martedì 9 novembre 2010

Umani, Narcisi, i nostri dubbi e le certezze della nocciolaia

Un consistente numero di coloro che conosco, in modo più o meno diretto, riesce a rapportarsi preferibilmente - quando non esclusivamente- con chi a sua volta somiglia o finge di somigliare loro. 
Pare che non sia loro possibile fare altro che tentare di trovar pace e godimento nella replica di sé stessi. Dove conduca poi questo uggioso rito mi è totalmente ignoto, mentre invece risulta piuttosto chiaro che il meccanismo che lo innesca è il solito istintivo mimetismo che fa agire per simpatia ed una forma spiuttosto epidermica di empatia.
Il desiderio recondito di chi si vive come un polo magnetico, forse, è l' ottenimento di una moltitudine di cloni attraverso una sorta di gioco di specchi   disposti ad alimentare a dismisura il suo pantagruelico amor proprio e confermare così quella tendenza narcisistica che pare essere il carattere decisamente più spiccato che l' uomo moderno occidentale ha sviluppato, una  volta dimenticata la sua perduta grecità.

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Nella mia natura l' aggressività è tenuta accuratamente sotto freno e rigido controllo: non mi consento mai di cedere ad impulsi distruttivi od offensivi verso cose, animali o persone, neppure nei momenti di tensione o forte stress. Non so dire con sicurezza se ciò dipenda dalla mia indole o se sia frutto involontario di formazione culturale: so che non mi costa alcuno sforzo. Credo che il solo caso in cui potrei ricorrere alla violenza fisica sarebbe quello, malaugurato, di difesa della vita, mia o d'altri, in caso di grave pericolo o minaccia.

Questa assenza di bellicosità si estende anche alle situazioni in cui lo scontro è puramente dialettico. E' sempre l' argomento dibattuto che mi coinvolge, e mi coinvolge quando suscita il mio interesse per svariati motivi: in quest' ottica mi ci impegno e mi diverto; mi ci diverto lietamente.
Oh, le divertissement! Perché mai Pascal vuole opporlo al Pensiero? Non c' è alcun conflitto tra lo sviluppo in buonafede di  un pensiero ed il piacere intellettuale che ne può derivare dal suo confronto con quello altrui...
Lo scambio del pensiero mi dà piacere, tanto quanto la vicinanza di qualche ben determinata persona, ed il raggiungimento del piacere è forse il fine ultimo dell' umana esistenza, quando si sorvoli sulla più alta necessità umana di trascendenza.

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L' altro -l' interlocutore- non è sempre come noi ed , anzi, quasi mai lo è.
Non sempre gode della conversazione in modo che mi piace definire "lieto", perché talvolta i suoi fini reconditi non collimano con i nostri. Giacché sono reconditi e taciuti, naturalmente,  non li si può con certezza conoscere e se la conoscenza non è abbastanza profonda non li si può neppure intuire e presupporre: da ciò ne deriva che, pertanto, diventa difficile evitare un' eventuale degenerazione del confronto, una sua irrimediabile invalidazione.

Nei rapporti umani le cose vanno così: spesso lo disvelarsi del vero volto dell' altro riesce quasi a traumatizzare oltre che a semplicemente sbigottire, tanto risulta lontano dagli intenti e dalle motivazioni di cui chi è in buonafede normalmente si avvale.
E', infatti,  sorprendente la quantità di violenti mascherati da miti creature gentili che bazzicano ovunque, blogosfera compresa.
Pensavo di poter affermare con sollievo che la sindrome in questione riguardasse soltanto alcuni individui, come, ad esempio, i personaggi pubblici e politici, logorati come sono -poverini-, dal desiderio di mantenere i poteri acquisiti e dal risentimento provocato dall' accumulo di mille frustrazioni, da cui sono ormai irrimediabilmente irretiti.
Mi sbagliavo alla grande: non è così.
I Narcisi si espandono a macchia d' olio, più che mai nelle società industriali occidentali, ed il Buon Selvaggio è irrimediabilmente perduto.

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Mi spiace: m' era simpatico e gli volevo un gran bene, specchio della Bontà che vedevo in lui riflessa. Ho sempre parteggiato per Venerdì piuttosto che per Crusoe; per l' Ultimo dei Moicani;  per ogni puro  perdente della Terra.

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Incapaci di limitarsi alla razionale considerazione pura e semplice dei concetti via via espressi, si ritrovano a ricondurli inevitabilmente a sé stessi, con le distorsioni interpretative del caso. Si considerano un polo di gravità, un nucleo attrattivo e sono, forse pure inconsciamente, convinti di possedere l' unico sistema legittimo di speculazione.
Il nuovo Narciso è un individuo che, quando non è palesemente malato, è certamente non sano. Ama soltanto sé stesso, perché non ha sufficiente amore in sé da regalare ad altri: è un debole che ha sviluppato un' abnorme auto-stima, che tollera soltanto chi non lo contraddice, che reagisce a qualsiasi critica, anche non diretta, con aggressività e rancoroso umore. Crede che chiunque sia invidioso di lui, perchè l' invidia lo tormenta e lo ammala. Non può confrontarsi, né provare l' ebbrezza della scoperta dell' anima altrui, perchè per farlo dovrebbe distaccarsi da sé stesso e ciò lo spaventa. Ha i nervi scoperti: la sua presunzione è tale che legge qualsiasi parola come fosse indirizzata a lui. E può, per quest' allarme che l' opprime, diventare offensivo, sentenziando giudizi infondati.

