allontanasse a folle velocità da qualunque porto si potesse trovare alle sue spalle. Mi sentii invadere da un' angosciosa senzazione di morte. Agguantai convulsamente la barra del timone, e così facendo ebbi la curiosa sensazione che questa avesse, come per incantesimo, invertito la propria posizione. "Dio mio! Cosa mi prende?" pensai. Ebbene! Durante quel mio breve sonno avevo fatto un mezzo giro, e adesso ero rivolto verso poppa, con le spalle alla prua e alla bussola. Mi voltai di scatto, giusto in tempo per evitare che la nave straorzasse, e molto probablmente si capovolgesse. Come fui contento e riconoscente di essere scampato a quell' innaturale allucinazione notturna, e al terribile rischio di ritrovarmi col vento dalla parte sbagliata! O uomo, non fissare il fuoco troppo a lungo! Non sognare mai con la mano sulla barra! Non dare le spalle alla bussola, accogli il primo avviso del timone che ti tocca il fianco, non credere al fuoco artificiale che col suo bagliore rende tutto più spettrale. Domani, alla luce naturale del sole, i cieli torneranno luminosi; coloro che balenavano come diavoli tra lingue di fiamma, al mattino si mostreranno in tutt' altro, o quanto meno più gentile, rilievo. Il sole radioso, raggiante, ridente, è l' unica vera sorgente luminosa... ogni altra è soltanto una menzogna!
Eppure il sole non nasconde le lugubri paludi della Virginia, né la maledetta campagna romana, né l' immenso Sahara e tutti i milioni di miglia di deserto e sofferenza che stanno sotto la luna. Il sole non nasconde l' oceano, che è il lato oscuro di questa terra e ne ricopre i due terzi. Perciò il mortale che reca in sé più gioia che dolore, quel mortale non può essere sincero, e se è sincero deve ancora farsi le ossa. Lo stesso vale per i libri. Il più sincero tra gli uomini è l' Uomo dei Dolori del libro di Isaia, e il più vero dei libri è quello di Salomone, e l' Ecclesiaste è l' acciaio temperato della sofferenza. "Tutto è vanità" TUTTO. Questo mondo caparbio non ha ancora assimilato la saggezza del non cristiano Salomone. Ma chi scansa prigioni e ospedali, e traversa in fretta i cimiteri, e preferisce parlare di bel canto anziché dell' inferno; chi considera Cowper, Young, Pascal e Rousseau dei poveri malati, e per un' intera spensierata esistenza giura sulla suprema saggezza di Rabelais, che proprio per questo lo diverte da matti... questo non è l' uomo adatto a sedere su una pietra tombale, e a calpestare il verde, umido muschio assieme al grandissimo, meraviglioso Salomone.
Ma perfino Salomone sostiene che  "l' uomo che si allontana dalla via della sapienza rimarrà (mentre è ancora in vita) nella congregazione dei morti". E dunque non abbandonarti al fuoco, affinché non ti faccia girare su te stesso fino a tramortirti, come accadde a me in quell' occasione.
Esiste una saggezza che fa male, ma anche un dolore che è pazzia. In certe anime si libra un' aquila reale capace di tuffarsi in picchiata nelle gole più buie, per riemergere e salire talmente in alto da confondersi col sole. E perfino se restasse per sempre nella gola, quella gola si trova pur sempre tra le montagne, per cui anche nel punto più basso l' aquila di montagna volerà sempre più in alto dei suoi simili di pianura, per quanto questi tentino di innalzarsi."

(Herman Melville,Moby Dick o la balena, Edizioni Frassinelli 2001)

venerdì 7 gennaio 2011

Adagio, meglio se maestoso...

« – Vuole dire che più si trova, più si cerca; e che più si cerca, più si trova?
- Esatto. Certe volte mi sembra che fra la ricerca e la scoperta si sia formata una relazione paragonabile a quella che i stabilisce fra la droga e l’intossicato.
– Molto curioso. E allora tutta la trasformazione moderna del mondo…
– Ne è il risultato; e ne rappresenta, del resto, un altro aspetto … Velocità. Abusi sensoriali. Luci eccessive. Bisogno dell’incoerenza. Mobilità. Gusto del sempre più grande. Automatismo del sempre più “avanzato”, che si manifesta in politica, in arte, e … nei costumi».

(Paul Valery)

La luna sorge e tramonta ADAGIO, me-ra-vi-glio-sa-men-te


Caspar David Friedrich-Levare della luna


"Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla".

(J. W. Goethe, lettera del novembre 1825)

***

Il Poeta già se n' era accorto allora... anche se il muro di Berlino non era ancora stato fatto cadere. Dopo il crollo, infatti, s' è perso il bisogno, o il sogno, del futuro. L' accelerazione dello stato di fretta compulsiva da cui ci lasciamo dominare nella conduzione della nostra vita -sia essa piacevole o negletta e neghittosa-, senza ormai più averne neppure il sospetto, ci ha consacrati tutti al definitivo nichilismo filosofico, sostituendo il piacere dei voli metafisici al fare-e fare di un' eterno presente che non ha più alcuna pretesa di inventarsi uno sviluppo o un mutamento.

Incessantemente, e via via che le occasioni, gli incontri, i rapporti che mi capita di vivere - o, più precisamente, "sfiorare", nel caso dei rapporti umani, giacché non conosco nessuno né desideroso né oggettivamente capace di vivere esaurientemente un rapporto interumano- me ne danno spunto,  mi pongo questa scomoda domanda: perché tutto è tanto evanescente, tanto deludente, tanto prevedibile e perciò mortalmente noioso, tanto inafferrabile ed incomprensibile, tanto deprimente nell' incontro con l' altro? Che cosa, dolorosamente, sempre, mi manca?

Ma adesso mi pare di averne  individuato una causa: è l' assenza dell' Adagio. La sinfonia che ci regala il maggiore appagamento, che tacita l' anima e l' accarezza, che la trasporta in un altrove, dopo Allegro, Allegretto, Scherzo, Presto con fuoco, Prestissimo, esige l' Adagio, meglio se maestoso.

Il tutto, in placida continuità, con delicata pazienza, con senso di futuro.

Crederò agli amici che restano, agli amori passati che non dimenticano, a chi non teme la vecchiaia e mostra orgogliosamente le sue rughe, di volto e di cuore.
Da adesso non ho più doni per chi corre... 


mercoledì 5 gennaio 2011

Neuroni specchio, Internet, intelligenza emotiva e sociale, apprendimento, impoverimento.

Non c' è una sola occasione, di cui  conservi memoria, in cui io non abbia approcciato  un altro essere umano sconosciuto, oppure anche soltanto risposto ad un quesito da quello postomi -come una richiesta di informazioni stradali-, sorridendo.
Mi è sempre successo automaticamente e spontaneamente, senza la benché minima premeditazione.
La questione, fin da fanciulla, mi ha sempre dato da riflettere, anche perché, in alcune circostanze e da parte di qualche individuo dall' intelligenza emotiva poco affinata, l' involontario tributo di un candido sorriso può essere maliziosamente interpretato come tentativo di seduzione.
E' evidente che questo mio comportamento attinge ad una certa memoria ancestrale, comune anche agli animali e, nel caso di specie, ai primati, e si fonda sulla consapevolezza che esiste una rete neuronale che fa sì che i cervelli "si aggancino" superando le barriere fisiche, attraverso un contagio emotivo.
Il mondo tende a sorridere a chi sorride: non è una bella cosa?
Il fenomeno, nell' ultimo decennio, ha avuto un' attenzione scientifica rilevante che ha condotto alla scoperta dei neuroni specchio.
Nel cervello umano ne sono contenuti moltissimi sistemi, preposti ai più vari scopi, dall' imitazione delle azioni all' intuizione delle intenzioni e delle eventuali implicazioni sociali che una data azione altrui potrebbe comportare, nonché alla percezione delle emozioni degli altri.
Nello sviluppo dei bambini essi sono essenziali, giacché è ormai assodato che l' imitazione rappresenta una delle  principali vie di apprendimento.
Giacomo Rizzoletti, il neuroscienziato italiano che ha scoperto i neuroni specchio, chiarisce che essi "ci permettono di captare le menti altrui non attraverso il ragionamento concettuale, bensì tramite la simulazione diretta; con la percezione, non con il pensiero"

Questo prologo, per cercare di chiarirmi a che cosa ci possa condurre la rivoluzione digitale in atto e le sue implicazioni e conseguenze sulla vita e sui rapporti umani. Non nascondo che, sull' argomento, provo sentimenti contrastanti, con una leggera propensione all' apocalittico...

Leggo sul Domenicale de "Il Sole-24 Ore" del 2/1/2011 un articolo di Armando Massarenti, la cui opinione -mi par di intuire-, invece, tende alla positività, anche se io credo che egli abbia un' ottimistica considerazione dell' umana intelligenza e della sotterranea umana natura.

"Una volta che si è aperta a tutti la possibilità di consumare, produrre, risolvere problemi e condividere interattivamente contenuti in rete, è difficile tornare indietro. E il motivo sta scritto nei nostri neuroni. La facilità, la gratuità, le motivazioni altruistiche, il senso di equità, il desiderio di interattività, di partecipazione e confronto, oltre che essere il vero sale e la nuova opportunità offerta dai 'socialnetwork', trovano conferma in esperimenti neuroscientifici assai noti che disegnano la natura umana in maniera assai meno egoistica e assai più cooperativa e animata da spirito civico di quanto le teorie dell' 'homo oeconomicus' ci avevano fatto credere."