Questo succede in modo tanto più imperdonabile quanto è maggiore la cosiddetta cultura che ritiene di possedere. L’ illusione  di erudizione rende l’ uomo smisuratamente presuntuoso e più che mai cieco. Il sedicente sapere obnubila la capacità d’ ascoltare e perfino anche soltanto d’ accorgersi dell’ esistenza altrui.

Non va meglio all’ ignorante per scelta, d' altronde, quello dal cervello impigrito e rozzo, che si attesta buono soltanto a cercare soddisfacimento di crassi desideri materiali e triviali o cercare poco edificanti similitudini di pensiero con altri imbecilli, da lui stesso innalzati a riferimento e raffronto.

Entrambi i tipi umani hanno in comune il peccato di supponenza.
Probabilmente l’ atteggiamento più onesto in assoluto rimane quello del dubbioso, di colui che cerca con tutti i suoi mezzi di dipanare le nebbie che avvolgono la verità e che vi impegna buona parte delle sue risorse, anche nelle questioni apparentemente meno cruciali e significative della sua esistenza.


Ecco che, stritolata dal mio telos di perplessità, alle volte vorrei essere, almeno per un po',  una nocciolaia

(... bello sarebbe, sì, "poter vivere tutte le vite e morire tutte le morti...": imparare ovunque, e da chicchessia).

Ho rivisto molte delle mie precedenti più generose opinioni un po’ romantiche sui miei simili, da quando ho appreso –nel corso della lettura del - a mio avviso pregevole- libro/inchiesta di Marco Politi “La chiesa dei no” 2009 Arnoldo Mondadori Editore Milano-, che la nocciolaia – che è un uccello che appartiene alla famiglia dei corvi-, quando sente avvicinarsi l’ inverno raccoglie in media trentamila semi in mucchietti di esatti cinque, quindi li nasconde. Li nasconde con metodo, in seimila posti diversi distribuiti sul territorio. Quand’è l’ ora li va a raccogliere. TUTTI. La nocciolaia, quindi, per avere la cognizione della giusta direzione da prendere deve saper contare e conoscere le regole di base della geometria di Euclide. La sua mappa spaziale sta in una zona precisa del cervello, l’ ippocampo, che noi pure abbiamo. Moltissime altre specie fanno simili operazioni: questione di vita o di morte.

Nessun essere umano sarebbe in grado di farlo senza sbagliare: ciò mi conferma quanto sia massimamente opportuno ed onesto l' esercizio perenne dell' umiltà.

7 commenti:

  1. Eh, sono anch'io così, purtroppo.

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  2. Generalmente il narcisista doc nega d' esserlo, quindi... c'è speranza.
    Se invece ti riconosci nella nocciolaia, sei un eminente matematico.

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  3. Mi piacerebbe davvero essere un eminente matematico :-) Non sarò certamente doc, però riconosco agire in me alcuni di quei meccanismi, sebbene non nella misura estrema descritta nel testo. Suppongo che essi siano legati a ferite adolescenziali all'amor proprio, tanto più amare ed inattese in quanto per me precedute da un'infanzia molto felice, attivissima e "vincente". Battaglie infine vinte, ma la cui eco profonda non ti consente più di riaccomodarti nella precedente confidenza in te stesso. Sì, per qualche lunghissimo anno ho temuto che non avrei potuto partecipare pienamente alla bellezza del creato e questo mi ha reso per sempre sensibile agli specchi, ma anche spinto a trattare bene il mio corpo, ad esaltarne le potenzialità quanto più potevo. Naturalmente raggiungere il vero amore permette poi di spazzar via, commossi, queste incrostazioni dell'anima, ma una pulizia totale credo sia impossibile.

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  4. Mi permetto di azzardare un' ipotesi, del tutto scevra da intenti psicanalatici dozzinali -soprattutto perché non è il mio mestiere-, su ciò che mi scrivi. Forse confondi il narcisismo con la -meno grave- vanità, con la velleitaria aspirazione -che più o meno coltiviamo tutti- a sconfiggere il crudele spettro dell' irrilevanza. "Voglio essere lodato": è il sottile e sotterraneo desiderio dell' Uomo moderno, come sintetizza Cioran, ma averne consapevolezza ci pone automaticamente nella condizione di accogliere eventuali altre prospettive, capaci teoricamente di farci uscire dallo stato ossessivo di auto-referenzisalità. Infatti, come dimostri nel parteciparvi, tu ami il dialogo, che costringe allo scambio con l' altro. Hai citato quel sentimento (presumo romantico), che al narcisista è sempre precluso.
    Narciso si contempla e si ama, non ha occhi che per sé e ciò che gli è esterno esiste soltanto se soggiace alla sua ombra, se vi si adegua perfettamente, in modo completamente gregario e servile. Poi -concediamocelo dài-, siam tutti perfettibili...

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  5. Ipotesi accolta! :-) mi piacerebbe approfondire il tema del voler essere lodati, però in una prossima occasione perché purtroppo adesso sono di fretta. Cari saluti.

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  6. psst! (nietzsche, con una esse in più ;)

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  7. Mille grazie, colpa del copia-incolla nel titolo...

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