[Clay Shirky -Surplus cognitivo.Creatività e generosità nell' era digitale.]



Già questa affermazione mi pare  -è!- surreale, frutto di una deduzione gratuita effettuata in malafede. D' altra parte il sig. Shirky è il nuovo guru dei nuovi media.
Soltanto in potenza, soltanto virtualmente, teoricamente, l' uomo è altruista: ciò che conta è come quello stesso uomo saprebbe tradurre sul suolo quel suo sedicente spirito civico.
E' più facile che qualcuno inneggi ai più nobili valori umani da un palcoscenico piuttosto che si chini a terra per soccorrere un clochard svenuto in coma etilico.


E l' amicizia? Non è raro "amarsi" in Rete. E l' equità?
Illusioni, entrambe, se vissute con l' intermittenza imposta dai fili.
L' elemento la cui mancanza stride e (mi) scandalizza è proprio quello fondamentale negli umani rapporti: la reciproca assunzione di responsabilità, che rimane fatto eminentemente etico.
Nella galassia digitale non esiste e probabilmente nessuno se l' attende; in un click il proprio spazio personale può venire eliminato, con quanto di discusso, scambiato, interattivato contenesse.
Con il semplice immobilismo (mero atto univoco), si può tacere, sparire, sospendere qualsiasi contatto: superficialità legittimata dalle condivise norme di utilizzo.
Internet non consente il trattenimento della memoria, tanto essa diventa aleatoria e fortuita, ma la memoria è tesoro, nella vita personale ed, in generale, per l' umanità.
Mi piace il Web, ma rimango di carne, con grande convinzione, ammaliata dalle persone vere, vive.



Certamente, per l' apprendimento di informazioni, cultura, idee, molte applicazioni commerciali e produttive e per uno stimolo intellettivo senza pari, i media digitali hanno costituito una rivoluzione straordinaria, ma niente potrà sostituire il raffinato piacere di sfogliare quel libro fresco di stampa e fragrante, o sfiorare quella vecchia pergamena che ricorda la crepitante foglia d' autunno. La lettura attiva aree cerebrali particolari, che la Rete non sfiora.
Bisogna che i ragazzi lo sappiano. Bisogna dirglielo con ... un sorriso.


martedì 4 gennaio 2011

L' ingranaggio della sventura

"... Tutto sommato, tranne qualche eccezione, le opere di second' ordine o di ordine inferiore si adattano meglio all' élite e quelle di primissimo ordine sono più adatte al popolo.
Per esempio, quale intensità di comprensione potrebbe nascere da un contatto fra il popolo e la poesia greca, che ha quasi per unico soggetto l' infelicità! Però bisognerebbe saper tradurla e presentarla. Un operaio, per esempio, che ha fitta nelle ossa l' angoscia della disoccupazione, capirebbe lo stato di Filottete quando gli vien tolto l' arco, e la disperazione con la quale fissa le proprie mani impotenti. Capirebbe anche che Elettra ha fame, cosa che un borghese, meno che nel momento attuale, è assolutamente incapace di capire (compresi gli elettori dell' edizione Budé)."

Giorgione-Filottete a Lemno

"... Beninteso, gli stessi operai dovrebbero avere gran parte in tale costruzione [costituire una produzione industriale e una cultura spirituale tale da permettere agli stessi di essere e sentirsi a loro agio. ndr]. Ma tale parte, per la natura delle cose, crescerebbe nella misura in cui si effettuasse la loro liberazione reale. Essa è inevitabilmente ridotta al minimo finché gli operai si trovano presi nell' ingranaggio della sventura."
(Simone Weil- La prima radice)


***

Ecco, una dose di  antica malinonia...



lunedì 3 gennaio 2011

Pianto nuovo



L' Umanità svuotata,
stritolata in nefande contraddizioni,
adescata da leccornie venefiche,
di cui non si avvede e
non vuol più sapere.
Ogni male, maggiore del precedente;
più colpevole la cecità.
Terrorizzata dall' inconsistenza,
bramosa d' esistere,
a prescindere gozzovigliando,
sorvolando il come,
indifferente al perché.
Ogni sua cellula corrotta,
fin nell’ oscuro nucleo.
Ingorda di lusinghe,
ignorante d' Amore.
Aggrappata a parole bugiarde,
in cui comincia a credere,
scandalosamente ottusa.
Inganno.

sabato 1 gennaio 2011

Un onesto nichilista

E' una vera ingiustizia dire che i nichilisti, con il loro crudo approdo alla constatazione del  nulla e  dell' assurdo, sono tipi da rifuggire. 
Meriterebbero almeno la tacita stima di chi ha a cuore, nel profondo, l' esercizio della sincerità, fosse pure soltanto quella altrui, risultando loro impresa irraggiungibile l' esercizio in proprio della stessa.
A me pare indubbia  la nostra umana esotistica sotterranea natura,  così propensa all' auto-indulgenza, all' accettazione soprattutto inconsapevole del plagio, alla vocazione all' illusione; a me pare abbacinante la nostra propensione ad un certa ignavia nell' accettazione di molte oggettive verità.
Ma le verità ineccepibili, empiriche, rimangono.
Sono poche, pochissime ed essenziali, ma ci sono.
Una di queste -forse la più agghiacciante- è che dovremo staccarci volenti o nolenti dalla sola cosa che davvero ci preme, il nostro Ego/Io e Sé; l' altra è che senza il supporto interiore di sogno, fantasia ed immaginazione forse non ce la faremmo.
Il rischio maggiore che il nichilista moderno corre è quello d'esser tacciato d' aridità, d' insensibilità, di anafettività, di disarmante ed infruttuoso decadentismo, e questo costituisce un gigantesco ossimoro, perché egli, invece, ha avuto talmente tanto amore per l' uomo, la sua intelligenza e la sua anima, da ritenerlo degno di sostenere sulle proprie spalle anche il macigno della verità ad occhi spalancati.
Chi merita assistenzialismo, cautele, protezionismo, fornitura di alibi  e tortuosità metafisiche, se non il debole?
Non che la debolezza e la fragilità siano reati o terribili colpe: il problema è che non consentono movimenti, che condannano alla stasi ed alla prudenza nonché, troppo spesso, a compromessi poco onorevoli.

Per quanto io possa definirmi, in tutta tranquillità, una persona tollerante, continuo a considerare estremamente sgradevole ogni forma di esternazione vittimistica. Non mi piacciono né la commiserazione, né, tanto meno, l’ auto-commiserazione. Sono convinta che nel corso della vita di ciascuno accadimenti massimamente dolorosi e difficili circostanze non siano evitabili e non potranno mancare. Forse si potrebbe discutere sul peso oggettivo di ciò che dà sofferenza, naturalmente, ma, a prescindere dalla scala di valore, le sole persone tutte felici che mi pare di aver conosciuto, erano anche microcefali. Questo, idealmente, ci rende tutti fratelli e ci impone l’ acquisizione di una certa dose di stoicismo e lucidità, in grado di fornirci il supporto per non soccombere.
Qualcuno, a questo punto, evoca Amore. "C' è l' Amore a consolarci dalla condanna": bella ovvietà, ma bisognerebbe riuscire anche a definirlo in modo certo e giusto...

***

Una delle immagini di Iliade che io amo profondamente e che, ad ogni lettura, mi riempie il cuore di tenerezza e compassione, si svolge dopo l’ uccisione del dolce Patroclo, il diletto di Achille. Nel campo di battaglia,intriso del sangue e cosparso dei corpi dei caduti, giunge Automedonte, il cocchiere di Achille, per raccogliere il cadavere del giovane. Conduce il cocchio con i due cavalli immortali e parlanti Balio e Xanto . Questi ultimi ad un tratto si rifiutano di muoversi, perché paralizzati dalla tristezza: vivendo con i mortali avevano imparato il dolore, perché non c’ è nulla che viva e respiri su questa Terra tanto infelice quanto l’ uomo.



“ …
Di Dïorèo
il forte figlio Automedonte invano
or con presto flagello, ora con blande
parole, ed ora con minacce al corso
gli stimola. Ostinati essi né vonno
alla riva piegar dell'Ellesponto,
né rïentrar nella battaglia. Immoti
come colonna sul sepolcro ritta
di matrona o d'eroe, starsi li vedi
giunti al bel carro colle teste inchine,
e dolorosi del perduto auriga
calde stille versar dalle palpebre.
Per lo giogo diffusa al suol cadea
la bella chioma, e s'imbrattava. Il pianto
ne vide il figlio di Saturno, e tocco
di pietà scosse il capo, e così disse:
O sventurati! perché mai vi demmo
ad un mortale, al re Pelèo, non sendo
voi né a morte soggetti né a vecchiezza?
Forse perché partecipi de' mali
foste dell'uomo di cui nulla al mondo,
di quanto in terra ha spiro e moto, eguaglia
l'alta miseria?
..."

***

La condizione di creatura esposta alla fatale infelicità, per sua stessa natura, è contenuta nel nostro sapere ancestrale e nei nostri stessi geni. 
Eppure, miracolosamente, nel primo giorno del nuovo anno, abbiamo riaperto gli occhi.